Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in comments
Search in excerpt
Search in posts
Search in pages
Search in groups
Search in users
Search in forums
Filter by Categories
artisti locali
blog
Cultura ed eventi
Innovazione tecnologica
Moda e design
progetto tilgher
Risorse del territorio
Storia locale
Tradizione e folklore
La storia di Via Mare , detta ‘o vico ‘e mare
luglio 21, 2014
0
vicodimare

Presente in tutte le carte del Sette e Ottocento col nome di Vico di Mare, questa vecchia strada porrta da piazza Fontana al litorale, attraversando un quartiere abitato tradizionalmente da pescatori.
La storia di quest’arteria s’intreccia molto spesso con quella dell’area archeologica, di cui rappresenta l’estremo lembo occidentale, almeno per quanto riguarda gli isolati dissepolti a sinistra del cardo III.
I cunicoli dei primi scavatori borbonici minacciarono seriamente la staticità delle case; «il qual errore non tardò mol to a scoprirsi, quando col barcollare e spaccarsi di un gran numero di muraglie, i clamori degli abitanti ne andarono alle stelle, e bisognò spendere molti anni e molto danaro in rifondarle tutte … » (Ruggiero, 1885: 13).
Il9 gennaio del 1828 ebbero inizio gli scavi all’aperto. Duep onti dil egno furono eseguiti sul Vico di Mare, «onde agevolare lo sgombramento de’ materiali ». I lavori portarono all’esplorazione delle prime abi tazioni che s’incontrano risalendo il III cardo lungo il fronte meridionale dell’insula II, ma dovettero fermarsi davanti all’estremo ciglio della collina.

Il 25 ottobre del 1849 gli scavi furono visitati da Pio IX. Le cronache del tempo riferiscono che il pontefice, giunto all’ingresso, fu ricevuto dal soprintendente Francesco Maria Avellino, il quale fece osservare all’illustre ospite gli edifici portati alla luce dal 1828 al 1835, tra cui la bellissima Casa d’Argo. Dagli scavi, risalendo il Vico di Mare, il corteo si recò poi a visitare l’antico teatro di Ercolano: tutti avevano in mano un cero acceso, ad eccezione del papa, il quale si degnò di scendere fino al pavimento, situato alla profondità di 25 metri, percorrendo i corridoi, le cavee, i vomitori, i cunicoli e i sotterranei di passaggio, che erano rischiarati da mille lumi a cera e da altrettanti ad olio.

Gli scavi furono ripresi nel 1869, ma si arrestarono ancora una volta sotto la barriera delle case del Vico di Mare, chiudendosi con opere di restauro e di sistemazione del muro di sostegno della strada. Da sottolineare che lo scarico del materiale avveniva risalendo faticosamente col cofano a spalla i vari gradoni del terrapieno delle ultime case di Resina, per riversare la terra nel carretto ancorato presso il cancello d’ingresso.
Seguì un lungo periodo di sospensione dei lavori, dal 1875 al 1927, durante i quali Ercolano sembrò sprofondare in un oblio ancora più profondo del sonno che aveva dormito nei secoli precedenti. Solo le vecchie foto Lembo e le più recenti Alinari ricordavano al mondo che la città aspettava in concreto la sua piena valorizzazione, non essendo sufficiente il parziale disseppellimento del settore meridionale, su cui continuavano ad insistere le case del Vico di Mare (Maiuri, 1958 : figg. 5 e 6; Carotenuto, 1980 : fig. 38).

L’avvento alla Soprintendenza di Napoli di Amedeo Maiuri diede nuovo impulso agli scavi, i quali furono solennemente inaugurati il 18 maggio del 1927 da Vittorio Emanuele III, forse l’ultimo dei personaggi illustri a percorrere il Vico di Mare, giacchè i lavori avrebbero portato all’apertura (1930) del nuovo ingresso sul corso Ercolano. Per consentire l’accesso al corteo delle autorità, si dovette procedere alla demolizione dei massicci muri di scarpata che rinserravano come in una fossa la stretta striscia degli scavi precedenti. Il colpo di piccone inaugurale fu dato in una cornice di generale entusiasmo, mentre dall’alto dei balconi e terrazze della zona assisteva una folla in tripudio.

 .

Fig. 4- Vittorio EmanueleII inauguragli scavi di Ercolano (1927). Sono presenti il ministro Fedele, l ‘alto commissarioCastelli, il soprintendente Maiuri e un folto gruppo di autorità civili e militari. Si noti, in alto, la folla assiepata sui balconi di via Mare, dove una copia multicolore di coltri nuziali e di finissimi drappi di seta fa da cornice all’avvenimento.

Dal 1927 alla guerra l’area fra il viale d’accesso a levante, il Vico di Mare a ponente e il perimetro della città a sud poteva dirsi interamente scavata. Il lento e faticoso lavoro di penetrazione verso il Foro di Ercolano riprese poi nel 1958, grazie ad un’intesa intervenuta fra il Comune di Resina, la Soprintendenza alle Antichità e l’Istituto per le case popolari della Provincia di Napoli, che permise che la zona malsana di Resina gravante sugli scavi (particolarmente quella del Vico Ferrara, sotto il quale si estendeva il vero e proprio quartiere del Foro dell’antica città) fosse inserita fra quelle meritevoli delle provvidenze previste dalla legge 9 agosto 1954 n. 640 per il risanamento urbanistico delle zone malsane. Alle spese di esproprio, di demolizione e di scavo provvide la Cassa per il Mezzogiorno. Un complesso di 80 famiglie venne traslocato e sistemato altrove. Fu liberato in questo modo tutto il cardo III fino al  decumano massimo, ma poi i lavori furono inesorabilmente bloccati dalle case della soprastante Resina.

Il grande evento della resurrezione di Ercolano non è ancora giunto alla sua naturale conclusione, poichè, senza contare le altre zone dell’abitato moderno che insistono sulla parte ancora sepolta dell’antica città, le abitazioni del Vico di Mare  (divenuto, nel frattempo, Via Mare) continuano a tenere interamente imprigionate l’insula occidentalis e l’insula VIII in alto, nonchè l’insula I in basso, mentre solo parzialmente scavate risultano, sempre a sinistra del cardo III, l’insula VII (a monte) e l’insula 11 (a valle).
Per riportare alla luce quanto è ancora nascosto, occorrerebbe realizzare una catena di espropri che, considerati i chiari di luna dell’economia italiana attuale, appare un fatto puramente utopistico. Nè, d’altra parte, sono ipotizzabili singole operazioni di esproprio, che rischierebbero di compromettere l’attuazione di un eventuale programma di interventi che può esser valido solo se considerato globalmente.
Un’impresa del genere sarebbe forse possibile solo grazie ad una collaborazione internazionale, così come aveva auspicato lo studioso inglese Charles Waldstein all’inizio di questo secolo. Il suo sogno, se avesse potuto realizzarsi, ci avrebbe restituito l’intera Ercolano, con la Villa dei Papiri, il Teatro, la Basilica, i templi e gli edifici del Foro. La città riemersa si sarebbe estesa fino alla Reggia di Portici, che ne sarebbe stata il Museo eilcentro di studi, comeaibei tempi dei Borbone,e del fatiscente e malsano Vicò di Mare non sarebbe rimasto nenche il ricordo

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Gennaro de luca, il giornalista di Resina
luglio 21, 2014
0
slidesho85

Spulciando tra vecchie carte e ritagli di giornali ingialliti dal tempo, abbiamo scoperto uno scritto pubblicato nel 1891 su «La Nuova Ercolano. Giornale politico, amministrativo e letterario». L’articolo era di Gennaro De Luca e riguardava l’industria della pietra  vesuviana, un tempo la più estesa di Resina:

«La lava del Vesuvio, scientificamente riguardata, è una fusione (quasi sempre ignea, alcune volte acquea) di taluni corpi che compongono gli strati geologici verso il centro della terra. Essa è il principale elemento di ogni eruzione del vulcano, e si presenta all’uscire dalle bocche di eruzioni come una materia fusa più o meno scorrevole, a seconda del pendio del suolo su cui viene riversata. La sua temperatura, allo stato di elevata incandescenza, è superiore ai 1000 gradi centigradi, e si conserva per vari giorni a circa 700, se la massa di lava corsa è abbastanza spessa. La materia eruttata dal cratere, e che non arriva quasi mai alla base del monte, vien detta comunemente scoria.
Queste scorie sono ordinariamente dello spessore inferiore ad un metro, larghe pochi metri, e si presentano appena raffreddate come macerie di pietra spumose abbattute, di un colore nero lucido, e tutte cosparse di punte acuminate. Le lave invece vengono vomitate da tutte le bocche di eruzione, sia dal cratere principale che da altri cunicoli che si aprono durante la fase eruttiva. Questa massa ignea raggiunge talvolta parecchi chilometri di superficie con uno spessore variabile tra i due e venti metri e più.

La superficie delle lave, raffreddandosi, si screpola, ed a guisa di spuma si riduce in minutissimi pezzi, i quali vengono chiamati ferrugine.
In alcune eruzioni però la lava viene eruttata meno liquida e più pastosa, e la superficie di essa presenta delle scorie come serpenti attortigliati, fornendo così una varietà di pietre nere che usansi per formare scogli di fontane, bordi di viali, basamento superficiale di edifici, ed altro.
La parte che viene immediatamente dopo la ferrugine sulle lave è chiamata cima; e si presenta come masso di color rossastro scuro, che va gradatamente ad unirsi alla pietra più compatta e di color grigio bruno.

La superficie di queste cime è di ferrugine conglomerata, mista all’ arena della stessa materia, la quale, in sezione guardata, man mano scendendo nel corpo della lava, forma il primo strato di pietra dura, nerastra, che non si presta ad alcun uso industriale, tranne che per gli scogli o blocchi a masso, usati lungo le spiagge per la difesa delle ferrovie dal mare, o per fondazioni di porti ed opere idrauliche.
I tecnici la chiamano pietra moscia o svellata, o caranfolosa, a seconda di come si presenta: o come masso compatto, od a piccoli
strati facilmente separabili fra loro, od infine sparsa di piccoli buchi che penetrano nel masso stesso.
Dopo, ossia sotto le cime, viene la lava o pietra buona, che costituisce la pietra vesuviana adoperata negli svariatissimi usi deIl ‘industria.
Questa pietra buona o corpo della lava si divide ordinariamente in due strati: uno superiore, detto di quadroni, ed uno inferiore, detto di pedicini.

Attaccata ai pedicini trovasi la base della lava, che è quasi come la cima, però più franabile e eH colore nero lucido. Si compone di ferrugine conglomerata, aggiunta forse a parte del terreno su cui è scorsa.
La lava segue le ondulazioni del terreno senza risentirne sulla superficie; di talché si vedono delle lave che hanno traversato dei burroni o lagni, senza poter distinguere più nulla alla sua superficie, presentandosi essa quasi piana. Nè è a dire che la sua composizione venisse alterata da corpi enormi che incontra nel suo sterminatore cammino, poiché abbatte e distrugge alberi secolari, palazzi e tagurii, senza potersi, dopo tagliato il masso, precisare il luogo che prima occupavano.

Accade talvolta che dopo un periodo di ore, o di giorni, la lava si ferma e comincia a raffreddarsi, e quindi a consolidare la sua superficie, mentre nel corpo è ancora liquida e pastosa.
Frattanto sopraggiunge nuova materia vomitata dalla bocca d’eruzione, che viene ad urtare quella davanti, la quale rompe la superficie già pressoché raffreddata, e riprende il suo corso di distruzione. Per questo si riscontrano spesso, nel taglio delle lave, degli strati di fe rrugine, chiamati bolle di ferrugine.
Esse sono di varia estensione, e molte volte penetrano in modo così vasto nella lava, che sono causa di abbandono d’una cava vesuviana, dopo d’aver immiserito il proprietario-cavatore; il quale si prodiga con la speranza di ripigliar tosto la pietra buona, ed arriva appena a vederla che dietro un solo strato ricomincia la bolla di ferrugine.
Il taglio delle lave buone si fa nelle cave vesuviane in due modi. Il primo, comune alla maggioranza delle cave, è detto a caduta. Poiché la maggior parte delle cave, trovandosi al di sopra del livello del mare, permette l’escavazione del terreno sottostante, per procurare la caduta dei massi.

Altre cave poi, trovandosi al lido del mare, anzi essendosi le lave inoltrate nel mare, non consentono il sistema a caduta, sibbene il taglio da sopra, cioè si comincia per asportare, con mine o con ferri, le cime, e poi man mano si staccano i diversi pezzi, sia quadroni sia pedicini, per arrivare all’acqua; e quei pedicini che sono bagnati dall’acqua sorgiva, chiamansi mole [… ]» .

Corrispondente de «Il Mattino», in data 4-5 settembre 1902 lo stesso Gennaro De Luca metteva al corrente il lettore di una grande novità:
«Ieri ha superato felicemente le prime prove la locomotiva elettrica del Vesuvio, che da Resina (Pugliano) conduce in cima al Vesuvio.
Il tram era manovrato dall’ingegnere Morgenthaler, capo della Casa Brown, Coppola e C. Faerber. Giunti alla stazione inferiore della Funicolare, ora pure trasformata col medesimo sistema dall’ingegnere Strub, il direttore generale sig. cav. Paolo Farber offrì una colazione.
Fra pochi giorni – assicura l’ingegnere capo della Ferrovia, l’ingegnere Treiber – potrà essere aperta la linea da Resina alla Funicolare, e tutta compiutamente fino alla cima del vulcano verso la fine di questo mese.
L’amenità dei luoghi, l’arditezza, dell’ opera, la varietà dei panoramiche si godono ad ogni svolta di questa ferrovia di montagna, l’ interesse e la curiosità che offrono il nostro vulcano ne formeranno la meta di ogni tourista e di ogni gita di piacere».

Ai primi di agosto del 1908 si costituì in Portici l’Associazione della Stampa fra direttori, redattori e corrispondenti di giornali dai Comuni vesuviani.
Risultarono eletti: presidente Enrico Veneruso; consiglieri: Martino, Capobianco, Scudieri, Allaria, Bened~ce e Palumbo. Il comitato d’onore fu composto da Rossi, Caputo, Marino e dal nostro Gennaro De Luca, che vide così riconosciuti i suoi meriti in una circostanza assai significativa.
Sei anni dopo, sempre ad agosto e ancora a Portici, si svolse una grande «festa civile»: la fondazione del sindacato dei corrispondenti vesuviani dei giornali quotidiani. Ebbene, anche in quella circostanza il «cav. Gennaro De Luca» si fece onore risultando eletto alla carica di presidente effettivo del sodalizio.
Queste le scarne notizie che siamo riusciti a raccogliere sul conto di un personaggio che ben a ragione può definirsi un pioniere del giornalismo nella zona vesuviana. Avremmo voluto fare molto di più, ma tanto basti per rendere giustizia a un nostro concittadino ingiustamente dimenticato. Altri rappresentanti
della carta stampata verranno in seguito a calcare la scena dell’informazione, ma Gennaro De Luca resterà il primo e non il peggiore.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Leopoldo di Borbone, ‘o zio d”o Re a Resina
luglio 21, 2014
1
leopoldodibrbone

Leopoldo in famiglia chiamato in senso affettuoso Zi Popò, Principe di Salerno, secondo genito di Ferdinando IV° e zio di Ferdinando II° Re di Napoli,  visse in un’epoca di grandi fatti e di grandi mutamenti (1790-1851) che vanno dall’epopea napoleonica al Congresso di Vienna e da questo ai moti del 1820 e del 1848. Di molti di questi avvenimenti il Principe fu spettatore ed attore.
Ercolano lo ricorda per l’opera di abbellimento della villa Favorita, che suo padre, Ferdinando IV, «con majorasco», gli cedette.
Così il Chiarini

leopoldodibrbone

: «Leopoldo [ … ] la fece ancora più splendida nei boschetti, che aperse per vari anni dal 1823 a pubblica ricreazione per molti giuochi ed esercizi di ginnastica che imitò dalla Germania.
Ed il concorso fu grandissimo, con allegrezza e festa di tutti che ne’ dì di riposo, nelle villeggiature di maggio e di ottobre, convenivano ad usar le gentilezze del magnifico ed affabile signore; il quale, mischiato e confuso nella gioconda moltitudine, manifestava a tutti i più belli contrassegni della sua cortesia. A quella stagione il nome della Favorita si rendette popolare. Splendido e generoso fu quel figliuolo di Ferdinando IV, e prodigo con tutti, sicché ben presto fu persuaso di elevare nuove fabbriche accosto al palazzo per commodità di una numerosa corte; ed alzato venne in effetti un novello edificio a tre ordini sopra il pian telTagno, dove le vaste proporzioni non corrisposero all’apparenza. Non fu minor male che alla forma monotona del prospetto, si seppe con disegno non in tutto seguitato del cav. Bianchi,
dare qualche barlume di gravità con archi e cornici mentite, e con linee che ricordano l’opera reticolata degli antichi. Se tutto non fosse dealbato a bianco di calce, ed invece le cornici e gli archi avessero colore diverso dalle pareti, potrebbe forse il prospetto far mostra di quella razionale varietà ed elegante sodezza che oggi non serba. Con tutto ciò le interne murazioni furono lasciate incompiute»

Oltre a dotare il complesso di una nuova fabbrica per alloggiarvi il seguito, ed arricchirlo di nuove scuderie e depositi sul lato orientale del giardino (2), nel 1823 Leopoldo dotò, come s’è detto, il parco di “giochi” ai quali la villa dovette la sua popolarità; nei mesi estivi, nei gior~i di festa, essi venivano aperti al pubblico determinando grande affluenza di popolo. Del Pezzo ne dà una simpatica descrizione elencando le ruote, i balançoires, ecc. e cita inoltre una stampa del 1829 riproducente la Favorita in un giorno di festa:

«Da Ferdinando la Favorita passò al suo secondogenito, don Leopoldo, principe di Salerno, il quale, ne’ primi tempi, che la possedette, vi spese molti quattrini. Da lui fu fatto costruire il secondo palazzo per dimora del seguito; a lui si debbono que’ giuochi nel giardino, a’ quali la Favorita’deve la sua popolarità. Ne’ mesi di villeggiatura, ne’ giorni di festa, le porte della villa si aprivano a tutti, e il popolo vi accorreva in gran numero a godere una giornata di svago.
Una stampa del 1829 riproduce appunto la Favorita co’ suoi giuochi in un giorno di festa. La veduta è presa a volo d’uccello.
Sulla destra, presso ad un tempietto di stile classico, di cui ancora avanzano le due colonne della facciata, suona una banda militare co’ shako pelosi, alti e terminanti in lunga penna. Lì vicino è un carosello; quattro uomini, ritti su cavalli di legno, portano con aria marziale una lancia sotto l’ascella, e girano, eccitati dalla prossima banda, che intanto fa, probabilmente, sfoggio del più fragoroso repertorio, come l’ orchestrina di trombe, tamburi e grancassa dei cavadenti, nelle piccole città di province, al momento che la vittima disgraziata raccoglie il frutto della sua credulità. Qua e là pel giardino sono tre o quattro svariate balançoires, a foggia di cavallo, di sedia, di sbarra, di paniere, insomma una collezione intera del genere. V’ è una stella, che deve considerarsi progenitrice della colossale, veramente americana, costruita ora a Chicago, poiché quattro persone soltanto salgono e scendono per aria. Un giuoco analogo consiste in una ruota con quattro aste; a ciascuna è sospeso un paniere, e a ogni paniere il paziente,
destinato a rotar per aria, sale per una relativa torre: il congegno, che muove la ruota, è nascosto in una specie di casamatta, da cui vien fuori l’asse della ruota medesima. A sinistra un’ altra altalena; l’uomo, che discende, ha perduto il cappello, che si vede ancora sospeso in aria. Ve n’erano insomma disseminati nel giardino, tanti dei giuochi, che i popolani vi poteano spendere la giornata itnera, tornando a casa più stanchi che dopo una giornata di lavoro.

Intorno a ciascun giuoco vedesi nella stampa la folla a circolo, che guarda, aspettando ciascuno la volta sua; la trattiene un gendarme, che sta a tutelar l’ordine e prevenire i volta volta, i quali anche allora saranno stati di moda. Pel giardino un’altra moltitudine di uomini e donne passeggia: sono per lo più coppie, probabilmente legali, le altre, non legali, sono nella parte boscosa, che nella stampa non si vede. Qua e là bimbi tirano la gonna alle mamme, e le costringono a badare a loro; qualcuno conduce due popolane insieme una per braccio, e qualche militare si nota come più ardimentoso con le donne.
Nessun uomo sta solo, tranne uno, seduto in disparte sotto un albero, col gomito poggiato sul ginocchio, e il mento sulla mano. Che avrà voluto rappresentare l’autor della stampa? Un filosofo, che, capitato a caso tra quella moltitudine felice di vivere, pensa che tutta quella gioia è un atomo solo della somma di gioia e di dolori, che si fondano nel gran crogiuolo dell’universo? Un innamorato, che ha ricevuto il ben servito, e si lambicca il cervello? Forse qualcheduno, che è sazio, e medita di andarsene?

Le donne portano cappelli monumentali, ricchi di nastri, a tese larghissime e davanti rivoltate in su, sic-ché lasciano scoperta la fronte e il principio dell’ acconciatura dei capelli. Questi sono spartiti in mezzo, e lateralmente disposti in due rigonfiamenti, veri pilastri a sostegno del cappello. Le maniche son gonfie anch’esse sopra al gomito, le gonne lisce, ornate di nastro, guarnite in giù da un paio di giri di trina o di nastro largo; sono corte da lasciar scoperto tutto il piede, che il galante autore della stampa ha dato a tutte di una piccolezza inverosimile. Gli uomini poi sono ridicoli co’ cilindri alti e larghi, i pantaloni chiari e aderenti alla persona, il soprabito aperto sul petto, che s’arresta alla vita, e poi si ritrae indietro, e corre fin sotto al ginocchio: sembrano quei notari, di cui ancora esiste qualche esemplare mummificato, i più giovani de’ quali vi dicono che hanno rogato l’atto matrimoniale di vostro nonno!

La parte boscosa poi era destinata alle cacce, le quali. si aprivano solennemente il 3 di novembre, giorno di S. Uberto. Tutto l’anno si lavorava a preparare la gran giornata. Si comperava ogni sorta di animali, che si chiudevano in gabbie, le quali poi il 3 novembre si nascondevano nelle macchie del boschetto. Don Leopoldo e i suoi invitati incedevano ne’ viali col fucile pronto, la testa sporta, a passi lunghi compassati, e in punta di piedi per evitare il rumore delle foglie. Quando erano vicini, l’uomo, nascosto nella macchia con la gabbia, l’apriva, e ne venivano fuori daini e lepri spaventatissimi, cinghiali fiaccati dal lungo digiuno, cervi agonizzanti, i quali, prima d’aver tempo di orientarsi e fuggire, erano ammazzati. A questo modo in una volta furono uccisi tremila lepri: numero speventevole, ora raggiunto soltanto nelle cacce de’ sovrani, specialmente se intervengono sovrani e principi stranieri: le compiacenti agenzie telegrafiche allora dan fiato alle trombe, e annunziano a’ quattro venti que’ facili eccidi, che, ne’ giornali officiosi, diventano prodigi di valore, e promesse di future vittorie»

Questa era la Favorita del principe di Salerno. Fu il periodo più notevole della sua storia~ ma non durò, e ne venne uno di abbandono, nel quale tutto andò a male. Dopo la morte del principe di Salerno (1851), la Favorita ridiventò proprietà privata del re

Informazioni autore

Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni

Piazza Fontana, stamme ‘mmiezo Resina
luglio 21, 2014
0
collimozzibis

L’antica piazza dei “Colli Mozzi” prendeva il nome da quattro statue acefale innalzatevi nel 1715, circa un secolo dopo il loro rinvenimento nel vicino Vico di mare (De Iorio, 1827: 17, n. 1).
Qui, abbandonati calessi e carrozze, i viaggiatori diretti al Vesuvio noleggiavano cavalli e muli. Così scrive il Mecatti : « La mattina de’ 27 agosto ci portammo da Napoli in carrozza … smontati ai Colli Mozzi, e presi i soliti asini, c’incamminammo alla Montagna» (Mecatti, 1752 : 95). Essendo state rubate due il clero di Pugliano aveva fatto togliere le altre due, che furono prima conservate in detta chiesa e poi trasportate nel Regio Museo Borbonico (De Iorio, cit : ibidem).
Nel 1792, per volere di Ferdinando W, vi fu costruita una fontana. Un’incisione di Achille Gigante, riportata nel « Viaggio da Napoli a Castellammare» di Francesco Alvino, ce ne ricorda l’aspetto. Essa aveva una grande vasca circolare in pietra vesuviana e, al centro, uno scoglio di schiuma di lava (che oggi si conserva nella chiesa di S. Caterina), al quale era addossata un’iscrizione in latino. Su questa iscrizione troneggiava una grande sirena di marmo; e tutto intorno erano disposti dei puttini, pure di marmo, con tofe che gettavano acqua.

piazzapuglianoIntorno alla fontana si concentrava quotidian amente una folla composita di venditori e acquirenti. Lo ricaviamo dall’Almanacco Reale del Regno delle due Sicilie per l’anno 1854 , il quale, riportando a pago 578 una nota dei mercati «ne’ reali domini di qua dal Faro », precisava esservene uno «in ogni giorno nella pubblica piazza detta la Fontana in Resina ». Lo stesso Almanacco aggiungeva che dal 15 al18 agosto di ogni anno, in occasione della tradizionale festa dell’Assunta, vi si svolgeva pure una grande
fiera di cavalli, bovini, panni e commercio in genere.
Oggi la fontana non esiste più. Dopo il 1860 l’importante monumento venne in parte modificato e quindi demolito « perchè ingombrante al traffico della piazza ed allo stazionamento dei carretti ».
Da ricordare che nei pressi della fontana c’era un antico pozzo (il cosiddetto “pozzo grande“), i cui resti sono tuttora visibili sul marciapiedi destro della salita di Pugliano. Entrambi venivano alimentati da un antico corso d’acqua, uno dei tanti che traevano la loro origine dal Vesuvio e che per secoli, sino a che non si ebbe l’acquedotto del Serino, servirono sufficientemente agli usi della nostra città.

 
Oggi, se ha perduto l’importanza di un tempo, Piazza Fontana rimane il centro geografico dell’abitato. Tuttora, infatti, la gente usa chiamare il sito con l’espressione « ‘mmiezo Resina »

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Luigi Landolfi, un magistrato villeggiante
luglio 16, 2014
0
cambiotoponimo

Nella rubrica mondana de il Mattino, alla data 2-3 novembre 1898, si leggeva la seguente notizia :

 «L’altra sera, a Resina nella residenza di quell’egregio magistrato che fu il comm. Landolfi, si solennizzò la chiusura della villeggiatura con recita, musica, innalzamento di palloni ed infine con un graziosissimo cotillion diretto dalle signorine Landolfi e Celestino. Nel Chi sa il gioco, non l’insegni di Torelli  furono ammirate e applauditissime Maria Landolfi, Giuseppina Celestino ed Elena Russis. Presenti i più bei nomi della colonia villeggiante, oltre parecchi signori e signore venuti da Napoli».

Il magistrato di cui sopra doveva essere noto e apprezzato anche al di là degli ambienti cittadini, se è vero che la sua abitazione fu la meta, nell’occasiane, non solo dei nobiti residenti e villeggianti locali (tra i quali – possiamo immaginare la duchessa Giovanna Tosti Forcella e il duca Luigi Tosti di Valminuta, la duchessa di Valminula Ruffo e il duca di Valminuta Tosti, la contessa Gaetani De Simone e il conte Raffaele Gaetani di Laurenziana, la baronessa Concettina Calcagno Tosti e il barone Giuseppe Calcagno, il prinçipe di Casapesenna Vargas, la principessa Migliano del Tufo e il principe di Migllano Vargas, la contessa Teresa De Cillis  La Greca e il conte Francesco Saverio De Cillis, la contessa di Nardò Zunica, donna Eleonora Masi Vargas, il senatore Calcagno, la baronessa e il burone Flugy d’Aspermont, il barone Luigi Degni e la baronessa Maria Tramontano), ma pure di «parecchi signori e signore venuti da Napoli.
Tuttavia, niente avessimo saputo di lui, se non avessimo avuto la ventura di acquistare  a suo tempo, quasi per caso, un poderoso volume della Società Editrice Napoletana pubblica nel 1975 a cura di Mario Pisani Massamormile.

In questo conlesto si inseriscono mirabilmente la vita  e le opere di Luigi Landolfi. nato a Solofra il 7 aprile 1814, civilisla, avvocato dal 1840. Fu esponente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati fino al 1874 fino al giorno della morte, il 12 Ottobre 1890.

Ebbe interesse anche per la poesia, salutando l’alba del 1860 con un sonetto che manifestava gli umori della elasse forense in quel periodo di attesa e di transizione.

Tenne la commemorazione di Vincenzo Niutta, Presidente della Corte di Cassazione di Napoli, con il suo discorso (18 dicembre 1867) fu stamatp  a curadell’Associazione degli Avvocati e Procuratori della Città.

Latinista insigne, nel 1882 pubblicò la traduzione della Vita di Agricola e nel 1884  quella del De Germania di Tacito.
Ci ha lasciato , inoltre, varie monografie, utili ed interessanti  per lo studio del suo  tempo.
Due volumi pubblicati (Tipografia Guerrera, Napoli) nel 1887 raccolsero quasi tutte le sue precedenti pubblicazioni, nonché i discorsi pronunciati il 22 agosto 1875 per commemorare Roberto Savarese, da poco scomparso, e il 5 marzo 1882 per l’inaugurazione dei busti di eminenti personalità del foro napoletano.

Il compianto per la sua morte fu unanime: commosse parole di ricordo furono dette da F.S. Correra, Ambrogio Greco, Antonio Nunziante e da Nicola Cerio, che occupavano importanti cariche istituzionali.
Queste dunque le notizie ricavate sul contO di Luigi Landolfi. Meno fonunate sono stale invece le nostre ricerche sull’abicazione delIa residenza resinese del magistrato, che doveva trovarsi presumibilmente nella zona  che gravitava intomo al Miglio d’oro, cioè quel lungo tratto di strada tra Resina e Torre del Greco così definito per la presenza, a destra e a sinistra, di amessime ville settecentesçhe e di eleganti palazzine più recenti. Trasformate in hotels o pensioni, quelle costruzioni accolsero, a cavallo dei due secoli quanti vi giungevano, sia per trascorrervi la villeggiatura, sia – ed erano forse i pù – per ristorare la malferma salute. Ivi, alle finestre. sui balconi e maggiormente sulle terrazze spesso cinte di verdeggianti pergolati, si potevano scorgere, sul far della sera  i
villeggianti, divisi in gruppi, intenti a contemplare «il gran  poema dei tramonti estivi», quando il sole, in tutta la gloria del suo fulgore. si tuffava nel mare al di là della punta di Posillipo.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Marcello Venuti, l’archivista dei reperti antichi
tea_17

Mentre i tesori di Ercolano venivano aUa luce, «si posero in gran moto le penne de’ dotti per ispargcme le nuove tanto desiderate da tutta l’Europa».

Cosi, conscio della responsabilità di fronte al mondo civile e della cultura, Carlo III pensò di rendere noti i risultati delle scoperte.
Il compito di stendere una relazione sugli scavi fu affidato a Marcello Venuti, gentiluomo cortonese, che nel 1748 pubblicò una descrizione delle prime scoperte dell’ antica città di Ercolano. L’ opera era divisa in due parli: la prima aveva carattere erudito ed illustrava la storia della città a cominciare da Ercole fenicio fino all’erl!zione vesuviana del ’79; la seconda, molto più interessante. descriveva “Le Antichità ritrovate con la storia de i primi discoprimenti fatti del Teatro, Tcmpj e Pitture …… La testimonianza era importante perché. il Venuti, «soggetto  letterato e che ha molte cognizioni», fu il primo soprintendente alla Biblioteca e al Museo e partecipò attivamente agli scavi almeno fino al 1740.

Interessanti soprattutto le osservazioni sul teatro. Carlo III gli chiese un giorno – egli narra – la spiegazione delle lettere MAMM…VIR …TII … incise in un frammento  d’archetrave  ripescalo in un pozzo di Resina. Avendo allora in mente il passo di Dione intorno alla distruzione di Ercolano e del suo teatro, il  Venuti ipotizzò” poteva essere per l”appunto la memoria del teatro di Ercolano già rovinato, giacché, vedendovi il nome di un duumviro ed un TH mutilato, non gli parve improbabile che potesse dire THEATRUM. Per assicurare maggiormenle il sovrano, egli scese subito nel pozzo e fece eseguire uno scavo in un’alt.ra direzione. Vennero alla luce alcuni gradini di travertino, poi ancora altri tratti di trevertino, ed egli riconobbe esse quelli i gradini del teatro.
Successivamente furono ritrovali i frammenti dell’architrave mancanti, e si seppe allora che il teatro era stato edificalo o restaurato, in epoca romana. a spese di Lucio Annio Mammiano Rufo, dall’architetto Numisio: L. ANNIUS L.F. MAMMIANUS RUFUS Il VlR QUINQ. – THBATR. ORCH. S.P. NUMISIUS P.E -ARCH…

“Vicino a tale Iscrizione, che si cavò il dì Il Dicembre 1738 vennero fuori similmenle frammenti di gran Cavalli di bronzo indorati,
uno de’ quali nel cadere aveva il colpo dalla percossa così bene rientrato nel concavo, che pareva fosse solo lo sua metà: indi si ritrovarono i frammenti del carro, o sia Biga appartenente ai medesimi Cavalli colla sua ruota intiera, il lutto di bronzo stato già indorato, lalché io credei, che le due grlln porte del Teatro sopra i scrini architravi Fossero state da tali grandissimi Cavalli. e bighe adornate, appunto come si vedono gli Archi trionfali nclle Medaglie. Nè dubito punto, che dall’effigie delle teste delle Statue Equestri si sariano polute figurare le persone, o gli Imperatori rappresentali. se quelle non fossero mancate:
onde col torso della prima Statua Equestre, che fu giudicato inutile, fu preso l’espediente da chi dirigeva gli affari in quel tempo di formarne due grandIssimi Medaglioni con due comici di bronzo dell’altezza di circa due braccia con i ritratti delle Maestà del Re, e della Regina.

Ritornato poi più volte in quel pozzo si cominciò circolarmente a levare il terreno formando vie cunicolari, tanto sotto, che sopra la fabbrica di quel Teatro, che osservai inalzato al di fuori sopra vari equidi, stanti pilastri, formati di manoni. ed ornati con comici di marmo, ed intonacati con calcina variamente colorita, in parte roua come il colore del diaspro, e in parte nera, e lucente a somiglianza della vernice della China. Finalmente si videro le scale interiori. che pervenivano a i loro vomitorj corrispondenti, ed i gradini, ave sedevano i spettatori, talch6 grandissima speranza io concepii, che intorno intorno al di sopra, o in piedi, o cadute al basso bellissima SI’1tlle si dovessero ritrovare.
Nè vano parve, che dovesse essere il mio prognostico, poichè si andavano giornalmente cavando in quell’anno moltissimi frammenti di marmo, cioè gran capilelli bellissimi d’ordine corintio, e altri piccoli di rosso antico gentilissimamente scolpiti, e varie incrostature di Africano, di serpentino. di giallo Mtico, e cipollino d’Egitto, frammenti di comiciolli, cornici, e architravi di oltimo guslo. e di perfetto lavoro.

ricostruzione

Scoperti per lanto i gradi illtieri del Teatro .per molto spazio, si ritrovarono fino al numero di diciotto, tra quali si videro alcun; più bassi in linea retla, che serrvirono di scala corrispondente a i vomitori, e alle scale interiori dell’Edifizio; saliti poi i detti diciotto gradi ritrovossi un piano ricorrente intorno a i medesimi, che io riconobbi essere la precinzione sopra: della quale alui gradi vi sono per arrivare alla seconda. Quella precinzione intorno in buona parte spianata dal soprastante terreno fece giudicare quel Teatro colla sua orchestra, o cavea essere di circa 60 palmi di diametro, essendo quella tutta coperta, ed impiallacciata da più sorti di manni Africani, Greci e di Egitto, tossi, e gialli amichi. agate fiorile, ed altri marmiassai rari. In una relaazione MSS di me vedUla si danno queste misure del Teatro, non so per altro quanto vere: dicesi che ha 290 piedi di circooferenza esteriore fino alla scena, o  pulpito essere di circa 75 piedi  di larghezza  ed averne soli 30 di profondità.

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

La prima ferrovia spaventò i contadini resinesi
luglio 11, 2014
0
Storia.

La Napoli-Portici fu la prima linea ferroviaria costruita in Italia. Il giorno della sua inaugurazione, il 3 ottobre 1839, era costituita da un unico binario che si snodava per 7,250 chilometri. La costruzione venne fortemente voluta da Ferdinando II di Borbone per dimostrare l’importanza del Regno delle Due Sicilie e per apparire, allo stesso tempo, un sovrano illuminato ed aperto al progresso. Ferdinando IINel 1836 venne firmata una Convenzione con cui si concedeva all’ingegner Armando Giuseppe Bayard de la Vingtrie, la concessione per la costruzione in quattro anni di una linea ferroviaria da Napoli a Nocera Inferiore con la priorità per il tratto fino a Granatello di Portici. L’anno seguente venne costituita a Parigi una Società in nome collettivo e una in accomandita per gli azionisti . Al momento fatidico, alle ore 10 del 3 ottobre del 1839, alla presenza del re Ferdinando e delle più alte cariche dello Stato, la partenza del primo treno composto da una locomotiva di costruzione Longridge e da otto vagoni. Il percorso venne compiuto in nove minuti e mezzo tra ali di gente stupita e festante. La locomotiva che trainava il treno era stata battezzata “Vesuvio”. Nei successivi quaranta giorni ben 85759 passeggeri usufruirono della ferrovia. Il pittore di corte Salvatore Fergola immortalò gli avvenimenti nei suoi celebri dipinti. Il 1 agosto 1842 veniva inaugurato il tronco successivo fino a Castellammare e due anni dopo, nel 1844, la diramazione per Pompei, Angri, Pagani e Nocera Inferiore. Illustri ospiti provarono la nuova invenzione tra cui il Papa Pio IX che l’8 settembre 1849 salì per la prima volta a Napoli su di un treno insieme al Re di Napoli Ferdinando. Il convoglio reale fu condotto personalmente dall’ing. Bayard. Pio IX scese entusiasta dal treno esprimendo ai presenti la volontà di realizzarne anche nello Stato Pontificio.

Le prime locomotive

Il progetto della Napoli – Portici si poteva ben definire internazionale: la progettazione della linea era francese, le locomotive, di rodiggio 1 A 1, giunsero dall’Inghilterra ed erano costruite sul modello delle prime progettate da George e Robert Stephenson, il resto dei materiali rotabili era invece stato costruito in Italia (il ferro delle rotaie proveniva dalla Vallata dello Stilaro). La locomotiva “Vesuvio” era di fabbricazione inglese, costruita dalla Longridge e Co. di Newcastle pesava 13 tonnellate e sviluppava una potenza di 65 CV alla velocità di 50 Km/ora. La caldaia era fasciata da liste di legno pregiato tenute insieme da quattro cerchiature in ottone. Il tender a due assi trasportava sia l’acqua che il carbone.
 
Questa grande storia di innovazione tecnologica  nel Regno delle Due Sicilie non ha mai sottolineato il punto di vista della popolazione meno abbienta dell’epoca ovvero la stragrande maggioranza del popolo per lo piu’ contadini ed artigiani.
Questo aneddoto è stato tramandato per circa 3 generazioni nella famiglia Buonincontro, storica famiglia resinese originaria di Via Canalone, e la testimonianza fu raccontata dal sig. Nicola Buonincontro (nato nel 1861 circa) al suo nipote Nicola  all’incirca verso la fine degli anni 20 del 900.
 
Il testimone dell’evento  sig. Luigi Buonincontro, bis-nonno del sig. Nicola,  resinese nato all’incirca nel 1830 fu testimone diretto dell’accaduto ed i fatti andarono piu’ o meno così :
 
“Quel fatidico giovedì 3 ottobre 1839 ci fu grande clamore nei paesi vesuviani per questa famosa inaugurazione della ferrovia Napoli-Portici, ed anche per coloro i quali poco importava di questa innovazione tecnologica, comunque, spinti da curiosità  di cosa rappresentasse tale evento, si riversarono in massa verso il Granatello attraversando probabilmente via Cuparella per poi scendere via Cecere fino all’attuale Piazza San Pasquale dove era ubicata la stazione ferrioviaria.
Fergola,_Salvatore_The_Inauguration_of_the_Naples_-_Portici_Railway,_1840
 
La folla era immensa e variegata di nobili, tenutari, notabili, giornalisti e moltissimi contadini.
Quando all’arrivo del convoglio, questi ultimi sentirono il rumore della locomotiva e videro sbucare dalla curva questro mostro di ferro che fischiava e sbuffava tutto quel fumo, gli stessi rimasero talmente colpiti ed impressionati che quasi tutti scapparono talmente spaventati che per giorni non riuscirono a spiegarsi cosa avessero visto e come era possibile che un qualcosa di così imponente, di non animato o non trainato da animali,  potesse muoversi ed oltretutto trasportare altre persone come loro.”
 
 
Fonte Nicola Buonincontro (Resina, 1927 – Ercolano,2007).
Memoria raccontata del suo bis-nonno Luigi Buoincontro.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

De Cicala, De Zolfo e Gavitella, tartassati resinesi
luglio 9, 2014
0
Pagine da articoli_ercolano_profili_V

Cesorius de Cicala, Petrus de Zolfo e Ligorius Gavitella sono i nomi dei primi nostri progenilori di cui si abbia conoscenza, registrati in un documento ufficiale del periodo angioino.
Da una carta del 1268 apprendiamo infatti che questi personaggi figuravano tra coloro che furono richiamali (da qui illennine  revocati») a Resina per molivi fiscali.

Le cose stavano in questi termini: ..Le tassazioni per i vari casali venivano stabilite, in base alla popolazione. dai funzionari della
Magna Curia: quindi, venivano comunicale alle rispeltive Università (consigli comunali dei vari paesi). Le Università. a loro volta, assegnavano i contributi dei vari abitanti del paese, tenendo conto del nucleo familiare, delle possibilità economiche e di altre opportune considerationi. A volte avveniva che qualche abilante del casale fuggisse dal suo paese: in genere. Tali fughe si verificavano per la impossibilità di pagare la tassa assegnala dalla Università, dalla la cattiva annata per i contadini, o la insufficienza degli affari per i commercianti, eccetera. III simili casi, gli allri abitanli restati al loro posto dovevano aumentare il loro contribulo per raggiungere la quota stabilita dalla Magna Curia. E’ logico che tale faccellda fosse piuttosto spiacevole: più aumcntava il numero dei fuggitivi, più aumentava l’importo della tassa per chi rimaneva. Alle lamentele dei vari abitanti e delle stesse Uni”erllità, il governo cenlrale rispondeva con leggi chee obbligavano i fuggitivi a rilornare alloro paese (e, quindi, a pagare le
tasse): i fuggitivi costretti a lornare al loro paese di origine erano detti, appunto, «revocati» (richiamati). E non sempre era facile rinracciare e riportare a casa i poveri fuggiaschi (i quali per lo più si mettevano al servizio di grandi ecclesiastici, vescovi o abbati, oppure di nobili feudatari o di cavalieri e di militari). Accanto ai «revocati» troviamo, nello stesso periodo di tempo. gli «scamparari» (deni anche «excomparati..). Non è chiaro il significato di tale parola: forse si tratlava di antichi famigli (servi, quasi schiavi di ricche famiglie feudaIi o ecclesiastiche) lasciati liberi dai loro padroni e quindi costretti a contribuire al pagamento delle tasse, insieme ai revocati e agli altri cittadini.

Naturalmente, succedevano degli imbrogli, i casali desidcravano assicurati il maggior numero possibile di revocati e di scomparali (e la ragione si capisce); i revocali e gli scomparati, a loro volta, preferivano pagare le tasse assieme ai cittadini di gruppi meno gravati dal peso delle tasse (ossia di quelli Ira i quali meno numerose erano state le fughe). I tribunali si dovevano, perciò, occupare di stabilire conecnezza le varie comunità a cui dovevano essere aggregati, per il pagamento delle tasse, i diversi revocati.

Giacché le tasse erano in rappono con la popolazione di ciascun casale, vien fatto di chiedersi quale fosse il numero degli abitanti di Resina, numero che per il 1286 il Carotenuto fissa tra le 113 e 136 unità (2): un dato veramente esiguo, che pero subisce delle variazioni se si considera che non tutti pagavano le tasse:

«Ne erano esenti gli ecclesiastici e taluni “per vizio del re O della Curia”: naturalmente, gli esenti non entravano nel conto delle tasse (e, quindi c’è anche un fattore che resta del tutto irraggiungibile). Aggiungerei anche quelle persone di fatica, senza famiglia e senza casa, che si arrangiavano come potevano, lavorando all’apeno. mangiando come potevano e donnendo ora in una stalla ora in un alleo ricovero di fortuna: gente che viveva quasi come gli animali (magari peggio) senza diritù e senza dignità, desiderosa sollamo di accontentare i «padroni» per poter sopravvivere alla men peggio. l nostrri vecchi ricorderanno ancor.. qualcuno che viveva così fin quasi ai nostri giorni; ma crederei, nel buio periodo che stiamo trattando potevano essere molti quei disgraziati, destinati a non lasciare nessuna traccia di ciò pur avendo contribuito (magari in modo determinante) alla vita del casale»

Grazie invece al loro ruolo di contribuenti, Gavitella e gli altri due nostri concittadini ante litteram hanno lasciato un ceno ricordo del loro passaggio in questa valle di lacrime: parte di lln popolo o plebe che, almeno per quanto riguardava Napoli. era addetta «alle piccole industrie e ai vari mestieri, aggruppati per vie, che già cominciavano a prendere da essi il nome, e strettì in parentele cosi da comindare a divenir cognomi: calzolai, carpentieri. sani, mugnai (cimimulari), fialari, funai. saponari, ferrari e via dicendo…»; gente che viveva in case che avevano di solito due gradi di “membri” (piani), superiori e inferiorì: «La porta principale (regia), .seguita talora da una o più porticine (regiole) introduceva nella corte, dov’era il pozzo, la cisterna (piscina) e il lavatoio (cantharus), con accanto un ono o un onicello. Membri inferiori erano grotte e cellari, dove conservavansi i vasi (organea) di vino e di “greco”. Traversato un atrio o portico, si passava alla scala, o mannorea o pretinea, della anche fabrita, o di legno (scalandrone), terminante al ballatorium, che precedeva i membri superiori, ossia i triclinia da pranzo, i cubicula col lello e il suo corredo (lectistemia), di cui facevan parte la culcitra e il capitale (guanciale), l’indona de pinna o ripieno di lana caprina. A lastrico (ostracatum) soleva essere il pavimento; a tegole, ad assito o a lapillo battuto il tetto . Di finestre non si ha menzione: sicuramente l’aria e la luce entravano pei dossicia (abbaini) e dalle terrazze (solaria), sovrastanti o laterali alla stanza. Sono invece menzionati camminata (anditi) con stationes, il monimen (cesso) e una gamma (?).
Nell’ horreum, sui tetti, si conservava il grano, che con l’orzo, i fasioli e i lupini, sono l’unica materia di alimento di cui resti notizia»

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

‘O Re Ferdinando pe dint’ ‘a cuparella pe saglì Pugliano
luglio 5, 2014
0
ferdinando_ii

Questo straordinario aneddoto storico ci è stato raccontato dal Superiore dell’Arciconfraternita della SS. Trinità il cav. Luigi de Martinis, che ci ricorda quest’episodio legato alla storia dell’Arciconfraternita stessa.

decretoferdinando

La storia andò piu’ o meno così : “..Nell’anno 1850 durante i suoi tanti periodi  trascorsi nella Reggia di Portici, il Re Ferdinando II di Borbone delle due Sicilie, era solito, specie la Domenica, che il sovrano amava recarsi al Santuario di Pugliano attraversando la Via Cuparella, che oggi come allora taglia in maniera trasversale il Bosco di Portici per giungere direttamente in piazza Pugliano.

Durante una di queste domeniche egli, come al solito, giunse in Piazza Pugliano e si avvicinò verso la Reale Arciconfraternita, visto che il Re stesso l’aveva intitolata Reale, e guardando i confratelli all’opera con lavori di restauro (eseguiti da sempre a titolo gratuito) chiese a che punto erano.

Uno dei confratelli ribattè al sovrano che c’era la necessità di inserire due colonne nel corpo centrale dell’altare ed il Re ordindò motu proprio che le due colonne fossero prelevate dal deposito Reale degli scavi dell’antica Ercolano in segno di dono del sovrano…

 

 

Luigi de Martinis
Superiore della Reale Arciconfraternita della SS Trinità

 

 arciconfraternita

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.