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Mario Carotenuto, un suo ricordo
giugno 27, 2014
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copertina

Verso la fine del  2012 è venuto a mancare il  prof. Mario Carotenuto, illustre ercolanese che, con i suoi scritti, ha dato lustro alla nostra Cittj, trasferendo nei suoi libri le conoscenze acquisite, i personaggi, le storie, gli ambienti di un passato remoto e recente.

Tra le opere letterarie del prof. Carotenuto brillano i vorolurni dedicati alla storia ed alle tiadizioni della nostra Città .tra i quali: “Ercolano
attraverso i secoli”, “Ercolano e il Vesuvio – Luoghi, tradizioni, vicende’: “Storia di Ercohno’: “La costa vesuviana nelle cartoline d’epoca” e ” Tra il Vesuviio e il mare “Luoghi, persone e tradizioni” dalle Sue opere traspaiono la sensibiliti, lo spirito di osservazione e l’amore per h propria Città e per la provincia Vesuviana. Il prof. Carotenuto ha dedicato h propria vita alla ricerca storiografica, alla raccolta di dati, di foto, trasmettendo ai posteri la storia delle cittadine che amò.

Queila di Mario Carotenuto fu una vita semplice e produttiva  avendo Egli dato alle stampe oltre trenta pubblicazioni. Cuore nobile e caritatevole fece della sua esistenza un conitnuo impegno.
La “Terra santa” di Pugliano ed il terreno di gioco dell’oratorio salesiano San Domenico Savio di Resina illuminarono la sua giovinezza. Di tutto nel suo cuore fece prevalere l’amore ed il rispetto per le classi piu’ deboli. Andato  in pensione dalla scuola che onorò con dedidione e professionalità, fece dono della sua liquidaziome, oltre 50 milioni di lire, all’oratorio San Domenico Savio che aveva visto i suoi anni migliori della giovinezza.
Mario Carotenuto dopo ‘Ercolanoattraverso  i secoli’,  continuò le sue ricerche sulla cittadina vesuviana con ‘Da Resina ad Ercolano’.   ‘Da Resina ad Ercolano’ edito allora dalla “Pro Ercolano”, che ebbe come Presidente Antonio Zefiro, Per noi ‘Da Resina ad Ercolano’ è un’opera complementare a ‘Ercolano attraverso i secoli’, di cui ricordiamo alcuni capitoli fondamentali, tra i quali il Vesuvio, l’origine di Resina, Ercolano classica e Resina medjevale, I’università, I’estaurita, le castellanie, le capitanie, la storia degli scavi. È sorprendente, perciò, che Carotenuto nella nuova opera non accenni mai, neanche nella bibliografia, alla sua prima fatica,  un’opera – avevamo scritto – che resterà uno dei momenti più alti della storiografia ercolanese.

Anche Marcello Gigante, nel presentare l’opera, aveva espresso un giudizio lusinghiero: L’ambizione di trattare in modo organico e completo la storia di Ercolano-Resina giustifica la mole del volume che è un’ottima realizzazione anche editoriale. Il modello della scrittura, che non mostra mai sciatteria né oppressione, è quello dell’indimenticabile Amedeo Maiuri; lo stesso apparato erudito è ridotto all’essenziale. L’opera, inoltre, si rivela anche un contributo rilevante per la conoscenza e lo sviluppo turistico di Ercolano.

 

 

Informazioni autore

Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni

Personaggi da ricordare, alcuni nomi
giugno 27, 2014
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cambiotoponimo

Diamo, per concludere, un elenco dei cognomi ercolanesi più diffusi, facendo specifico riferimento a quei personaggi che maggiormente si distinsero nei vari campi.
ACCARDO
Il sacerdote Ciro Accardo ,(1871-1943), più noto come don Ciro ‘e capone, esercitò per molti anni l’ufficio d’economo spirituale nella Chiesa Arcipresbiterale di S. Maria a Pugliano. Lavoratore instancabile, pio e affabile, lasciò una larga eredità di affetti in quanti ebbero ad ammirare in lui lo zelo, la carità e lo spirito di apostolato.
AUSIELLO Luigi Ausiello fu, nel 1875, « Superiore» della R. Arciconfraternita della SS. Trinità. Il rev. Domenico Ausiello, sempre nel 1875, era Presidente dell’Amministrazione della Chiesa di Pugliano. In tempi più vicini a noi, Giacomo Ausiello fu Colonnello della I
Guardia di Finanza.
BELVISO Mons. Raffaele Belviso (1881-1959) ebbe un ingegno assimilatore non comune. Negli studi, compiuti al Seminario di Napoli, riportò al merito otto tra medaglie d’oro e d’argento. Per l’insegnamento al Seminario di Capua fu invitato personalmente dal celebre Card. Capecelatro. Fino al 1929 si dedicò ad un intenso ministero di predicazione; ma non trascurò lo studio, sia nlediante l’insegnamento privato che nella ricerca di documenti del periodo angioino negli Archivi di Stato. Nel 1931 fu nominato Canonico della Cattedrale di Catanzaro ad honorem. Dal 1932 al 1939 passò al Seminario nuovo di Reggio, al Liceo, quando il Seminario regionale si sdoppiò in liceo e teologia.

Espertissimo in materia biblica, nella lingua ebraica e in tutto il vasto campo delle scienze fisiche e matematiche, nelle sue lezioni era di una chiarezza straordinaria.
Eclettico, versatile, in chimica era un v~lente sperimentatore
e sapeva trattare benissimo la tecnica fotografica.•>’ ” Cultore delle belle arti, sapeva infine dipingere e suonare l’arpa
e il violoncello da provetto artista.
BORRELLI
Mons. Pasquale Borrelli (1889-1971), meglio noto come ‘o prèvete
‘e Maresca, fu un sacerdote di grande cultura e di spirito eminentemente pratico.
Zelo, disinteresse, generosità d’animo lo resero sempre disponibile nel servizio di Dio e delle anime. Insegnò per lunghi anni, nelle scuole statali, le materie scientifiche, in cui era versatissimo. Occupò anche la cattedra di mateI
/ matica nel Seminario di Napoli. Si prodigò per assicurare al Clero un trattamento economico più decoroso da parte dello Stato. Fu assiduo ed instancabile nel ministero della confessione e dedicò a lungo le sue cure sacerdotali alla Cappella dell’Immacolata a Via Trentola. Ma il suo nome resterà per sempre legato alla storia della solitaria e poetica Chiesa del SS. Salvatore al Vesuvio, di cui per lunghissimi anni egli fu Cappellano e Rettore. Chiamato a sostituire il defunto sacerdote Francesco Saverio Formisano, nel gennaio del 1931 egli iniziò i lavori di restauro del tempio, che il volgere dei tempi e le vicissitudini storiche avevano ridotto in cattive condizioni. I Superiori ecclesiastici, apprezzandone le grandi qualità umane e sacerdotali e gli innumerevoli meriti, gli ottennero dal S. Padre l’onorificenza di Prelato Domestico.

 BOSSO
Il sacerdote resinese Camillo Bosso fu il primo parroco della chIesetta di S. Maria delle Grazie in Portici, in un periodo in cui quella cittadina dipendeva ancora, per la parte spirituale, dalla parrocchia di S. Maria a Pugliano.
Uomo di grande zelo, il nostro concittadino esercitò il suo mandato tra mille difficoltà.

Il Seicento, infatti, fu un· secolo di eruzioni, terremoti, epidemie, carestie e sommosse.
Nel 1631 si abbatté sulla popolazione di Portici la disastrosa eruzione del Vesuvio, che distrusse ben settanta famiglie del luogo e mandò in rovina la vecchia chiesetta e le « cominciate fabbriche» di una nuova e più grande Chiesa, la cui costruzione era stata promossa per venire incontro alle esigenze spirituàli dei parrocchiani sempre più numerosi.
Nel 1656 scoppiò una furiosa epidemia di peste, che decimò ancora una volta la popolazione affidata alle cure del pio e zelante parroco, il quale mai fece mancare ai suoi figli il conforto della più grande carità cristiana.
Tra le persone beneficiate figurò la riobildonna Anna Carafa, madre dell’ultimo feudatario di Portici, la quale ricevette dalle mani del nostro concittadino il sacramento dell’Estrema Unzione il 24 ottobre 1645.
Colmo di meriti e in gran concetto di santità, don Camillo Bosso, dopo aver tenuto il governo della sua parrocchia···per lunghissimi anni, morì il 17 gennaio 1665. Fu seppellito sotto l’Altare maggiore, e la sua effigie si. conserva ancora oggi nella sagrestia della Chiesa madre di Portici.
Nel 1975, in occasione dei restauri di quel tempio, i suoi resti mortali furono traslati sotto l’altare della Cappella del Cuore di Gesù, dove un’iscrizione tramanda ai porticesi il ricordo del loro primo parroco.

CACCIOTTOLI
L’avv. Andrea Cacciottoli (1846-1913) svolse una lunga e apprezzata milizia politica.
Eletto due volte alla carica di Sindaco di Resina, dal 30 giugno 1896 all’otto luglio 1902 e dal 9 luglio 1902 al 6 gennaio 1903, dovette fronteggiare alcuni tra i più gravi avvenimenti della storia cittadina.
Nel 1898, un moto di piazza scoppiò a Napoli e si estese in provincia. All’agitazione di piazza non fu estranea l’esasperazione del popolo, il quale lamentava la scarsezza del raccolto e la pesante oppressione fiscale. Fu proclamato lo stato d’assedio e il tribunale
militare condannò ben 34 cittadini di Resina.
Eletto deputato provinciale, il periodo del suo nuovo mandato fu ugualmente funestato da una grave calamità naturale. Il 21 settembre 1911 una spaventosa alluvivione isolò Resina dal resto del mondo, provocando lutti e danni incalcolabili. In quella tragica circostanza, il nostro uomo politico si prodigò oltre ogni dire per portare conforto e aiuto alla popolazione atterrita.

CAROTENUTO
Due sono gli esponenti di questo casato che hanno lasciato un ricordo duraturo. Il primo, Aniello Carotenuto, fu tra i prodi che caddero ad Amba Alagi.
Il secondo, prof. Silvestro Carotenuto, fu un ingegno poliedrico. Direttore didattico (nel 1908 diede alle stampe una Storia dell’asilo infantile), scrittore, pittore, uomo politico, seppe farsi valere nei più vari campi.
Redasse la relazione del Comitato di Soccorso alla popolazione di Resina duramente colpita dall’alluvione del 1911.
Scrisse la storia dell’antica Ercolano (I), in cui alla rigorosa precisione dei dati scientifici aggiungeva l’efficacia di uno stile particolarmente incisivo.
Dipinse l’effigie di S. Anna su una tavola di legno compensato, conservata nella Chiesa del SS. Salvatore al Vesuvio. Scrisse un’apprezzata biografia di Galilei (l). Fu, infine, Commissario prefettizio al Comune di Resina dal 17 aprile 1943 al 2 luglio dello stesso anno.

COPPOLA
Il professore Giovambattista Coppola, soprannominato Palatane, fu, nell’Ottocento, un insigne maestro di latino.
Gli avvocati Ugo e Cosmo Coppola e il dottor Salvatore Coppola svolsero attività politica. In particolare, quest’ultimo fu più volte Podestà e Sindaco di Resina.
Ma degno di ricordo è soprattutto il sacerdote Enrico Coppola (1881-1951). Uomo pio, retto, disinteressato, coerente, si fece apprezzare per la sua prudenza nelle varie attività della sua missione sacerdotale, in modo particolare nell’apostolato del confessionile. Vice parroco nella Parrocchia di Tutti i Santi a Napoli (1919-1928), Quarantista nella Cattedrale (1928-1944), fu Rettore per lungo tempo nella Cappella di S. Maria di Loreto in Resina e, infine, Parroco del
S. Cuore al Genovese in Resina (1944-1951).

COZZOLINO Particolarmente numerosa e importante è stata, in ogni tempo, la grande famiglia resinese dei Cozzolino.
Scrive, a questo proposito, Mons. Gioacchino Cozzolino: «Se non la metà, certo un terzo della popolazione di Resina porta questo cognome, e si può essere certi che in qualunque parte del mondo si trovi un Cozzolino, questi discende da famiglia resinese. L’origine di questo cognome si perde nella oscurità dei tempi; in qualche antichissimo documento, e in qualche iscrizione, si legge pure Corxolino o Cozzolini … Verso il mille o poco prima, quando Resina era un paese eminentemente agricolo e dedito alla pastorizia, i Cozzolino possedevano vasti territorii in gran parte messi a pascolo e grandi armenti. Col censo i Cozzolino si resero illustri per una lunghissima, ininterrotta serie, continuata fino ad oggi, di zelanti e dotti sacerdoti, di professionisti esimi, di ottimi e scrupolosi amministratori della cosa pubblica, ed ancora per lasciti destinati ad opere di culto e di beneficenza … Aumentatasi nel corso dei secoli la famiglia Cozzolino e divisa in varii capi, per distinguersi fra loro, al cognome venne aggiunto un agnome … ».

Così si ebbero i Cozzolino di Ampellone, Cani’ a muorto, (aporètano, Cerasiello, Catena, Di Battimo, Don papà, Duchino, Fetecchia, Miezo vico, Morello, Pelliccia, Pezz” e caso, Pentella, Sareiniello, Sbragliella, Trippicella, Tub”e culo, Urzo, Viola e Vierno.
Il primo ed anche il più illustre dei Cozzolino, nonché il più l
I
grande figlio di Resina in assoluto, fu il sacerdote Benedetto Cozzolino (1757-1839), al quale va ascritto il merito dell’apertura, nel Collegio del Salvatore in Napoli, della prima scuola italiana per i sordomuti. Era il 1788. Da allora la benemerita istituzione rimase nell’antico Collegio dei Gesuiti fino al 1819, anno in cui la scuola venne trasferita nel Regio Albergo dei Poveri, e qui assurse in breve tempo a tale celebrità che meritò le lodi non solo della Corte di Napoli, ma anche degli altri Principi d’Italia e delle Corti d’Europa.
Altri due cittadini di Resina, Vito e Gennaro Cozzolino, furono rispettivamente direttore e maestro della scuola dei sordomuti nel ricordato Albergo dei Poveri e qui ricevettero, il 13 settembre 1849, la visita dell’esule Pio IX, che aveva voluto rendersi conto di persona di quella benefica istituzione, la cui fama aveva varcato, come s’è detto, i confini del Regno di Napoli.
In tempi più vicini a noi, Rosario Cozzolino (t1912), della famiglia dei Cerasiéllo, fraterno amico del grande Cardarelli, fu un valentissimo medico-chirurgo, noto per la sua generosità verso malati indigenti.

Un altro noto esponente della prolifica famiglia dei Cozzolino fu Mons. Gioacchino Cozzolino (1868-1943), detto don Gioacchino ‘a cotena. Ordinato sacerdote dal Cardinale Sanfelice il 24 settembre 1892 e nominato parroco di S. Maria a Pugliano dal Cardinale Giuseppe Prisco il 12 luglio 1899, il nostro don Gioacchino svolse per quasi mezzo secolo il suo mandato, organizzando e promuovendo istituzioni religiose e filantropiche. Eletto dal Cardinale Ascalesi Vicario foraneo il 26 gennaio 1926 ed Arciprete nel 1929, fu elevato successivamente alla dignità di Protonotario Apostolico, ad instar partecipantium, il 23 giugno 1938. Tra i tanti meriti da lui acquisiti, va segnalato il restauro del tempio di Pugliano, solennemente consacrato e benedetto dal Card. Ascalesi il 3 agosto 1935. Nipote del precedente fu l’altro sacerdote resinese Michele CozI zolino. Nato il 15 marzo 1905, di mente eletta, di lucido ingegno,I di eloquente parola, fin dagli anni giovanili emerse nel Seminario Arcivescovile, dando pubblici saggi in scienze naturali, in teologia, in cosmogonia mosaica. Nel 1928, ordinato sacerdote, incominciò il s.uo apostolato fondando l’Associazione giovanile di A.C. maschile
S. Francesco d’Assisi, per la quale sacrificò tutto il suo tempo e le sue energie. Nel 1934 nominato vice-parroco, fu il braccio destro ed il valido collaboratore dello zio Arciprete. Oratore fecondo, da vari pulpiti d’Italia sparse con eloquente parola il seme del Vangelo. Professore di Religione per un decennio nel R. Istituto d’Arte di Napoli, seppe infondere nei suoi alunni l’amore per il sapere. Pieno di brio e di giovinezza, mentre nella vigilia dell’Assunzione del 1941 dava prova della sua intensa attività assistendo il Cardinale Ascalesi nella funzione della Cresima a Pugliano, colpito da improvviso malore, rendeva l’anima a Dio, lasciando nello strazio lo zio Arciprete, i genitori, i parenti e !’intera cittadinanza.

L’ultimo rampollo di questa nobile schiatta è Paolo Cozzolino, maresciallo dei carabinieri in pensione, il più noto sommozzatore italiano degli ultimi venti anni, famoso anche fuori d’Italia. Nel corso della sua lunga e brillante carriera, il nostro valoroso concittadino ha lavorato sotto la superficie di laghi e di fiumi; è stato in Spagna ed in Francia, in Svizzera ed in Olanda a recuperare corpi, a identificare relitti, a collaborare a ricerche archeologiche e biologiche; ha conquistato tre medaglie di bronzo al valor civile, una medaglia di bronzo al valor militare, cinque encomi solenni per operazioni condotte sott’acqua; ha ottenuto ancora una medaglia d’oro di benemerenza dal Comune di Ercolano e la medaglia d’oro al valor sportivo della F I P S.
Prima di concludere questa breve e necessariamente incompleta rassegna degli esponenti più qualificati della grande comunità resinese dei Cozzolino, ci piace indirizzare un tributo d’affetto all’ultraottuagenario prof. Ciro Cozzolino (appartenente al ramo dei Duchino). Il nostro concittadino, dopo aver dedicato alla Scuola oltre quarant’anni della sua laboriosa esistenza, è stato insignito dal Capo dello Stato, su proposta delle Autorità scolastiche, del diploma di prima classe con facoltà di fregiarsi di medaglia d’oro.

 D’ANTONIO
Il Servo di Dio Sac. Giuseppe D’Antonio nacque a Resina il 17 giugno 1856. Dal giorno della sua ordinazione fino a quello della morte visse sempre nella Chiesa di S. Maria della Consolaiione. Da sacerdote, Vice-Rettore e Rettore, seppe lavorare in silenzio per la gloria di Dio e per la salv~zza delle anime.· Esercitò le virtù in grado eroico, fu umile, paziente, zelante..
Arricchì il tempio di suppellettili preziose, fece dipingere ad affresco due quadri dietro l’altare maggiore, ordinò la costruzione di un organo pneumatico tubolare con. impianto elettrico per la forza motrice, provvide la chiesa di un impianto elettrico che diede risalto alle decorazioni e alle opere d’arte esistenti, rese più soIlenne il culto a S. Rita da Cascia rivestendo di marmi finissimi l’altare della Santa, riabbellì l’altare di S. Giuseppe con lucido stucco e rivestì di marmo tutta la zoccolatura della Chiesa.
Morì il 27 dicembre del 1925 in concetto di santità. Il suo corpo fu deposto dopo qualche tempo in un angolo del tempio, dove ancora oggi i fedeli si raccolgono in preghiera nel ric’ordo del loro indimenticabile Pastore, che sperano di vedere al più presto elevato alla gloria del Bernini.
Ancora un resinese, Padre Giovancrisostomo D’Antonio dei Frati Minori (1909-1957), ebbe modo di segnalarsi per le sue doti umane e sacerdotali. Fu « Superiore» nei conventi di Scafati, Nocera Inferiore e Sorrento.

DE GREGORIO
Tra il 1863 e la seconda metà degli anni settanta operò nella zona vesuviana una corrente pittorica -la cosiddetta Scuola di Resina i cui fondatori furono Marco De Gregorio, Federico Rossano e Giuseppe De Nittis.
Uno degli artisti più in vista di quella « pittura di avanguardia che si precisava con un’assidua ricerca di sintesi formale a macchia» fu Marco De Gregorio, nato proprio a Resina nel 1829 e morto a Napoli nel 1875.
La vita artistica del nostro concittadino fu, dunque, delle più brevi e si sviluppò prevalentemente negli anni compresi tra il 1865 e il 1875: quel decennio fu, tuttavia, sufficiente perché la critica gli assegnasse un ruolo preminente nell’arte italiana dell’Ottocento. « I momenti più alti ed originali dell’arte di Marco De Gregorio -scrive Paolo Ricci (l) -‘sono quelli nei quali l’artista … raggiunge la perfetta sintesi luce-colore, creando opere quali la Veduta di Portici di Capodimonte, il grande paesaggio della collezione Vecchione e La Favorita, della raccolta Portolano; opere stupende per la purezza cromatica e per il modo, sereno ma umoroso, di riscoprire certi caratteri remoti, antichi del paesaggio campano. Si è parlato, a proposito dell’opera del De Gregorio, di toscanismo e di vezzo quattrocentista (quasi che il nostro artista si fosse appropriato dei modi espressivi di un Silvestro Lega).

A noi sembra invece che l’originalità di quella pittura risieda proprio nel mantenersi fedele ai modi particolari dell’arte campana: alla tradizione viva, il1somma, del vedutismo; risalente non solo al Palizzi e al Gigante, ma ancora più indietro: fino a Micco Spadaro ». Una figura di religiosa « che s’identifica con una larga fetta di storia resinese» fu, invece, Suor Ernesta De Gregorio (1885-1976), Superiora e Direttrice per quasi un cinquantennio dell’Orfanotrofio Gemma Dell’Aquila. L’assistenza alle orfane, la direzione delle scuole interne e l’insegnamento nelle elementari furono le sue precipue attività. Particolarmente meritevole il suo impegno nel dopoguerra, quando riuscì ad ottenere dalle Autorità larghe sovvenzioni per l’ampliamento dell’Orfanotrofio, ivi compresi una nuova ed artistica cappella, vasti laboratori con adeguata attrezzatura, dormitori, locali per le scuole. Maestra incomparabile di numerosissimi alunni, molti dei quali sono ora stimati professionisti, lasciò un largo rimpianto in quanti la conobbero e la stimarono.

FIENGO

Al pari dei Cozzolino, i Fiengo di Resina furono sempre numerosi e qualificati.
Francesco Fiengo fu Parroco di S. Maria a Pugliano dal 1677 al 1684.
Il sac. Giuseppe Fiengo (1869-1936), dottore in teologia, fu Padre spirituale della Congrega di S. Luigi e per molti anni Assessore alla Pubblica Istruzione di Resina.
Un altro sacerdote, Vincenzo Fiengo (1876-1937), fu Ebdomadario di S. Giovanni Maggiore in Napoli, Padre Spirituale della R. Arciconfraternita della SS. Trinità di Resina e fondatore della locale Pia Associazione dell’Opera del Suffragio.
Ma forse la figura più eletta di sacerdote e di artista fu quella di don Luigi Fiengo (1896-1951). Allievo dell’Istituto di Belle Arti di Napoli, si diplomò nel 1919 con lusinghiera votazione e insegnò per diversi anni disegno e plastica nelle scuole diurne e serali di Resina. Era un ottimo pennello e un migliore scalpello. Egli s’impose talmente con la sua valentia artistica, che il nostro CQPlune gli affidò la costruzione del Monumento al Milite Ignoto~’ L’opera, un vero capolavoro, fu realizzata nel 1926 e donata allo stesso Comune. La statua in bronzo -raffigurante un soldato morente (che ricordava all’autore il fratello Vincenzo, morto a Tolmino nella prima guerra mondiale) -è attualmente parte integrante del Monumento ai Caduti sito in Piazza Trieste.
Ma non si limitarono alla valentia artistica i meriti del Nostro. Ordinato sacerdote nel 1933, egli vagheggiò di fondare a Resina un Ospizio, ove potessero trovare alloggio e cura i poveri e i vecchi abbandonati. Dopo molte avversità, con la benedizione e l’incoraggiamento del Cardinale Ascalesi, la sua Opera ebbe inizio e andò avanti. Ma le prove che si erano andate moltiplicando prostrarono il suo già debole fisico. Affranto dalle sofferenze, dalle preoccupazioni e dal lavoro, morì prematuramente, donando l’Opera da lui fondata (la Charitas Christi, sita al Corso Resina n. 239) alle Figlie di Nostra Signora del S. Cuore.

Un altro nostro concittadino, l’avv. Vincenzo Fiengo, merita un particolare ricordo. Divenuto prefetto di Zara, fu trucidato nel 1943 dai partigiani slavi.
Una nobile figura di educatrice fu infine la signorin~ ‘Raffaellina Fiengo (1903-1964). Per oltre quaran’anni dedicò tutte le sue energie all’educazione eucaristica dei bambini e all’insegnamento catechistico. Attivissima, sempre pronta e presente a tutte le manifestazioni di pietà, fu infaticabile zelatrice dei Paggi del SS. Sacramento di Pugliano e guida della Schola cantorum, ovunque lasciando l’orma della sua instancabile attività apostolica.

FORMISANO

Il sacerdote Modestino Formisano (1871-1959) non può essere dimenticato facilmente. Dall’inizio del suo sacerdozio fu Cappellano nella Chiesa di S. Maria della Consolazione e collaboratore del Servo di Dio D. Giuseppe D’Antonio, al quale successe come Rettore fino a quando la Chiesa non fu eretta a Parrocchia. Passò, allora, come Cappellano presso le Suore dell’Addolorata al ritiro Correale e, durante la guerra, si stabilì definitivamente a Pugliano, prestando con zelo la sua opera sacerdotale. Predilesse gli studi liturgici, curò il decoro del tempio, raccolse con appassionato amore le reliquie dei Santi e ne curò il culto. Diede ovunque mirabile esempio di equilibrio morale, di somma prudenza, di signorilità di modi.

GAUDINO

La presenza di questo cognome è attestata in un documento che risale fino al lontano 1375. Ad esso fa riferimento una cinquecentesca lapide murata sotto il porticato della Chiesa di Pugliano. In tempi più vicini a noi, precisamente nel novembre del 1880, il Vicario Foraneo don Vincenzo Gaudino progettò !’istituzione di un orfanotrofio a Resina. Offrì allo scopo una sua proprietà e l’affidò alle cure materne di alcune suore. L’orfanotrofio, che prese il nome dal suo oblatore, ha svolto in tutti questi anni un’intensa azione educativa e assistenziale e recentemente ha celebrato il primo centenario della sua istituzione. L’avv. Vincenzo Gaudino (1883-1965) fu per oltre quarant’anni uno dei più apprezzati e prolifici collaboratori del Bollettino parrocchiale di S. Maria a Pugliano. Da ricordare, in particolare, le sue « Passeggiate ercolanesi», con le quali propose ed illustrò ai suoi concittadini aspetti spesso inediti della storia di Resina.

L’ultimo discendente di questa antica famiglia è il Cav. Gennaro Gaudino, che nel culto degli antenati e delle tradizioni locali trascorre a Ercolano gli anni operosi della sua vita.
GUARRACINO

Il geom. Ferdinando Guarracino (1884-1971) fu Assessore ai lavori pubblici, al macello, al cimitero e alle guardie campestri nel periodo compreso tra il 1921 e il 1925. Ma la sua notorietà è dovuta al fatto di essere stato per circa trent’anni Amministratore dell’Orfanotrofio Gemma dell’Aquila e, soprattutto, Consulente tecnico e amministrativo della Parrocchia di S. Maria a Pugliano.
Assiduo collaboratore del Bollettino di Pugliano, scrisse una doviziosa e apprezzata serie di articoli sulla storia di Resina, della quale illustrò gli aspetti storici, artistici e paesaggistici.

IODICE
Antonio Iodice (1866-1952) fu Primo Presidente della Suprema Corte di Cassazione, Maestro insuperato di diritto e giurista di fama mondiale. Per
primo, in Italia, affermò essere l’usura un reato punibile. Altro suo primato fu quello di essersi per primo saputo avvalere, nell’istruttoria di un importante processo, della collaborazione di un consulente tecnico, e precisamente, nella fattispecie, d’un valorosissimo psichiatra. Il che via via concorse a diffondere nella nostra penisola il senso di una giustizia più umana e a tramutare ·le vecchie prigioni in vere e proprie cliniche o case di recupero e di bonifica morale.
In occasione del XII Congresso Nazionale di Filosofia, nella Chiesa dei Girolamini, commemorò G. B. Vico e poi diede alle stampe un luminoso libro dal titolo: «L’idea religiosa di G. B. Vico» (Napoli, 1937).
La luce di quest’uomo eccezionale brillò vivissima anche nel campo della Fede. Egli fu, sin dall’inizio, a fianco di Bartolo Longo quando il novello Beato ideò la sua grande e geniale opera di educare i figli dei carcerati. Affiancandone l’iniziativa, egli fondò « L’Opera Amici dei Piccoli Carcerati» e portò da quaranta a quattro· cento le orfanelle del ricordato « Gemma Dell’Aquila Visconti ».
Quanto a pietà individuale, la sua vita fu di una rettitudine esemplare. Iscritto al Terzo Ordine Francescano, egli si avvicinava ai Sacramenti ogni giorno.
Fu testimone, nelle varie cause di beatificazione, delle virtù eroiche di Pio X (del quale vantava l’amicizia), dello stesso Bartolo Longo e del santo medico Giuseppe Moscati.

Schivo, modesto, rifiutò la carica di Senatore proposta da Vittorio Emanuele III, per raccomandare solo che si aiutasse una certa istituzione religiosa.
Alla sua morte, gli fu apposta una lapide sul frontone della sua villa, in Via Alessandro Rossi (già Pini d’Arena) n. 44. Altre lapidi gli furono consacrate a Pompei e nella Chiesa di S. Maria Visitapoveri a Napoli.
Ma forse la più grande dimostrazione d’affetto al grande giurista è testimoniata dalla « Pia Opera Prof. Antonio Jodice », con la quale gli amici e gli allievi dell’illustre scomparso propagandano, fin dal 1953, lo spirito di S. Francesco tra i professionisti, alimentano la stampa redatta nei conventi, visitano gli infermi e suffragano l’anima dei morti.

 IOVINO
Il colonnello dei carabinieri Dante lovino (1912-1961), Medaglia d’oro al valor militare, è una delle figure più fulgide della storia di Resina.
Allievo di quel professor Guglielmo Romano che fu maestro di civiche virtù per intere generazioni di resinesi, il nostro concittadino mostrò fin da giovane un carattere « esuberante, nobile, retto ».
Laureato in legge, fu capitano nella spedizione di Spagna, dove fu ripetutamente ferito e decorato.
Scoppiato il secondo conflitto mondiale, partì volontario per il fronte russo e qui ebbe modo di segnalarsi per innumerevoli episodi di valore, conquistando sul campo altre medaglie e decorazioni.
Fatto prigioniero nel 1942, venne « trattato da criminale, processato, seviziato, tradotto nei più orridi campi di concentramento, sottoposto ai lavori forzati, in lunga e crudele prigionia di dieci anni », Di quelle tristi e dolorose peripezie e dell’eccezionale spirito di sopportazione che affondava le radici in una grande fede religiosa, avrebbe poi parlato un altro prigioniero di guerra in Russia, Padre Giovanni Brevi, nel libro Russia 1942-43,
Ritornato in Italia dopo dodici anni di assenza, chiese di continuare il servizio nell’arma della «Benemerita ». Prestò la sua opera a Napoli, La Spezia, Pavia e Milano e per i suoi alti meriti fu promosso Colonnello.
Tuttavia, le sofferenze patite nella lunga e tormentosa prigionia avevano minato il suo fisico. Stroncato da un attacco cardiaco, morì il 4 aprile 1961. Ma il suo ricordo è ancora vivo in quanti ebbero modo di conoscerlo e di apprezzarne le elevate doti di mente e di cuore.

Scrive Padre Agostino Falanga (5): «Non si può leggere il profilo della sua vita senza commozione. Gli alti ufficiali che hanno parlato di lui, hanno esaltato la sua fede, il suo eroismo, la sua dedizione. La sua memoria non deve cadere sotto la polvere del  tempo: nell’oblio. Resina gli ha dedicato un edificio scolastico e una lapide. Davanti al suo monumento vanno ripetuti i versi di Simonide: Ara è la tomba e lode il rito funebre -ed oltre il pianto la memoria dura ».
MARINO
Il sacerdote Gioacchino Marino (1877-1949), laureato in teologia, fu un appassionato studioso delle origini storiche del nostro paese e del Santuario di Pugliano (storia che dettagliatamente descrisse sul Bollettino parrocchiale iniziato nel 1929 per opera del ricordato Mons. Cozzolino, di cui il Marino fu il più valido collaboratore).
Nominato Vicario Economo di S. Maria a Pugliano nel 1943 e Vicario Foraneo di Resina nel 1944, esercitò queste cariche con dignità
e prudenza. Era il primo ad andare in chiesa al mattino e l’ultimo ad uscirne. Durante la sua gestione e col concorso dei fedeli, restaurò la Cappella del Crocifisso e quella di S. Filippo Neri.
La sua subitanea scomparsa colpì profondamente il clero e il popolo di Resina, che ancora oggi lo ricordano con nostalgia ed affetto.

NEGRO
Alfonso Negro: un nome che evoca mille episodi, mille immagini e mille ricoI1di; una vita vissuta da protagonista nei campi dello sport, della professione medica e dell’amministrazione della cosa pubblica; un curriculum che pochi al mondo possono vantare.
Il nostro personaggio cominciò a farsi conoscere dalle folle del Sud nel 1934 allorché, diciannovenne centravanti del Catanzaro, risultò con 27 goals il capocannoniere del campionato di serie B.
Le sue doti di fromboliere scelto non sfuggirono agli attenti osservatori della massima divisione calcistica, tra i quali gli inviati della Fiorentina che -seguendo le direttive del loro Presidente, !’indimenticabile Marchese Ridolfi -si affrettarono ad acquistarlo per la cifra, allora ritenuta folle, di 40 mila lire.
A Firenze il giovane attaccante visse gli anni più belli della sua vita. Stimato dai compagni e rispettato dagli avversari, si fece particolarmente apprezzare per il suo gioco maschio ed acrobatico. È di quel periodo l’amicizia con i più celebrati campioni dell’epoca: da Meazza a Piola, da Ferraris ad Orsi, da Monzeglio ad Andreolo.
Il magic moment della sua carriera coincise con H trionfo della squadra azzurra alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Chiamato dal Commissario tecnico Vittorio Pozzo a far parte della rappresentativa nazionale, Negro segnò un memorabile goal neHa partita di semifinale contro la Norvegia. Ricordiamo gli eroi di quell’esaltante impresa: Venturini, Foni, Rava, Baldo, Piccini, Locatelli, Frossi, Marchini, Bertoni I, Biagi, Negro.
Il nostro olimpionico, al pari degli altri trionfatori di Berlino, ebbe accoglienze entusiastiche in Italia: tra l’altro, fu ricevuto dal Capo del Governo ed insignito di medaglia d’oro.
Nella stagione 1938-39 passò al Napoli, dove trovò un altro giocatore di purissima classe, quell’Italo Romagnoli col quale i dirigenti partenopei speravano di formare un’irresistibile coppia di realizzatori. Ecco lo schieramento di quell’anno: Sentimenti II, Fenoglio, Castello, Prato, Piccini, Riccardi, Mian, Romagnoli, Negro, Rocco, Venditto.

Nel 1940, anno della laurea in medicina, fu però costretto a sospendere l’attività agonistica. In Europa infuriava la guerra e I l’Italia, che fino a quel momento era riuscita a tenersi fuori della
/
mischia, fu a sua volta coinvolta nell’immane conflitto.
Inviato ‘sul fronte greco-albanese col grado di tenente medico, prima nel 37° Battaglione mortai deHa Divisione Modena e poi negli ospedali da campo n. 209 di Giannina (Albania) e n. 316 di Atene, seppe farsi valere per le sue qualità professionali e per una forte carica di simpa.tia.
Gli anni·-“trascorsi in Grecia rivelarono le sue eccellenti capacità organizzat~e: invitato dal Comando Supremo delle truppe di occupazione ad aHestire manifestazioni sportive per i soldati, organizzò un incontro di rappresentative militari tra l’Italia e la Germania (match conclusosi con la vittoria della prima per 4-0) e una piccola Olimpiade nella culla stessa degli antichi giochi, Olimpia.
Dall’ottobre del 1943 fino allo stesso mese del 1945 esercitò la professione in Piazza S. Maria degli Angeli, a Pizzofalcone, tra difficoltà di ogni genere. Ancora giovane, aveva appeso le classiche scarpette al chiodo, e gli anni dei trionfi sportivi sembravano, ahimè, tanto lontani.
Ma c’era chi si ricordava ancora di lui. Un giorno, uscendo dal Policlinico di Napoli, incontrò due studenti in medicina di Resina, Gaetano Russo (futuro Consigliere Provinciale) e Domenico Cataldo, che lo invitarono a giocare nell’Ercolanese.
Il nostro campione accettò. Ebbe così inizio il periodo più glorioso della storia dell’Ercolanese: come giocatore-allenatore prima, e poi come semplice trainer, Negro fece vincere alla squadra due campionati di I Divisione, uno di Promozione e due titoli di campione campano di Promozione.
I meno giovani ricordano ancora lo straordinario clima di euforia creatosi in quegli anni intorno al nostro team, che passava di trionfo in trionfo su tutti i campi del Sud. Memorabili restano le sconfitte inflitte alla Nocerina, all’AveHino, al Benevento, alla Cavese, alla Paganese, all’Angri, alla Battipagliese (che subì un terrificante 14-1) ed al Cral Cirio. E, ancora oggi, i nomi di quei giocatori che fecero grande l’Ercolanese sono presenti nel ricordo di tanti: Guardavaccaro, Leopardi, Volpini, Diani, Barbieri, Angrisani, Vitale, De Maria, Romagnoli, Criscuolo, Liguori.
Il 1952 segnò una svolta importante nella vita del Nostro. Su invito del Sindaco Ciro Buonaiuto, presentò la sua candidatura al Consiglio comunale di Resina, risultando eletto con moltissimi suffragi nelle fila della Democrazia Cristiana.
Amministratore oculato e disinteressato, ha ricoperto più volte -fino al 1975 -la carica di assessore anziano, legando il suo nome alle più importanti conquiste della nostra città.
Grazie al suo entusiasmo, Resina ha ottenuto il nuovo stadio, il Consultorio familiare e il sospirato cambio di denominazione in Ercolano (per il quale -neHa sua qualità di Assessore allo Sport e Turismo -lesse la Relazione introduttiva nella storica tornata del 21 ottobre 1967).

Ma, quel che più conta, ha dato un contributo pressoché deI
l
cisivo alla valorizzazione del patrimonio artistico e culturale del nostro Comune, favorendo la Costituzione dell’« Ente Ville Vesuviane del Settecento» (di cui è Vice-Presidente dal 1971). E se oggi la vanvitelliana Villa Campolieto può offrire al mondo la visione di un capolavoro finalmente restaurato, di ciò si deve ringraziare non poco Alfonso Negro, che ha dovuto operare in un ambiente non sempre sensibile ai valori della cultura, oltre che superare ostacoli di varia natura.
La riapertura del celebre complesso settecentesco si può ben definire il “fiore all’occhiello” del nostro impareggiabile personaggio,
che -peraltro -ha al suo attivo molte altre benemerenze.
Negro, infatti, è stato l’unico calciatore di fama internazionale ad aver conseguito non solo la laurea in medicina, ma anche la specializzazione in Igiene pratica (nel 1941) e in Ostetricia e Ginecologia (nel 1950). Grazie a questi requisiti, dal 1978 è Direttore e
Primario della Clinica “Villa Maria” di Vico Equense.

Nel 1948 è stato nominato, primo in Italia, Commendatore al Merito della Repubblica.
Vice-Presidente dell’Associazione « Medaglie d’oro al valore atletico », nonché dell’Associazione «Azzurri d’Italia» (che più volte ha ospitato nella nostra città), è conosciuto in tutti gli ambienti sportivi, in Italia e all’estero.
Dal 1980 è, infine, Consigliere dell’« Associazione Italiana per il Mezzogiorno », ente culturale che si propone di valorizzare i beni culturali delle regioni meridionali.
Questo è dunque lo strepitoso curriculum vitae di Alfonso Negro, un personaggio che tuttavia ha ancora molte frecce al suo arco (che spera di scoccare in direzione della piena rinascita e definitiva valorizzazione dell’odierna Ercolano). Saprà un giorno la nostra città pagare il suo debito di riconoscenza a tanto benefattore?

NENNA
Il sacerdote Gennaro Nenna (1881-1969) è ancora oggi ricordato come una delle figure più luminose nella storia del clero resinese.
Animo profondamente mistico, dedicò tutta la sua vita al culto dell’Eucaristia.
Nell’agosto del 1926, istituì a Pugliano una filiale dell’Associazione dei Paggi del SS. Sacramento (6), che aveva la sua sede centrale nella Basilica dei SS. XII Apostoli a Roma. Questa benemerita istituzione educò intere generazioni di ragazzi di Pugliano e delle altre zone di Resina, e molti ricordano ancora le lezioni di catechismo, le ore di Adorazione mensile, le processioni con la tracolla rossa, le ore di ricreazione nel cortile della terra santa, le gite e tutte le altre iniziative di cui fu per lunghi anni !’impareggiabile organizzatore.
Da ricordare anche che nelle schiere dei Paggi fiorirono numerose vocazioni sacerdotali ed emersero molti professionisti, che portano ancora oggi nella loro attività la formazione cristiana ricevuta da don Gennaro (‘).
NOCERINO
Il sacerdote Giovambattista Nocerino fu il primo parroco di S. Maria a Pugliano, dal 1565 al 1593. Fu anche Padre Spirituale della R. Arciconfraternita della SS. Trinità e, come tale, firmò il nuovo statuto di quella pia Associazione, approvato il 9 giugno 1777 da Ferdinando IV.
Un altro sacerdote, don Francesco Nocerino, fu parroco di Pugliano dal 1795 al 1817. Il suo mandato pastorale si svolse in un periodo caratterizzato dai torbidi seguiti alla proclamazione della Repubblica Partenopea: quattro anni dopo la sua nomina, infatti, con !’ingresso in Napoli dell’esercito francese, egli fu sospeso per alcuni anni dalle sue funzioni; inoltre i transalpini asportarono il volto e le mani d’argento di un busto di S. Veneranda (conservato nel tesoro di S. Maria a Pugliano), profanarono e deturparono la Chiesa di S. Maria della Consolazione (trascurando fortunatamente uno dei cimeli più preziosi di quel tempio, il Catalogo dei secolari morti ivi seppelliti); ma, quel che è più grave, la nostra Resina fu teatro di un aspro e sanguinoso scontro tra giacobini e sanfedisti, risoltosi a favore di questi ultimi.
Ancora un sacerdote, d. Antonio Nocerino (1872-1941), ebbe modo di segnalarsi per i suoi meriti e il suo zelo: dottore in teologia, fu Rettore per molti anni della Cappella S. Francesco da Paola dei signori Strigari.
Infine, tra quelli «che hanno fatto onore al paese» fu fra Mariano da Resina (1866-1958), religioso cappuccino. «osservante della vita religiosa fino allo scrupolo ».

OLIVIERI
Padre Geremia Olivieri (1873-1955), dell’Ordine dei Frati Minori, è ancora oggi ricordato come uno di quei personaggi che mago giormente conferirono prestigio e lustro alla nostra Resina.
Nel maggio del 1891, egli fu ammesso al noviziato di Piedimonte d’Alife e ricevette i sacri voti l’anno successivo. Ordinato sacerdote, ben presto rivelò le sue attitudini singolarissime.
Il suo costante amore per le discipline ecclesiastiche, la sua penetrante intelligenza e la regolare osservanza lo resero ben noto ai Superiori.
Sostenne regolari esami di concorso e risultò « Lettore di Belle Lettere» a pieni voti, per cui fu inviato al Collegio Internazionale di S. Antonio, in via Merulana a Roma. Qui, a pieni voti e con lode, venne nominato « Lettore generale di s.-Teologia ».
Fra i dotti del suo ordine em~rse per intelligenza, senso pratico e volontà tenace. Fu « Maestro dei chierici », poi « Guardiano»

e infine, per cinque volte, « Provinciale », cioè Capo della sua Provincia monastica. Nel Capitolo generale del 1933 emerse la sua figura e venne eletto « Definitore generale della Curia italiana ». In seguito, fu «Visitatore generale» dell’Ordine in ben dieci province.
Insegnò teologia e filosofia con chiarezza e precisione ammirevoli, prima a Marcianise, lungamente a Nocera dei Pagani, poi a Quisisana, e a Castellammare di Stabia, a S. Lucia al Monte, infine a Portici.
Riconosciuta la sua vasta cultura, fu nominato « Esaminatore pro-sinodale » delle diocesi di Nocera, S. Agata dei Goti e Salerno. In quest’ultima località fu anche Direttore spirituale del Seminario.
Oratore aristocratico, geniale, personalissimo e concreto, fu ammirato dai dotti del tempo e più volte l’Ordine si servì del nostro
concittadino per risolvere le più spinose e intricate questioni.
! Carico di anni e di onori, non disdegnò l’umiltà e l’osservanza della regola di S. Francesco, continuando i suoi studi filosofici in una modestissima cella del Convento di S. Pasquale, al Granatello in Portici.

PALUMBO
Simone Palumbo fu un amministratore laico della Chiesa di Pugliano. Il suo nome (insieme con quelli di De Luca, Gaudino, Ietile e Cozzolino) è visibile sul frontone triangolare del portale (ora murato) che volge verso Via Trentola, l’unica strada che « in tempore 1557» portava a Pugliano (8).
PETRECCA
Enrico Petrecca: un gentiluomo di stampo antico, un magistrato (l’unico che abbia avuto Resina) colto ed integerrimo, un marito e padre esemplare.
In queste poche parole si può riassumere l’iter esistenziale di un uomo buono e ~odesto, ricco di umanità e di senso morale, animato da un profondo spirito religioso, tutto dedito alla professione ed alla famiglia.
Il nostro illustre concittadino, nato il 6 gennaio del 1925, fin da giovane si fece particolarmente apprezzare per quelle qualità che lo avrebbero portato ad occupare i più alti gradi della magistratura.
Nominato uditore con D.M. 19 settembre 1950, dopo il periodo di uditorato svolto alla Procura della Repubblica di Napoli, fu destinato prima al Tribunale di Mantova e poi alla Pretura di Clusone (Bergamo).
Promosso aggiunto giudiziario il lO luglio 1953, fu trasferito nel 1958 alla Pretura di Aversa e nel 1965 al Tribunale di Napoli. Con D.P. 12-11-1968 fu nominato Magistrato di Appello con decorrenza dal 19 settembre 1966, e con D.P. 21-12-1974 Magistrato di Cassazione con decorrenza dal 19-9-1973.
A coronamento di un cursus honorum veramente prestigioso, fu infine promosso Presidente di Sezione deHa Suprema Corte di Cassazione, con decorrenza dal 28-10-1978.
Dotato di una sensibilità estremamente ricettiva, con una naturale inclinazione ad impossessarsi delle materie più diverse, Enrico Petrecca evidenziò sempre, nelle varie sezioni presso cui esercitò le sue funzioni, doti eminenti di preparazione, capacità, laboriosità e diligenza, di equilibrio e sensibiHtà giuridica.
Nel Tribunale di Napoli fu addetto prima ad una sezione penale, poi alla sesta sezione civile ed infine alla sezione specializzata agraria.
In sede istruttoria seppe imprimere un ritmo celere alla trattazione delle cause a lui affidate, per far sì che !’istruttoria si svolgesse costruttivamente e senza remore ingiustificate e che le cause pervenissero senza lacune alla fase decisoria.
In Camera di Consiglio apportò il notevole contributo della sua cultura giuridica sempre aggiornata e del costante impegno nello studio dei processi, il che gli consentiva di orientarsi agevolmente, all’occorrenza, .fra indirizzi giurisprudenziali e dottrinali contrastanti.

Le sue sentenze, al pari degli altri provvedimenti da lui redatti, si distinsero sia per <la completezza di esposizione che per l’accuratezza della trattazione e l’adeguata risoluzione delle questioni influenti ai fini della decisione, apparendo inoltre molto pregevoli per stile, chiarezza e rigore di motivazione.
Il suo rendimento lavorativo, attestato dal considerevole volume degli affari trattati, fu espressione della sua alta e costante operosità e della sua assoluta dedizione, spesso anteposta alla cura degli interessi personali e familiari. Ne fu prova un episodio accaduto il 26 agosto del 1962, quando una vasta zona della Campania fu attraversata da una prolungata scossa sismica: in quell’occasione fu visto precipitarsi nella strada con una borsa che qualcuno ritenne piena di oggetti ed effetti personali; si trattava, invece, di documenti processuali alla cui salvezza aveva sub9rdinato qualsiasi altro interesse personale. ..
Così si espresse, con rapporto in data 2} luglio 1979, il Presi· dente del Tribunale di Napoli: «Raramenté è accaduto aHo scri· vente di apprezzare in un magistrato un senso di così viva consa· pevolezza della propria funzione e di una così nobile e responsa· bile visione dei doveri alla stessa inerenti, come quello dimostrato dal dr. Petrecca. Si può dire che egli ha sempre considerato il proprio lavoro come missione da svolgere con prestigio temperato da umiltà, con scrupolo spinto fino al sacrificio, con riservatezza non schiva dei contatti umani e con l’esempio di una condotta pub· blica e privata assolutamente irreprensibile. Di tratto signorile e distinto, egli è stato sempre circondato dalla stima e dal rispetto del Foro e dei colleghi che ne hanno apprezzato le qualità umane
.’ e quelle altre, innanzi evidenziate, che ne hanno fatto un operatore del diritto particolarmente qualificato.
La sua morte, avvenuta il 26-4-1979, ha suscitato un compianto unanime ed intenso nell’ambiente cittadino ed in particolare in quello giudiziario e forense».

SALINARO Il prof. Giuseppe Salinaro fu « direttore ginnico sportivo» di Resina ed educatore di numerose generazioni di giovani. Pietro Salinaro, «eroico quanto buono», cadde a Gondar (A.O.I.) alla testa dei suoi uomini (9).
SCANNAP IECORO Il prof. Agostino Scannapiecoro fu un noto insegnante di greco.
SCOGNAMIGLIO
L’avv. Andrea Scognamiglio fu Sindaco di Resina dal 21 -lO· 1894 al 23 -Il -1895, dal 2·5·1905 al 6 -lO· 1908 e dall’l -12 -1910 al 3-5. 1912.
Durante i suoi mandati avvennero alcuni fatti importanti: l’inaugurazione a Resina, il l° luglio del 1895, dell’Acquedotto vesu· viano, destinato a distribuire una diramazione delle fresche e limpide acque del Serino anche agli altri Comuni marittimi vesuviani; i moti di piazza, scoppiati a Napoli per la scarsezza del raccolto e l’oppressione fiscale, ed estesisi anche alla nostra città; la terribile eruzione vesuviana del 1906; la disastrosa eruzione fangosa del 1911; lo sviluppo commerciale, !’incremento delle industrie, l’apertura di nuove arterie cittadine e i lavori di restauro alla Chiesa Madre di Pugliano (lO).
Un altro illustre figlio di Resina fu Padre Pio Scognamiglio (1880-1953) dell’Ordine domenicano. Il monaco ‘e priora (così era affettuosamente chiamato dai nostri concittadini) fu Superiore a Roma e a Bari (nella famosa Basilica di S. Nicola), per vari anni. In quest’ultima località scrisse alcune opere, fra cui una «Storia del Santuario» e «Il miracolo della Manna» di S. Nicola. Visse gli ultimi anni della sua vita nel Santuario di Madonna dell’Arco.
Infine, il prof. Francesco Scognamiglio fu Sindaco dal 24 -9-1966 al -31 -3 -1969. A lui spetta il merito di avere proposto e ottenuto il cambio del nome di Resina in quello antico e prestigioso di Ercolano: così, con il sospirato decreto del Presidente della Repubblica pervenuto in data 12 febbraio 1969, il nostro Comune perdeva il carattere provinciale della sua denominazione e ritornava nel solco della grande tradizione storica e archeologica da cui era un giorno partito.

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Cedola azionaria funicolare, documento inedito
giugno 19, 2014
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contratto FERROVIA FUNICOLARE DEL VESUVIO

Grazie al contributo di una nostra utente del blog che ci ha inviato copia di una cedola azionaria del progetto della Funicolare del Vesuvio, e su questo documento si leggono alcuni particolari della sottoscrizione del Governo Italiano con la Società Anonima (all’epoca si usava così) con sede in Parigi. Grazie a nome di tutto lo staff del sito Blog in Resina.

 

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Osservatorio Vesuviano la sua storia e dei suoi direttori
giugno 13, 2014
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La necessità di controllare da vicino le agitazioni del vulcano fece spuntare nella mente di molti, tra i quali il francese Ménard de la Groye, l’idea di un osservatorio vesuviano.

Fin dal 1823 il Covelli così precisava il programma del futuro istituto: «Se gli uomini istruiti vegliassero in un Osservatorio metereologico -vulcanico a notare tutte le vicende del Vesuvio ed osservare tutti gli effetti, che esse producono nell’atmosfera, nel suolo e nel mare … e se questi stessi scrutatori della natura attendessero a raccogliere … i numerosi prodotti ed edotti vulcanici di queste nostre regioni …, quale immenso vantaggio non ne trarrebbero l’orittognosia e la geologia ».
Tale aspirazione potè essere realizzata solo alcuni anni dopo. Toccò a Ferdinando II il merito di unire il suo nome all’istituzione dell’Osservatorio Vesuviano. Trovandosi questo sovrano a Parigi, si entusiasmò del funzionamento del Conservatorio perartiemestieri, e domandò al celebre fisico francese Arago chi avrebbe potuto dirigere un simile stabilimento a Napoli. L’Arago, forse consigliato anche dall’Humboldt, fece ilnome di un altro celebre fisico, Macedonio Melloni di Parma, esule nella capitale transalpina dopo i moti del 1831.

I direttori

Macedonio Melloni ( 1798 -1854). Accolto a Napoli « con dimostrazioni sinceredi amore e di ossequio bendovute al nobile carattere ed alla sapienza altissima di uno dei più illustri figliuoli della comune patria italiana », il Melloni manifestò subito a Nicola Santangelo (Ministro Segretario di Stato degli Affari interni, da cui dipendeva il Dipartimento della Pubblica Istruzione) il desiderio che, in luogo del previsto Conservatorio d’arti, venisse costruito «su le falde del Vesuvio … un piccolo ricovero» (da destinarsi ad Osservatoriometereologico)« perallogarvi gli strumenti». L’intento era quello di «sollevare il velo che avvolge quel che segue a poca profondità sotto questa terra che tutti calpestiamo e dove tutti abbiamo vita e morte)).

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Il disegno dell’edificio, senza la torretta (innalzatasolo nel 1858), venne eseguito dall’ingegnere Gaetano Fazzini, e per la sua costruzione il monarca elargì la cospicua somma di trecentomila lire. Il punto in cui sorse l’Osservatorio fu scelto, molto opportunamente, su un’altura isolata, a 608 metri sul livello del mare, quel Monte Canteroni (o Colle del Salvatore) che rappresenta il dente più occidentale del Somma, dal quale lo separa verso nord il Fosso della Vetrana. 1.0 scopo era evidente: assicurare alla costruzione quella sicurezza ed immunità che nasceva dal trovarsi di circa 200 metri elevata sulla base del colle.
L’edificio, in elegante stile dorico a due piani e con ampia terrazza sul davanti e lateralmente, è cosi descritto dall’Alvino, che ebbe modo di osservarlo nel 1845 :

« La sua facciata anteriore ha una lunghezza di 118 palmi, con quattro colonne del diametro di due palmi e mezzo, tutte di pietr’arsa. Econ molto acco~gimento è stata adoperata la stessa pietra pel primo piano, la quale, dove l’arte così richiedeva, è stata bellamente avvicendata col mattone. Le pietre da taglio sono state inoltre concatenate con grappe di rame, non che con le solite catene metalliche per tutta l’ampiezza del muro, e ciò per garantire la solidità dell’edifizio. Alla quale provvede altresì la grossezza delle muraglie, essendovi alcune mura di sostruzione larghe fino a dieci palmi. Così niuna cura ha tralasciato il diligente architetto per evitare i danni a’ quali possono andar soggette queste fabbriche per gli scuotimenti prodotti dalle convulsioni del Vulcano, dappoichè in quanto alle lave, per la lor posizione naturale, e per quel che la storia di più secoli ne addimostra, ‘e pare che non debbano esserne tocche. Pur tuttavia, mentre noi ci congratuliamo con chi dié opera a tal lavoro, vogliamo augurare al
, novello edifizio lunga e prospera vita. Incominciato verso la fine del 1841, esso / sarà forse compiuto in questo stesso anno e fornito di quelle macchine, che più all’uopo possono bisognare» (Alvino, 1965: 77 -78).

L’inaugurazione avvenne il 28 settembre del ricordato 1845, in occasione del VII Congresso degli scienziati italiani, tenutosi a Napoli. Gli illustri ospiti furono ricevuti all’Osservatorio dal Melloni e dal Santangelo. Quest’ultimo pronunciò un discorso, nel quale era ben delineata l’importanza del nuovo istituto. Dopo aver lodato la munificenza di Ferdinando II, i cui meriti sono ricordati da due epigrafi murate alle pareti del vasto salone del primo piano dell’edificio (lmbò, 1951, pago 17), aggiunse che l’iniziativa del monarca borbonico « non poteva mancare di riscuotere l’approvazione dei sapienti; dappoichè pochi luoghi sulla terra potrebbero rinvenirsi opportuni a misurare la pressione atmosferica, le correnti dei venti, l’apparire delle meteore ed i fenomeni dell’elettricismo, quanto le alture di un monte, il qualé, spingendo i suoi contrafforti fino al mare cui è vicino, e dominando la sottoposta ridente pianura, trovasi a fianco di un cono ignivomo, che nelle svariate e frequenti sue eruzioni offre ciò che di più stupendo può considerarsi dai cultori delle scienze naturali ».

A sua volta, il Melloni prendendo la parola-tracciò il programma dell’istituto, che assunse la denominazione di Osservatorio Metereologico Vesuviano. Il fisico parmense,tuttavia, non potè iniziare i suoi studi perchè,inviato nel 1847 a Parigi per l’acquisto di strumenti scientifici, fu destituito dal sovrano che lo accusava di avere simpatizzato con i promotori dei moti liberali del 1848. Tale provvedimento, mentre privava la scienza vulcanologica di un geniale studioso, risultò particolarmente dannoso per aver impedito che gli apparecchi acquistati, depositati in seguito presso il gabinetto fisico dell’Università di Napoli, potessero essere utilizzati all’Osservatorio.

Addoloratissimo, il Melloni si ritirò a Villa Moretti (attuale Villa Luisa), a Portici, dove morì di colera a soli 56 anni. Una lapide, murata sulla facciata della villa, ricorda tuttora l’illustre studioso :

Al nome del grande scienziato è anche intitolata una scuola media, che ha educato al culto dei più nobili ideali molte generazioni di porticesi (Asdone,1968: 344). Ma, quel che più conta, un monumento nel tempio di S. Croce in Firenze ricorda agli italiani tutti i suoi grandi meriti (Alfano, 1929, pago 63).

Luigi Palmieri (1807 -1896). Destituito il Melloni, l’Osservatorio rimase in uno stato di completo abbandono. E così rimase fino al 1852, quando Luigi Palmieri -già allievo e collaboratore del primo direttore dell’istituto, poi insegnante nell’allora Regia Università di Napoli – chiese ed ottenne il permesso di eseguire all’Osservatorio, a proprie spese, delle ricerche di meteorologia elettrica. I risultati furono, poi, così sintetizzati dal Cossovich (1858) :

Luigi_Palmieri

« … E di vero ne’pochi anni dalla sua installazione sono sifatte parecchie scoperte concernenti la elettricità atmosferica e la fisica del globo, e si sono rinvenuti novelli prodotti di questo nostro monte,sìcche i dotti stranieri trovano nell’Osservatorio Vesuviano l’ospizio scientifico tanto desiderato, ove possono comodamente soddisfare alle loro ricerche avendo materiali, notizie ed istrumenti opportuni; dei quali ultimi quello stabilimento anno per anno si va arricchendo. Fra gli altri meritano particolare attenzione due strumenti inventati ed eseguiti in Napoli, cioè ilsismografo elettro-magnetico, che nota, in assenza dell’osservatore, le più piccole scosse di terremoto, indicando la natura, la intensità, la durata ed il tempo preciso del cominciamento di esse, e l’elettrometro atmosferico a conduttore mobile; ambedue invenzioni del dotto professor Palmieri,a sì giusto titolo chiamato alla direzione di quello stabilimento; meritando per la seconda una medaglia d’oro dalla Reale Accademia delle scienze di Lisbona» (De Bourcard II, 1976 : 110).

 Il valore scientifico di questi studi indusse il governo borbonico a conservare l’Osservatorio e a nominare direttore, nel 1856,10 stesso Palmieri. L’edificio mancava però della torretta metereologica, eseguita poi nel 1858, e di un locale adatto per gli strumenti magnetici, per cui Ferdinando II elargì altri fondi.
Messosi al lavoro, il nuovo direttore pubblicò -nel 1859 – il primo volume degli Annali del R. Osservatorio metereologico vesuviano, in cui auspicava che la narrazione delle grandi eruzioni del Vesuvio dovesse essere « la narrazione fedele, continua e compiuta di tutte le fasi e vicende del vulcano ». Dunque, giustamente il Palmieri stabilì che l’istituto da lui diretto dovesse essere vulcanologico: vi si dovevano eseguire anche ricerche meteorologiche, sismologiche e, in generale, di fisica terrestre; ma sempre al servizio della vulcanologia.
Conformemente a questo programma, furono effettuate in quegli anni continue osservazioni geofisiche e vulcanologiche. Purtroppo, nel 1860, l’Osservatorio cessò di essere autonomo, venendo annesso alla cattedra di fisica terrestre, istituitac on decreto dittatoriale dell’ottobre dello stesso anno -nell’Università di Napoli.

Allora il Palmieri, titolare di tale cattedra,a causa della natura tanto diversa degli studi che si dovevano eseguire al Vesuvio (dalle osservazioni sull’elettricità atmosferica in tempo di eruzione alle ricerche chimiche sui prodotti delle fumarole, dalle registrazioni di sismi locali alle indagini sul magnetismo terrestre), molto opportunamente propose al nuovo governo nazionale la nomina di una Commissione permanente dell’Osservatorio vesuviano, della quale il De Sanctis (Ministro della Pubblica Istruzione) chiamò a far parte Scacchi, Guiscardi, De Luca, Gasperini e lo stesso Palmieri. Ma quando la suddetta Commissione chiese al ministero di essere autorizzata a fare le spese occorrenti per i suoi lavori, non ebbe neppure risposta dal governo.
Il Palmieri continuò la sua attività, pubblicando -tra l’altro -cinque volumi di annali che riportano la maggior parte dei suoi studi ed una cronaca abbastanza dettagliata dei fenomeni che interessano il Vesuvio dal 1855 al 1859, nonchè ampie relazioni sulle eruzioni del 1867 e 1868. Nel corso del parossismo del 1872, peraltro, egli potè osservare da vicino i fenomeni eruttivi e condurre ricerche di notevole interesse, grazie alle quali – oltre a numerose onorificenze nazionali e straniere ottenne illaticlavio senatoriale.

Oggi, accanto alle numerose e qualificate pubblicazioni ed agli strumenti ai quali legò il suo nome, ricordano il grande vulcanologo -perenni testimonianze di gratitudine -un Istituto Tecnico a Benevento, due busti marmorei (rispettivamente, all’Osservatorio e nell’Università di Napoli), il« Salone Palmieri », sempre all’Osservatorio, una via di Ercolano (già Resina) e una scuola media di S. Giorgio a Cremano.

Raffaele Vittorio Matteucci (1862 -1909). Alla morte del Palmieri, avvenuta nel settembre del 1896, il posto di direttore dell’Osservatorio rimase vacante per più di sei anni. Finalmente, con decreto reale del 21 luglio 1902, su proposta del ministro Nasi, venne restituita l’autonomia all’istituto voluto dal Melloni. In seguito a concorso pubblico, dopo chela direzione dell’Osservatorio era stata tenuta da Eugenio Semmola, nel 1903 venne nominato direttore straordinario Raffaele Vittorio Matteucci, già coadiutore dell’Istituto di geologia dell’Università di Napoli dall’ aprile 1891.

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All’Osservatorio il Matteucci continuò le ricerche che aveva già iniziato quale assistente dell’Istituto di geologia, ma fece valere le sue doti di osservatore soprattutto in occasione dell’imponente parossismo del 1906. Nonostante che per alcuni giorni l’Osservatorio fosse stato investito da una nube vulcanica, egli rimase al suo posto insieme con l’assistente onorario ing. Perret, il brigadiere Migliardi (comandante la stazione locale dei carabinieri) e il telegrafista Mormile (capostazione della Cook). Risultò, cosi, possibile una continua diramazione alle competenti autorità di bollettini sull’attività del Vesuvio, ma i risultati di tali osservazioni (che si conservano nell’archivio dell’Osservatorio) non furono mai pubblicati, se si eccettua una breve comunicazione preliminare.

L’atto coraggioso valse al Matteucci una medaglia d’oro con conferimento di onorificenze ed inoltre indusse le autorità competenti a nominarlo direttore ordinario, nomina che gli pervenne solo qualche mese prima della morte, avvenuta nel 1909.

Sulla sua tomba, nel cimitero del Comune di Senigallia, fu scolpita la seguente iscrizione :
« Raffaele Vittorio Matteucci – Direttore dell’Osservatorio Vesuviano – nato in Senigallia il 27 ottobre del 1861 – morto in Resina di Napoli il 16 luglio 1909 -sul vulcano vicino al cratere -lasciò nel mondo gli scritti dei suoi studi profondi onorando la patria la scienza -Il Municipio Senigalliese lo ricorda qui nel sepolcro ».

Giuseppe Mercalli (1850 -1914). Al Matteucci successe temporaneamente Ciro Chistoni, che non trascurò alcuna iniziativa per migliorare le condizioni dell’Osservatorio, caduto-dopo il 1875 -in uno stato di deplorevole abbandono. Qualche anno dopo, precisamente il 9 febbraio 1911, la direzione passò a Giuseppe Mercalli, nato a Milano. Il Mercalli, vulcanologo e sismologo noto in tutto il mondo, fu il quarto direttore di nomina dell’Osservatorio. A lui si devono il primo catalogo dei terremoti storici italiani, la carta sismica della Campania e la famosa scala sismica, adottata come scala ufficiale dall’Ufficio Centrale di Meteorologia. Fece parte di molti congressi e sodalizi,e poco prima della sua morte avvenuta in circostanze tragiche fu nominato Cavaliere della Corona d’Italia.

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Il suo improvviso decesso fece sospendere, sia pure per poco, l’attuazionedi un vigoroso piano di lavori di riattazione e risanamento dei locali dell’Osservatorio nonchè di rimodernamento dell’attrezzatura scientifica. Più tardi, nel 1928,a cura del Circolo Cattolico Universitario di Napoli, fu murata una lapide marmorea sul muro di cinta del classico Istituto scientifico. L’iscrizione, dettata da A. Malladra, suonava così:
« Giuseppe Mercalli -sacerdote milanese -pervaso dal fuoco del sapere consacrò al fuoco dei vulcani -allo studio delle convulsioni telluriche -tutta la vita-che tra gli spasimi del fuoco -si spense ».

Alessandro Malladra (1865 -1944). In seguito alla scomparsa del Mercalli, la direzione dell’Osservatorio fu tenuta da alcuni docenti dell’Università di Napoli, costituenti un Comitato Vulcanologico Universitario presieduto dal Chistoni. In questo periodo fu ripresa la pubblicazione degli Annali del R. Osservatorio Vesuviano, di cui tre volumi videro la luce negli anni 1924,1925 e 1926. Col ripristino del posto di direttore (regio decreto del 27 ottobre 1926, n. 1933), all’Osservatorio venne riconosciuta la piena autonomia, e il l° febbraio 1927 la direzione passò ad Alessandro Malladra,natoaTorino,che fu pertanto il quinto direttore effettivo dell’Istituto.Sotto la sua direzione furono eseguite ricerche sulla polarizzazione atmosferica in relazione alla nube vulcanica,sulla variazione dell’attività vulcanicacolla pressioneatmosferica e colle precipitazioni, sul magnetismo terrestre, sul pulviscolo atmosferico, sul gradiente termico e sulle fumarole dell’Atrio del Cavallo. Merito principale del Malladra fu, tuttavia, l’osservazione in natura di minerali del tutto nuovi comel’acido selenioso e seleniti alcalini, la manganolangbeinite , la mitscherlichite , l’avogradite e la malladrite. Al suo attivo lo scienziato torinese vanta anche uncentinaio di pubblicazioni altamente qualificate, tra cui quell’Escursione da Napoli al Vesuvio che coniuga assai efficacemente la storia del vulcano e la geografia delle località poste alle sue falde.

Giuseppe Imbò (1899 -1980). Con la cessazionedal servizio del Malladra, nel 1935 venne nominato direttore incaricato Giuseppe Imbò, nato a Procida, conservatore dell’Osservatorio per concorso, incarico che gli fu confermato anche dopo la nomina a titolare della cattedra di fisica terrestre nell’Università di Napoli (16 dicembre1936).Primacuradell’Imbò fu quelladi sostituire le vecchie attrezzature con altre più idonee, senza peraltro trascurarela serie di osservazioni metereologiche, vulcanologiche e sismiche che non furono mai sospese, neanche durante la seconda guerra mondiale e l’eruzione del 1944. Solo dopo il conflitto fu però possibile riprendere in considerazione l’attuazione del programma, parzialmente realizzato con la sistemazione, a partiredal gennaio del 1948, di sismografi Wiechert. A corredo dell’impegno organizzativo l’Imbò, che nel 1956 ottenne le funzioni di direttore di ruolo dell’Osservatorio, esplicò una copiosa attività scientifica: infatti, ben 180 pubblicazioni contengono i suoi studi, « tutti originali, molti pregevoli, non pochi eccezionali ». La mortelo colse il 19 settembre 1980,mentre stava concludendo la storia del Vesuvio (pubblicata postuma,grazie alla sensibilità dell’Accademia dei Lincei,che lo ebbe tra i soci più prestigiosi).

Paolo Gasparini . Dal 1971 al 1983, periodo in cui la direzione è affidata a Paolo Gasparini, titolare della cattedra di fisica terrestre nell’Università di Napoli,I’Osservatorio compie un notevole balzo in avanti rinnovandosi nelle strutture, nei metodi e negli obiettivi di ricerca ed aprendosi al confronto con i più importanti organismi scientifici internazionali. Un nuovo edificio viene costruito per ospitarè moderne attrezzature. Si sviluppano isettori della vulcanologia di base, le tecniche di sorvglianza e la sismologia. Si realizza una rete sismica regionale centralizzata via radio e registrazione su nastro magnetico. Spie sensibilissime,collocate all’esterno del laboratorio, cominciano a trasmettere -via cavo -ogni allarme ad una centrale elettronica. I ricercatori, il cui numero arriva fino a 45 unità, sono divisi in gruppi, e ogni gruppo ha dei compiti particolari.

Giuseppe Luongo . Docente di fisica del vulcanesimo presso l’Università di Napoli, in servizio all’Osservatorio fin dal 1963, il Luongo è direttore dello stesso dal 2 settembre 1983. Sotto la sua direzione l’Istituto deve affrontare l’emergenza del bradisismo puteolano, che serve tuttavia ad ammodernare e potenziare la rete di sorveglianza nell’area vu1canica napoletana.
Oggi l’Osservatorio Vesuviano è un moderno istituto di ricerca e di sorveglianza sul territorio. Sismografi, mareografi e impianto geochimico, autentiche sentinelle del vulcano, coprono una vasta area con una fitta rete di osservazioni al Vesuvio, ai Campi Flegrei e nel mare di Pozzuoli.

Le vicende

Strettamente legate alla personalità dei suoi direttori e agli  umori del vulcano sono le vicende dell’Osservatorio, che fin dalla sua costruzione ha svolto una proficua attività, pur avendo dovuto affrontare problemi di ogni genere.

1840 -1940 . Emblematico risulta, inquesto senso, il caso di Macedonio Melloni, destituito subito dopo l’inaugurazione dell’opera da lui voluta. Così l’Osservatorio rimase privo di tutto, ricovero di gufi e pipistrelli.
Seguirono poi, grazie al Palmieri, gli anni migliori (dal 1865 al 1872) per la vita scientifica dell’Istituto; pochi ma gloriosi, come attestano i volumi IV e V degli Annali dello stesso Osservatorio, pubblicati il primo nel 1870 e il secondo nel 1873. Negli stessi anni fu realizzata una stazione telegrafica con telegrafista militare in modo da evitare l’abusivo allontanamento, precisamente in quei casi in cui maggiormente sarebbe risultata indispensabile una continuità del servizio, specialmente a vantaggio del pubblico. Fin al 1910 fu retta da militari del genio e successivamente da carabinieri telegrafisti.

Purtroppo, dopo il 1875 l’Osservatorio, invece di progredire, andò incontro ad un progressivo declino: infatti non vi fu più una propria pubplicazione; e mancò perciò, per moltissimi anni, un diario continuo, completo, scientifico e, per così dire, ufficiale del Vesuvio. Fortunatamente, a queste lacune supplirono diversi studiosi privati, e specialmente il De Rossi col suo Bollettino del vulcanismo italiano, dal 1874 al 1887; il Johnston Lavis per gli anni 1882 -1898; il Matteucci per gli anni 1891 -1900; infine, il Mercalli con le sue Notizie vesuviane dal 1892 al 1906.

Le difficoltà nacquero anche dal fatto che, soprattutto dopo il 1896, -si andò discutendo a lungo se il successore di Palmieri dovesse continuare ad essere docente difisica terrestre all’Università di Napoli,e contemporaneamente avere come semplice incarico la direzione dell’Osservatorio vesuviano; ovvero se si dovessero separare i due posti e nominare un direttore dell’Osservatorio autonomo. Finalmente, dopo sei anni di discussioni, prevalse ilsecondo parere, e all’Istituto fu così restituita quell’autonomia che aveva avuto prima del 1860. Il direttore venne equiparato per lo stipendio ai professori ordinari universitari,conl’obbligo di tenere uncorso di conferenze sulla vulcanologia, nell’Università di Napoli: e ciò -scrive il Mercalli -«fu savio consiglio; perchè solo in questo modo si può sperare che dalla nostra Università escano allievi bene addestrati nello studio dei fenomeni vulcanici, tanto importanti per la geologia di tutta l’Italia meridionale».

Sembrava che dovesse sorgere una nuova era di prosperità scientifica per l’Osservatorio; ma si fecero le cose a metà. Non si pensò a dare all’istituto i mezzi sufficienti per il risanamento e l’ampliamento dell’edificio, e per l’acquisto di strumenti moderni, essendo quelli esistenti quasi tutti guasti o di tipo antiquato. Di più, non si migliorò per nulla il personale scientifico subalterno, che era sempre stato insufficiente di numero e mal retribuito. Così avvenne che il Matteucci si trovò all’Osservatorio quasi sempre solo; e questa fu la principale ragione per cui egli: pur proponendosi un programma di ricerche ampio e moderno, non potè, nei suoi seI anrn di direzione, rialzare le sorti dell’istituto.

Molto si adoperò il Mercalli per ridare all’Osservatorio una nuova e rigogliosa vitalità e farne un istituto modello, che bene rispondesse a tutte le esigenze e ai fini dell’istruzione universitaria e della scienza vulcanologica; ma la breve permanenza all’Osservatorio gli impedl di raccogliere i frutti del suo lavoro.
Il compito di att.uare un vigoroso piano di rinascita dell’istituto toccò al Malladra,graziealqualenel 1919 fu costruita,inprossimitàdel bordo meridionaledel cratere, una capanna vedetta, la quale, concepita sia come stazione di osservazioni continue metereologiche e d’altro genere, sia come posto di soggiorno o di deposito di attrezzature e strumenti in occasione di svariate campagne scientifiche, scomparve nel corso dell’eruzione del 1944.

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Ulteriore impulso alla vita dell’Osservatorio fu data dall’Imbò, la cui prima preoccupazione fu rivolta all’acquisto di nuove attrezzature che consentissero la possibilità di più estese ricerche. L’auspicata realizzazione di tale programma fu tuttavia resa impossibile dallo scoppio del secondo conflitto mondiale, durante il quale lo studioso procidano ebbe a lamentare la distruzione, la rovina ed anche la semplice sospensione di servizi per alcuni strumenti. Sulle vicende dell’Osservatorio nel corso della guerra, l’Imbò scrisse -peraltro -un articolo che rappresenta un drammatico documento di un periodo buio, non meno che un capitolo a parte nella storia secolare -‘ dell’istituto.

1940 -1945 . Da quello scritto apprendiamo che, a partire dal lO novembre del 1940, furono sganciate bombe sulla parte terminale dell’edificio vulcanico, di modo che le pareti del Gran Cono vennero disseminate di craterini esplosivi, di schegge, di bombe inesplose,alcune delle quali scoppiarono in seguito, allorchè furono raggiunte da colate laviche. Il bersaglio dei bombardieri era evidente: centrare il conetto, obiettivo che fu conseguito la sera del 1o novembre 1941; in quell’occasione, la stampa inglese parlò di un « gigantesco getto di lava e di vapore » provocato da una bomba.
L’intensificarsi delle incursioniaeree nella zona napoletana indusse l’Imbò, che non aveva mai interrotto le osservazioni metereologiche, vulcanologiche e sismiche, a preservare il più possibile da eventuale distruzione tutto il materiale importante dell’Istituto di fisica terrestre dell’Università. Libri ed apparecchi furono, di conseguenza, in parte collocati nei sotterranei di S. Marcellino ed in parte trasportati all’Osservatorio, meno esposti ai raids notturni.
L’armistizio dell’8 settembre 1943 sembrò porre fine alle angosce dei residenti nella zonadell’Osservatorio, mailpeggio doveva ancora venire. Verso le ore 12dell’Il settembre alcuni soldati tedeschi procedettero al disarmo dei militari della stazione vedetta e dei carabinieri. Anche l’Osservatorio fu perquisito, allo scopo di portare via eventuali armi: il bilancio di tale operazione, tuttavia, fu magro, perchè altre armi, svariate ed efficienti, erano state nascoste nel bosco dell’Osservatorio e tra le lave, sempre pronte ad essere prelevate in caso di bisogno.
A partire dalla metà dello stesso mese si ripetettero le incursioni sulla lava vesuviana, mettendo a dura prova la stabilità dell’Osservatorio e l’incolumità del personale, giacchè l’edificio era sprovvisto di ricovero

Il giorno più lungo per l’Osservatorio fu il 30. Per tutta la giornata i proiettili delle batterie tedesche di San Sebastiano contro le postazioni amcricane passavano ululando a solo qualche centinaio di mctri sulla verticale dell’istituto; e per molte ore si avvcrtì il crepitio delle mitragliatrici americane contro i nidi di appostamenti tcdeschi sulle lave. A sera la battaglia siplacò,mal’aumentato afflusso di carri tedeschi nel corso della giornata faceva temere lo scoppio di nuovi e più violcnti scontri per il mattino successivo.
Invece, una quiete strana caratterizzò le prime ore della nuova storica giornata. Scrive l’Imbò : « Un gran nuvolo di polvere, apparso verso le 8 al centro di Torre del Greco, subito si estese in direzione di Resina. Esso, accompagnato da un frastuono dapprima cupo, poi sempre più forte e seguito da scampanii a festa delle campane di tutte le chiese di Torre, di Resina e successivamente di Portici, di San Sebastiano, di Massa, di Cercola annunciava il tanto atteso ingresso delle truppe della V armata americana» (1951, pago 72). La bufera era ormai passata per l’Osservatorio senza che l’attività scientifica avesse subito interruzioni, senza che l’istituto avesse subito danni rilevanti.

1945 -1986 . Fu così possibile avviare, dopo gli eventi bellici, un ambizioso programma di potenziamento della struttura seguendo l’esempio di quanto si realizzava in Giappone. Rivalutando l’archeologia fisica che tanto successo riscuoteva in quel lontano paese, l’Imbò tentò di riportare l’Osservatorio agli antichi obiettivi enunciati dal Melloni ed in parte realizzati dal Palmieri. Ma solo a partire dagli anni ’70, cambiata la direzione e registrato un incremento di personale di ricerca e tecnico, l’importante istituto scientifico napoletano si inserisce in un circuito di rapporti internazionali, ampliando i settori di intervento e diventando una struttura di riferimento per molti programmi.

Diciotto ricercatoria tempo pieno,cinquanta fra tecnici eimpiegati amministrativi, due miliardi di finanziamenti all’anno (escluse le quote per gli stipendi), d’intesa fra il Comitato Nazionale delle Ricerche e i Ministri della Pubblica Istruzione e della Protezione Civile: questo, in sintesi, è il quadro tecnico -scientifico che l’Osservatorio presenta oggi,dopo quasi un secoloe mezzo di vita. Ad esso fanno capo tutte le attività di controllo geofisico, nonchè importanti iniziative di studio nell’area vulcanica napoletana (Vesuvio, Campi Flegrei, Epomeo, Ischia). Per il Vesuvio la sorveglianza è assicurata attraverso una fitta rete di sismografi ed altri strumenti collegati direttamente con le stazioni scientifiche dell’Osservatorio e dell’Istituto Universitario di Geofisica, a Napoli. Nei Campi Flegrei, in seguito al recente bradisismo, il sistema di sorveglianza è stato notevolmente ammodernato e potenziato. Alla “centrale” di via Manzoni, a Napoli, sono collegati i terminali (via cavo e via radio) dei 23 sismografi e dei 4 mereografi sistemati nell’area e nel golfo di Pozzuoli. Nella Solfatara funzionano impianti di rilievo geochimico. A Ischia i locali del vecchio Osservatorio di Casamicciola, chiuso e abbandonato nel 1928, sono stati recentemente riattivati.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

La “terra santa” prima ipogeo poi campo di calcio
giugno 9, 2014
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Prima del 1790, i cadaveri erano tumulati nelle chiese; in particolare, al di sotto del presbiterio vi era la sepoltura dei sacerdoti (I).
Nel maggio del 1789, come informa il Marino (2), l’Università di Resina ordinava la costruzione della cosiddetta terra santa (J): l’opera, ubicata in uno spiazzo quadrato accanto alla Chiesa di Pugliano, fu progettata e diretta dall’architetto napoletano Nicola Leandro (4). Nel nuovo cimitero furono seppelliti personaggi assai importanti: tra gli altri, un membro (5) della famiglia Riario Sforza (già proprietaria dell’attuale Villa Aprile) e un giudice della Gran Corte Criminale di Napoli.
Parte integrante della terra santa era l’antica cappella cimiteriale (detta il Cappellone di S. Luigi), costruita all’altezza del transetto della Chiesa: la si può osservare nella stampa francese del 1822, dal lato di Via Trentola (6). Ai lati dell’ingresso vennero scavate, nella seconda metà dell’Ottocento, ad altezza d’uomo, due nicchie (corredate da altrettante lapidi): quella di sinistra ospitava i resti mortali di un colonnello francese (morto, forse, mentre si trovava a Resina per un’escursione al Vesuvio); in quella di destra riposavano le spoglie di un membro della importante famiglia Pantaleo, che possedeva una villa a Resina. Oggi, purtroppo, lapidi e nicchie non esistono più: le prime frantumate, le seconde profanate dagli scugnizzi di Pugliano, che negli anni del secondo dopoguerra (in un periodo di crisi e di anarchia totali) si abbandonarono ad atti di ignobile vandalismo (7).

In seguito ai decessi provocati dalle frequenti epidemie coleriche (8), si avvertì il bisogno di costruire un cimitero extra-urbano. Così, a far data dal 20 novembre 1905, la terra santa cessò di assolvere alla sua secolare funzione. A partire poi dal periodo compreso tra le due guerre, il grande cortile intcfno (solaio di copertura dell’antico ipogeo) venne adattato a palestra scoperta, luogo di ricreazione per i bambini della parrocchia.

Ma la vetustà e la mancata manutenzione di tutti i locali del soppresso cimitero ne determinarono il totale stato di abbandono e di degrado. Il cortile interno e il giardino esterno della terra santa furono invasi da turbe eli giovinastri, che trasformarono quel pio luogo in campo da gioco e palestra di contese e di risse. Le vecchie mura, cadenti e corrose dalle intemperie e dalle erbe affioranti dalle numerose fessure, tremavano sotto i colpi delle quotidiane e violente paJ.1onate scagliate da quei frombolieri maleducati.
Ma, finalmente, venne l’uomo che seppe porre un freno a tanto sfacelo. Il nuovo parroco di Pugliano, don Giuseppe Matrone (eletto nel 1951), fece recingere il giardino esterno del vecchio cimitero con una cancellata; volle e ottenne l’intonacatura delle pareti e clelIa volta, la sistemazione del pavimento e l’apertura di finestroni della vecchia cappella cimiteriale; realizzò la costruzione di servizi di decenza e d’una cucina (trasformando in questo modo l’antico obitorio); consentì l’accesso al cortile interno della terra santa solo ai bambini dell’asilo parrocchiale (da lui stesso voluto e creato), ai bambini della scuola elementare della parrocchia (altra istituzione nata dalla sua mente vulcanica) e agli iscritti alle varie associazioni parrocchiali.

Come favilla che « gran fiamma seconda», in tre anni furono costruiti ex novo un ampio salone con accessori, sistemati e rimessi a nuovo due altri locali, coperti di tetto e di pavimento altri due ambienti ariosi; e poi si istituì un corso per ragazze analfabete, una scuola di taglio e un corso di economia domestica.
Tale fervore di iniziative fu turbato, nel 1955, dal crollo d’una metà del cortile della terra santa: un ovale di un quindici metri per otto si aprì sul pavimento dello stesso, piombando sul sottostant~ cimitero. Solo per poco quel cedimento non provocò una assurda tragedia, per la presenza di molti bambini sul luogo del sinistro fino a qualche istante prima, e si gridò al miracolo (9). Si rese dunque necessaria una nuova e più rilevante spesa per la copertura e pavimentazione della parte del cortile crollato. La necessità di provvedere alla sicurezza dei numerosi bambini che affollavano l’asilo parrocchiale spinse il parroco ad ordinare nuovi lavori. Consigliato dal suo consulente tecnico ed amministrativo, geom. Ferdinando Guarracino, egli propose l’abbattimento delle due estremità dei due volti pericolanti e lo. demolizione dei residuati deficienti pilastri di sostegno, insidiati dal sovraccarico permanente che insisteva sulle volte del vecchio ipogeo. Fu dunque ordinato, nel 1956, un nuovo lotto di lavori: furono riparati, tra l’altro, i tetti ridotti in penose condizioni per l’infiltrazione di erbe e per la precarietà delle travi di sostcSl1’J !.}ci suppegni.
Infine, in vist::t del primo centenario dell’Incoronazione della Madonna di Pugliano, è stato realizzato il salone della terra santa. Dopo aver provveduto alla copertura deìl’umbiente, al rifacimento dei muri e al rinforzo del sottosuolo, gli ultimi lavori hanno dotato l’area che insiste sull’antico ipogco di un locale ampio, luminoso e polivalente, idoneo ad ospitare conferenze, accademie, matrimoni ecc.

Eppure, ad onta delle secolari vicende dell’antico cimitero, per molti quarantenni di oggi la vera storia clella terra santa comincia solo in questo secondo dopoguerra. In quegli anni lo spazio sovrastante (di oltre sette metri) l’ipogco mortuario divenne teatro di accanite e infuocate partite di calcio tra i vari clans di Via Pugliano, Via Canalone e Via Trentola.
La terra santa, unico spazio dove si potesse giocare al pallone, era allora un autentico polo di attrazione per lo. «gioventù del loco », ma esercitava anche un sicuro richiamo su tutti gli altri ragazzi di Resina, che vi accorrevano in gran numero per trascorrere qualche ora di svago. Era un esercito spurio e disordinato quello che invadeva quotidianamente il sacro recinto, un’armata irregolare che trasformava il terreno in un autentico campo di battaglia. A volte, infatti, le squadre risultavano così numerose da non consentire a tutti la possibilità di giocare, cosicché coloro che ritenevano di avere la precedenza sugli altri non esitavano a passare a vie di fatto pur di difendere il loro presunto diritto; e quel pio luogo, che aveva ascoltato in passato requiem e giaculatorie, risuonava ora di « voci alte e fioche e suon di man con elle ».

Ma il nuovo parroco Matrone operò, come s’è detto, un repulisti generale e permise l’accesso alla terra santa solo ai ragazzi della parrocchia, per i quali fu approntata una nuova sede sociale nel vecchio Cappellone di S. Luigi (opportunamente trasformato e adattato alle nuove esigenze parrocchiali). Furono fissati dei turni settimanali, furono imposte delle regole, fu richiesta una disciplina, ma i risultati non tardarono a venire.
La prospettiva di giocare al pallone convinse molti ragazzi ad iscriversi alla G.LA.C. (Gioventù Italiana di Azione Cattolica), cosicché
i ranghi di quell’associazÌaDc andarono ingrossandosi sempre di più. Gli iscritti alla G.LA.C. si dividevano in due categorie: gli juniores (i neofiti e i più giovani) e i seniores (gli anziani, alcuni dei quali avevano primeggiato in un torneo calcistico di Bellavista di qualche anno prima, inseriti nella fortissima squadra della S. Francesco. Ne ricordiamo i nomi: Giosuè Izzo, detto Bronèe, Benito Ogliastro, Raimondo Iengo e Mario Rispoli). Così suddivisi, gli aspiranti (tale era il nome degli iscritti all’associazione) poterono dar vita a regolari campionati interni.

Ebbe inizio così il periodo più bello e più esaltante della vita di molti ragazzi; e solo chi appartiene ad una generazione diversa ignora che cosa abbia rappresentato la terra santa per moltissimi giovani di allora. Allo scrivente, che vi ha vissuto i momenti più entusiasmanti della sua gioventù, quel luogo suscita ricordi carissimi e il rimpianto struggente di volti, personaggi, date e circostanze indimenticabili.
/ I Come dimenticare, ad esempio, il gioco ubriacante di Mario Gaudio, fatto di dribblings, di finte e controfinte (con avversari saltati come birilli), di tunnels, di serpentine, di veroniche, di fughe vertiginose lungo la linea dell’out, di passaggi smarcanti, di goals irresistibili? Come dimenticare le mattane di Pasquale Sannino, sempre in lite con compagni ed avversari, ma dal cuore generoso e dall’entusiasmo sempre pronto? Come dimenticare i colpi di testa di Vincenzo, detto Nllreco ‘e chiuppo? E, soprattutto, come dimenticare il volto buono di Gigino Sannino, considerato il migliore giocatore nel torneo estivo del 1954?

Sono ricordi sparsi come le sparte membra di un passato perduto; eppure la suggestione che deriva da quelle memorie suscita ancora un groppo alla gola.
Per concludere questo capitolo, si deve aggiungere che, dopo i lavori apportati nell’ultimo decennio, il grande cortile (notevolmente ridimensionato rispetto a quello di un tempo) più non ospita tornei e incontri di calcio.-Forse è meglio così: con le ultime partite di pallone disputate verso il 1970, è finita la storia della terra santa. Comincia ora la leggenda.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Il bosco di Portici e Resina, la sua storia
giugno 9, 2014
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Sebbene il villaggio di Resina fosse venuto ampliandosi sullitorale (probabilmente per la maggiore vicinanza alla strada imperiale), pure non si volle mai riconoscere altro luogo per principale se non quello dove sorge il santuario di Pugliano, ancorché collocato fuori mano; anzi fino al secolo XVI era in quel sito -come s’è detto -una boscaglia (1), e vi si conserva ancora il nome di bosco.

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A proposito di questo bosco, così scriveva V.Jori e):
« Chi da Resina salga la strada di S. Maria a Pugliano, giunge all’omonimo monumentale tempio; e, percorrendone la via a sinistra, perviene alla già reale Fagianeria, per la quale fu posta nel luogo detto nel 1740 Croce di San Marco, indi Bosco di San Marco; che divenne dominio borbonico dal 2 marzo 1758 in poi… Croce di S. Marco, che non è quella così detta al dì d’oggi in Portici; ma quella il cui nome antichissimo ricorda il quando delle Rogative (3) di Resina, che arrivate a tale Croce, non passavano più oltre, e perché era limite spirituale di Resina con San Giorgio (4). Nome di S. Marco che estesesi ad un larghetto, ad una breve via ed al Bosco, i l comprendente parecchi territorii: un bosco, tre masserie, incorporandovi ancora una pubblica strada, che, dalle Novelle calando a S. Maria a Pugliano, si disse confinare con detta strada il Bosco superiore unitamente a quello di S. Marco» (5).
Anche il Chiarini (6) descrisse questo sito:

bosco
« Finalmente valicando un ponte (7) che cavalca la via sul Canalone, a S.M. a Pugliano, si perviene ad altra parte del bosco, nominata la Fagianeria, dove osservansi ancora le poste dell’antica caccia di selvaggine, ed in tempi posteriori si allevavano i fagiani. Al 1839 ne fu venduto un pezzo che apparteneva ‘a Principi secondogeniti, il quale faceva angolo alla strada nuova (8) di S. Vito, alla cui metà riesce una porta del bosco. Il quale si vuole molto lodare per varietà di siti cangianti di aspetti e di luce, or colti, or selvaggi, e per intrighi e sbocchi di viali, quasi sempre facili alle ruote, dal monte al mare, offrendo alla vista or le nude lave del Vesuvio, or sempre verdi praterie spontanee ed artificiali, rallegrando gli sguardi con una grandissima molteplicità di forme e di prospetti pittoreschi tra più belli che mai possa immaginare pittore di paesaggi ».

Perché non vada smarrito il ricordo di quello che fu un tempo il Bosco Superiore (detto così per distinguerlo dal Bosco Inferiore di Portici) di Pugliano, si ritiene opportuno riportare un quadro sinottico dei suoi antichi proprietari, tra i quali spiccano gli immancabili Cozzolino (Pezza di caso) e Gaudino, unitamente ai Pittari e ai Donna Perna (proprietario, quest’ultimo, in quel tempo, anche dell’attuale Villa Rivellini). Si tratta di gente che non lesinò mezzi ed energie per rendere ancora più belli ed accoglienti quei siti sui quali il Palermo (9) si era già espresso in questi termini:
« Chiunque vede questi luoghi amenissimi non può far a meno di stimarli un paradiso in terra, come da’ più’ saggi forestieri vengono chiamati »:

ilbosco-2La preferenza accordata dai Borboni alla nostra incantevole plaga, la vicinanza alla città di Napoli, l’apertura della nuova strada per l’Osservatorio vesuviano, nonché le eccezionali condizion( climatiche del nostro amenissimo distretto, fecero della zona compresa tra Pugliano e le falde del vulcano, anche nella seconda metà dell’Ottocento, un luogo ideale per il soggiorno e la villeggiatura. Le maggiori famiglie deÌ1’emergente borghesia si costruirono bellissime ville nei dintorni, rivaleggiando in magnificenze e svaghi.
Tali requisiti paesaggistici e climatici fecero concepire al comm. Luigi Sapio, verso il 1930, un disegno audace. Considerato che il Comune di Resina, nonostante il suo vastissimo territorio, non avrebbe potuto avere un adeguato sviluppo.turistico senza l’integrazione del porto del Granatello, della sua stazione ferroviaria e dell’ampio parco del bosco reale di Portici, perché non procedere all’unificazione di Portici e di Resina creando la grande Ercolano e dando all’Italia una nuova città di grande interesse per il traffico turistico internazionale? Lo scopo era quello di creare una STAZIONE DI SOGGIORNO TURISTICO INVERNALE, da realizzarsi in una zona compresa tra i 100 e i 400 metri sul l.d.m., lungo la fascia collinare che da S. Vito porta a Torre del Greco.

Il progetto, redattodall’ing. Raffaele D’Angerio, prevedeva la bonifica della zona denominata Cuparella, ancora. oggi malsana e maleodorante, la quale era destinata a diventare così il centro urbano, modernamente attrezzato, della grande città di Ercola,no nata dalla fusione di Portici e di Resina. Per l’attuazione di questo programma gli operatori del settore turistico richiedevano soltanto la costruzione, ad opera dello Stato, della strada (lunga appena 1000 metri) lungo il bosco reale di Portici e di una mulattiera che con quattro rettilinei doveva raggiungere la funicolare del Vesuvio, oggi funivia.
Questo problema, agitato già prima dell’ultima guerra, fu recepito dalle Autorità centrali dell’epoca: Il Soprintendente ai Monumenti, nel 1930, riconobbe che le esigenze dello sviluppo turistico richiedevano che alle falde del Vesuvio, a partire da quota 120, fossero consentite soltanto piccolissime costruzioni per pensioni, ristoranti e villini, di altezza di 5 metri, occultate da piante di alto fusto. In quell’epoca, nella zona esistevano appena un convento, un ristorante e l’Osservatorio.

Fu così che venne autorizzata la costruzione dell’auspicata arteria attraverso il bosco reale di Portici (dove fu disposto l’abbattimento di sei ettari di alberi) e ne fu resa esecutiva l’opera: « Strada di accesso all’Autostrada, con derivazione alla stazione della Circumvesuviana -progetto 12 febbraio 1932 -importo L. 1.750.000 n. 1085 -Relatore’ Pignone »., Questa strada ed il territorio dell’ex bosco Catena (anche qui si procedette all’abbattimento di quindici ettari di alberi, per destinare la zona ad alberghi) sarebbero stati il centro della zona turistica:

Ma il sogno della grande Ercolano e della sua stazione di soggiorno invernale svanì.
Cosa resta oggi di quel progetto veramente ambizioso? Solo dodici lapidi affisse sui muri del porticese Rione Sapio, un quartiere che si trova lungo l’asse di quella che doveva essere la grande arteria turistica. Riportiamo, qui di seguito, il testo di una di quelle iscrizioni, forse la più significativa:

LE DODICI LAPIDI IN QUESTO RIONE TESTIMONIANO LA VlSIÒNE AVUTA FIN DAL 1928 DI UNA STAZIONE TURISTICA INVERNALE IN ERCOLANO COME MONTECARLO NIZZA CANNES CON CARATTERISTICHE PECULIARI ALLA ZONA VESUVIANA.
NEL 1932 FU RESO ESECUTIVO -MA NON REALIZZATO IL PROGETTO DEL PROLUNGAMENTO DI VIA DELIZIA ED IL COLLEGAMENTO CON IL PORTO E LA STAZIONE FERROVIARIA. FURONO CREATI VIALI -PIAZZE -STRADE E COSTRUITI EDlFlCt. NEGANDO IL PERMESSO PER QUATTRO GRANDI ALBERGHI CHE A M. 100 SUL L.D.M. NON AVREBBERO ALTERATO IL PANORAMA, CI SI DOMANDA PERCHÉ NON SI ABBIA VOLUTO DARE A ERCOLANO IL GRANDE VANTAGGIO CHE LA STAZIONE TURISTICA INVERNALE AVREBBE APPORTATO?

IL LUSSUREGGIANTE VERDE CHE NEL 1928 SI STAGLIAVA ALLE FALDE DEL VESUVIO È· STATO OGGI SOSTITUITO DA UNO SQUALLIDO PRESEPIO.

 

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.