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I turchi a Resina, una storia d’amore a lieto fine
maggio 29, 2014
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Il capitolo dell’Ottocento romantico resinese si chiude con una delicata storia d’amore, che sembra tratta pari pari dalle pagine delle Mille e una notte. Correva l’anno 1879, quando la nostra città fu onorata dalla presenza di un ospite esotico, l’ex Kedivè d’Egitto Ismail Pascià.

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Questo principe, già noto per aver aperto sotto il suo regno il canale di Suez, era stato deposto e costretto a lasciare il suo paese per non aver pagato gli interessi del debito pubblico egiziano; imbarcatosi sul panfilo Mahrusse, era venuto a Napoli, ai primi di luglio di quell’anno, per chiedere pace e distrazione alla terra delle Sirene.
Era allora Presidente del Consiglio Benedetto Cairoli, che offrì al principe Ismail, che si era rifugiato a Posillipo, la bella villa della Favorita a Resina. Lo scopo dello statista lombardo era quello di accogliere l’ex Kedivè per poter poi, per mezzo suo, avere notevole influenza sulle cose d’Egitto.
Ismail Pascià accettò l’offerta con grande entusiasmo e si stabilì, col suo seguito, in quell’angolo suggestivo fra il Vesuvio e il mare, prendendo dimora al primo piano. Per accedervi fece costruire un’apposita scala a chiocciola, a destra del portone. Il resto del primo piano, e tutto il secondo, era per le principesse. Nell’ultimo piano matto e nel sotterraneo erano, alla rinfusa, le schiave. Il secondo palazzo era per il seguito maschile: la palazzina verso il mare, che Ismail aveva provveduto a riacquistare, per i principi.
Naturalmente i resinesi si mostrarono subito curiosi di conoscere gli usi e i costumi di quella corte orientale. Si vociferava del lusso di Ismail, si parlava di odalische bellissime intraviste attraverso i cancelli e di squadre intere di eunuchi a custodia della loro fedeltà. Mille leggende cominciarono a spuntare sulla bocca di tutti.
Invece le cose stavano alquanto diversamente. Le principesse erano soltanto tre, poche in: confronto al numero sterminato di mogli che popolavano gli harem dei sultani orientali: erano circondate da una corte di tre o quattro dame di compagnia, delle schiave che avevano, a loro volta, altre schiave di condizione inferiore, ai loro ordini. Pranzavano e vestivano all’europea, uscivano spesso in carrozza aperta, fatte oggetto della curiosità e dei commenti degli immancabili spettatori, e andavano alla  passeggiata a Napoli, al S. Carlo e a pranzare nei caffè. Solo gli eunuchi si mantenevano fedeli ai costumi tradizionali del loro paese: vestivano col fez e soprabito chiuso fino al collo, e mangiavano il pranzo turco, composto di cibi molto aromatici e … inutilmente eccitanti, e senza vino.

Naturalmente, i rapporti tra la gente di Resina e gli ospiti erano quasi del tutto inesistenti. Solo quando si dovevano eseguire dei lavori all’interno della Villa, si richiedeva !’intervento della mano d’opera locale: in quell’occasione, gli operai erano vigilati da egiziani, armati di lungo coltellaccio. Ma, nonostante quella truce presenza, gli operai se ne ridevano; anzi alcuni riuscirono, non si sa come, ad imparare certe male parole turche, con le quali rispondevano, pronunciandole alla napoletana, alle minacce dei loro guardiani, abituati a ben altro rispetto da parte delle corvées del loro paese. In breve, quello strano miscuglio di turco-napoletano entrò nel linguaggio popolare, e non era raro il caso in cui i lazzari locali, da lontano e’ pronti a fuggire, apostrofavano in malo modo i numerosi egiziani seduti e intenti a fumare nei dintorni della Villa.

Eppure quella che sembrava una impenetrabile cortina di diffidenza, elevata dalla differenza di razza e dalla diversa civiltà, fu squarciata da un fatto nuovo e del tutto singolare. Un tenero romanzo d’amore nacque, come s’è detto, all’ombra della Favorita e unì indissolubilmente due cuori, quello di una bella odalisca e di un baldo giovanotto del luogo.
Spulciando tra « vecchie carte e amorose storie» , siamo riusciti a ricostruire la trama di quell’incredibile romanzo d’amore. I fatti si svolsero, più o meno, così:
Ogni sera, nell’ora « che volge il desio ai naviganti », due belle odalische, eludendo la sorveglianza dei loro guardiani, salivano sulla terrazza del palazzo, da dove il loro sguardo di straniere poteva carezzare, con profonda dolcezza ed ammirazione, quei dintorni ricchi di bellezze naturali.
E sognavano le due belle Milka e Severnisia. Il loro sguardo vagava lontano, e forse il pensiero correva veloce al loro paese e alle loro case. Guardavano il mare, e il mare tentatore metteva nei loro cuori un impeto di ribellione, un senso arcano di amare e di essere amate, un bisogno irresistibile di vivere una vita libera e felice.

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Una sera il suono dell’Ave Maria portò al cuore delle due inseparabili ancelle il messaggio che forse non avevano mai osato neppure sognare: in una terrazza di Villa Campolieto, al lato della Favorita, due giovanotti, un ingegnere e un avvocato, cominciarono a fissare le due belle straniere, rese ancora più belle dalla leggenda che le circondava e dal posto in cui si trovavano. Gli sguardi s’incrociarono, si smarrirono e gli occhi parlarono al cuore.
Per molte sere la scena muta e lusinghiera si ripetette: ne erano testimoni il cielo dall’alto e il mare lontano. E l’aria fremente e compiacente del luminoso crepuscolo di settembre avvolgeva in un’atmosfera di lusinga i due giovanotti, che ardivano amare le odalische di un principe straniero.
L’amore divampò e si nutrì di sorrisi, di promesse, di silenziosi giuramenti. Ma la Favorita non era accessibile a tutti, le odalische erano severamente sorvegliate ed Ismail era terribilmente geloso delle donne della sua corte.
Una sera la bella Severnisia, più ardente ed ingegnosa dell’altra, escogitò un sistema audace per rispondere al muto appello del suo innamorato, e cioè del giovane avvocato. Avvolse un foglio intorno ad una pietra e lanciò quel singolare messaggio nel giardino di Villa Campolieto.
I due giovanotti accorsero e raccolsero la lettera, ma non potettero leggerla perché non conoscevano il turco. Tuttavia, la necessità aguzzò l’ingegno dei due spasimanti, i quali fecero ricorso all’aiuto compiacente dell’interprete dello stesso Kedivè, tale Giuseppe Borel.
Questi, dopo aver tradotto la missiva ed esortato i giovanotti alla speranza, compilò la risposta che venne recapitata alle fanciulle con lo stesso mezzo.

Così si stabilì tra le due coppie una originale corrispondenza epistolare. Le odalische si dicevano disposte a ricambiare i sentimenti dei loro corieggiatori, ma facevano presente che non potevano corrispondervi appieno perché erano schiave del loro principe e sorvegliate gelosamente.
Tuttavia, come in tutte le favole belle, l’amore superò tutti gli ostacoli e alla fine trionfò.

Una sera Villa Favorita risplendeva di luci: si festeggiava il Ramadan, e tutto il palazzo era percorso da un andirivieni insolito di centinaia di persone. Il parco era illuminato, e le stanze e i corridoi della splendida residenza erano rallegrati dalle dolci melodie di musiche orientali: tutti erano come in estasi, pronti tuttavia a rubare la gioia ed il piacere ad una sera di divertimento.
Milka e Severnisia approfittarono di quello stordimento generale per attuare il loro audace disegno, la fuga verso la felicità. Travestite da uomini, col cuore gonfio per la paura ed ebbro d’amore, si avviarono verso l’uscita del palazzo.
Ma la sola Severnisia riuscì a sgusciare all’esterno e a fuggire verso Villa Campolieto. Qui il giovane avvocato, meravigliato e confuso per quell’incredibile sorpresa, accolse la bella fuggitiva come la visione di un sogno fantastico. Anche le sorelle del professionista ebbero per la bella odalisca mille premure e mille riguardi.

Al giovane la bellissima straniera, fuggita dal suo nido di schiavitù per amor suo, apparve come un’eroina, come una co.che aveva rischiato la vita per lui.
Quando Ismail seppe della fuga della sua Severnisia, ne reclamò a gran voce la restituzione. Ma il professionista si assunse tutta la responsabilità del caso e dichiarò di voler fare sua la bella creatura d’oltremare. E l’Italia, nazione libera, lasciò liberi gli innamorati di vivere l’uno per l’altro.
Ma poiché la comunanza spirituale si fa completa quando comune è il linguaggio, il giovane pensò di far apprendere alla sua amata la lingua italiana nell’Istituto Orientale di Napoli. Più tardi la fanciulla ricevette il battesimo e si chiamò Libera, Immacolata, Aida.
E, infine, la bella Severnisia sposò, in Resina, il giovane avvocato, e la loro unione fu legalizzata dal sindaco del tempo, comm. Alessandro Rossi.
E l’altra odalisca ? Meno fortunata di Severnisia, era stata subito scoperta ed arrestata dalle guardie del Kedivé e più nulla si seppe di lei. Certo si è che, quando Ismail tornò in Egitto dopo sei anni di soggiorno a Resina, delle ventitré donne condotte in Italia ne ritornarono in Egitto solo ventuno. Forse nella sera magica della fuga, mentre la fortunata Severnisia andò incontro all’amore, l’altra andò incontro alla morte.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

La storia di san vito e della festa ed il volo dell’angelo
maggio 19, 2014
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Storia del santo

Fu un martire del III o IV secolo. Il nome Vito deriva, etimologicamente, forse, dal latino: «che ha in sé la vita», oppure significa «forte», «virile».
Di lui, che fu tra i santi più venerati del medioevo, non si hanno notizie storiche sicure. Una Passione redatta nel sec. VII, ma poco attendibile per i suoi numerosi elementi leggendari-narra che Vito, siciliano di nascita, a solisetteanni, compie numerosi miracoli, tanto cheilgovernatoreValeriano lo fa arrestare cercando con minacce, di fargli rinnegare la fede cristiana.
Al governatore si aggiunse anche il padre di Vito, un pagano convinto. Esempi di coraggio e di fedeltà per il piccolo Vito, furono il maestro Modesto e la nutrice Crescenza, compagni di prigionia.
La loro fedeltà viene premiata da Dio che manda un angelo a liberarli. Tutti e tre trovano rifugio in Lucania, dove continuano, con la parola e con i prodigi, a testimoniare il loro amore perCristo. La fama dei prodigi arriva fino alla corte dell’imperatore Diocleziano il cui figlio era posseduto da spiriti maligni o, forse, soffriva di epilessia. Vito viene perquesto chiamato a Roma, dove guarisce il malato; ma come ricompensa viene sottoposto a torture pernon avervoluto sacrificare agli dei. Di nuovo un angelo lo libera dalla prigione e lo riporta presso il Sele, ove, con Modesto e Crescenza, testimoniò la sua fedeltà a Cristo col martirio.

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Le sue reliquie furono trasferite, nella seconda metà del VIII secolo al monastero St Denis (Parigi) e poi, nel 1355, a quello di Corvey in Sassonia, dall’imperatore Carlo IV. Dallo stesso imperatore,nel 1355, fu fatto portare da Pavia a Praga il capo di S. Vito.
Sin dal V secolo chiese e monasteri furuno dedicati a S. Vito in Roma, Sicilia, S.Vito fu annoverato nei Santi Ausiliatoli.

Con questo nome viene designato un gruppo di 14 santialla cui intercessione il popolo cristiano suole fare ricorso in momenti difficili. Cfr. Enciclopedia Cattolica, val. XII, col. 1537.
Molti paesi e borgate italiani portano il nome di S. Vito. ne do l’elenco:
S. Vito (Cagliari), San Vito (Modena), S. Vito (Forlì), S. Vito (Teramo), S. Vito (Cosenza), S. Vito al Tagliamento (Pordenone), S. Vito al TOlTe (Udine), S. Vito Chietino (Chieti), S. Vito dei Lombanli (Avellino), S. Vito dei Normanni (Brindisi), S. Vito di Altivola (Treviso), S. Vito di Cadore (Belluno), S. Vito di Fogogna (Udine), S. Vito di Leguzzano (Vicenza), S. Vito di Monte (Temi), S. Vito Lo Capo (Trapani), S. Vito Romano (Roma), S. Vito sul Cesano (Pesaroe Urbino), S. Vito sullo Ionio (CaL.1.nzam), S. Vito Taranto (Taranto), S. Vito di Valdobbiadente (Treviso).

Voglio ricordare anche la graziosa chiesa dedicata a S. Vito a Forio d’Ischia e la chiesa parrocchiale di Grumo Nevano.

La Chiesa celebra la festa liturgica di S. Vito il 15 giugno.
Anche il Martirologio Geronimiano, antico documento del secolo VI, (attribuito erroneamente a S. Girolamo) ed il famoso «Calendario marmoreo» di Napoli, del IX secolo, lo commemorano al 15 giugno.
S. Vito figura,già nel Sacramentario gelasiano antico, mentre Modesto e Crescenza gli furono aggiunti nel Messale Romano (Milano 1471). La prima indicazione topografica del Geronimiano «in Lucania» deve provenire da un Calendario locale.
Nell’iconografia S. Vito è rappresentato immerso nella caldaia rovente, in cui sarebbe stato suppliziato o tenendo una minuscola (caldaia) in mano con un cane a guinzaglio. S. Vito è invocato contro i morsi degli animali velenosi o idrofobi e da chi è colpito dalla «corea».

La festa

Durante l’anno, in occasione della festa del patrono, la zona intorno alla chiesa si anima insolitamente di folla gioiosa, di luminarie e fuochi pirotecnici.
È il pomeriggio di una domenica di fine estate (agosto un tempo, ora settembre), una di quelle domeniche che ti comunicano un che di triste e di malinconico per l’estate che si avvia lentamente a morire. Lo si avverte nell’aria tersa e nei colori languidi del pomeriggio, nei profumi della campagna e nell’espressione stessa della gente, accorsa curiosa da ogni parte del circondario per assistere al «volo degli angeli», che si svolge all’inizio e alla fine della processione del patrono.
Due ragazzi, vestiti da angioletti, vengono fatti avanzare da un sistema di carrucole su due funi sospese tra la chiesa e un edificio di fronte, mentre gli astanti, lo sguardo rivolto in alto, seguono l’avvenimento con grande partecipazione. Avanzando da direzioni opposte verso il centro della piazzetta, dove sosta la statua del patrono, i due «angioletti» intonano un inno invocando dal santo la protezione sulla comunità.

O glorioso martire
fortissimo patrono
il popolo qui prono
ti dichiara fedeltà.
Resina in tutti i secoli
d’ogni triste evento
d’ogni fataI cimento
per te trionferà.
Resina che si gloria
d’averti a protettore
con gioia e con amore
per te la vita avrà.

 

Non si sa quando sia nata questa tradizione, che è da mettere in relazione con i costumi e gli stili di vita di una civiltà agricola in gran parte scomparsa. Non si sa neppure se sia un fatto puramente locale, o collegato in qualche modo al culto del santo diffuso in altre parti d’Italia, specie del Mezzogiorno.
Ad ogni modo, il «volo degli angeli» è solo il clou della festa, che viene sempre preparata da un corso di predicazione. Per rendere la ricorrenza più solenne, un apposito comitato allestisce ogni anno un programma coi fiocchi.
La chiesa è addobbata da fiori e piante. Pali delle luminarie vengono innalzati qua e là. Postazioni fisse e mobili di venditori si dispongono a raggiera intorno al tempio. Non manca neppure la banda musicale che, negli ultimi anni, accompagna anche dei concerti vocali.

E quando arriva finalmente il giorno più atteso, gli abitanti della bella frazione di S. Vito, che oggi è in via di grande sviluppo demografico, si assiepano sui balconi e sulle terrazze per assistere ad. ogni fase dei festeggiamenti, che hanno un momento importante nella processione: questa è preceduta dal parroco della comunità locale, dal rettore della chiesa e dai sacerdoti del clero ercolanese, dai ministranti, nonché da alcune associazioni laicali, come gli scouts.

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La festa, che al mattino si apre con una messa solenne, si completa a sera con l’accensione dei bengala e con una spettacolosa esplosione di fuochi che s’innalzano e si aprono ad ombrello nel cielo, segnali conclusivi di un avvenimento il cui ricordo durerà un anno intero.

La chiesa

Come già detto, la chiesetta di S. Vito fu edificata dal sac. don Vito Antonio Cozzolino di Battimo.
Il fratello Cristoforo sposò Carmina Angela, figlia di Giovanni Cozzolino di Cocone, che assegnò alla chiesa, con grande  munificenza, una ricca dotazione. Infatti, con rogito dell’8 agosto 1749, stipulato dal Notaio Tommaso Imperato, donò un beneficio sotto il titolo di S. Vito, S. Antonio Abate e Immacolata Concezione, consistente in 25 ducati annui per la celebrazione in perpetuo di una Messa festiva ed il rimanente per le spese di culto. Inoltre, con un codicillo al suo testamento, aggiunse, in data 6 novembre 1754, altri 65 ducati annui provenienti dal capitale di 1300 ducati alla ragione del 5% che, secondo l’istrumento di mutuo del 26 maggio 1753 per Notar Marzio Iacomino, doveva conseguirsi da Pietro Cozzolino, farmacista di Resina, e dai suoi figli, dotto Pasquale Domenico e Francesco, nonché dalla moglie Rosa Perna.
Detti ducati 65,58 selvivano perla celebrazione di una messa quotidiana
in perpetuo e cioé grana 85 per le messe festive e grana 15 per ciascuna messa feriale; gli altri 7 ducati per il diritto di sagrestia.

Il figlio di Cristoforo, AnielIo,sposòAnna Maria figlia di Aniello Gaudino, detto Petuccio, che, con testamento del notaio Tommaso Imperato del 4 aprile 1823, nominòerediisuoi nipotiecioé, ifigli maschi diAnielIo,lasciando un legato di 40 ducati annui, dei quali 4 perilmantenimento della chiesa di S. Vito e 36 per la celebrazione di Messe in tutti i giorni festivi, per la durata di 50anni. Nonavendo ilgenero,Aniello, un figlio sacerdote, nominò cappellano don Giovanni Formisano fu Pasquale.
Il 13 giugno 1828 ebbe inizio la celebrazione delle Messe.

Il sacerdote Andrea Cozzolino di Cristoforo, con testamento dell’Il luglio 1828 per Notar Maiello, nominò suo erede il nipote Tommaso, figlio del dottor Giovanni, obbligandolo a far celebrare due messe festive nella cappella per 50 anni, e cioé fino al 1883, essendo awenuta la sua morte al 1833, e per altri 50 anni, cioé fino al 1933, una messa nella chiesetta di S. Vito ed un’altra in una chiesa di suo piacimento.
Inoltre, lo stesso Tommaso raccolse una cospicua posizione finanziaria e col suo testamento del 29 agosto 1853 nominò erede il cugino Gennaro Cozzolino, figlio dello zio Aniello. Egli fondò dei maritaggi, e istitul una Cappellania per la celebrazione di una Messa quotidiana in perpetuo per la sua anima.
Di detta Cappellania designò i seguenti fondi:
1) Il territorio di moggia 4 con la casina annessa nel luogo detto Tironi;
2) altro territorio poco oltre la chiesetta: un luogo denominato Rio Agostini;
3) altre due moggia di territorio in luogo detto Rio di Quaglia o Rienzo;
Inoltre faceva obbligo al suo erede di far celebrare un’altra messa festiva, legando per tale onere il censo di ducati 32 che si corrispondeva da Domenico Summonte.

Volle che i cappellani fossero nominati dai suoi eredi e discendenti e che osservassero tali obblighi.
Inoltre volle che in una parete della sagrestia fosse murata una lapide che fu fatta scolpire da don Dionigi, per ricordare l’adempimento di tali legati. Don Dionigi morl il 31 gennaio 1905.
Poco prima di morire, il9 gennaio 1905, con testamento olografo, don Dionigi, lasciava al suo erede i seguenti fondi:
l) al luogo detto Conte o Servillo con casamento;
2) al Rio di Quaglia con casamento;
3) al luogo Rendennola;
4) al luogo detto Rienzo;
5) un piccolo pezzo davanti alla chiesa;
6) la selva acquistata dal testatore da persona di famiglia.
Don Dionigi volle che la rendita di tali territori, fosse corrisposta, dal suo erede, ai due sacerdoti officianti, nella cappella di S. Vito, una messa quotidiana ed un’altra festiva in perpetuo.
Il 21 febbraio 1987 la signora Kuhne Lora, vedova del cav. Gennaro Cozzolino, diretto discendente dell’illustre famiglia Cozzolino di Battimo Cocone, per rispettare la volontà del defunto marito, con atto pubblico del notaio Leopoldo Mangieri, di Portici, donava la chiesetta alla parrocchia del S. Cuore, alla cui giurisdizione essa appartiene.

Tratto dal libro di Ciro Parisi ” San Vito di Resina. Storia, tradizione, immagini”

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Il mistero dell’urlo in via fosso grande.
maggio 19, 2014
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Un episodio strano ed al limite del sovrannaturale si verificò proprio a Resina e destò un grande scalpore, anche al di fuori dell’ambito locale.
Accadde nell’attuale Via Fosso grande, già Fosso dei Corbi, una solitaria e accidentata zona di campagna. Fino al 1858, anno dell’eruzione che lo colmò e lo rese praticabile, il Fosso grande era un burrone ostruito da enormi pezzi di roccia ferruginosa. Da qui erano passate le lave del 1631 e del 1767, ma erano state soprattutto quelle del 1858 a colmare il vallone, profondo un centinaio di metri. Dopo l’eruzione di quell’anno, Via Fosso grande era dunque appena un sentiero campestre, accessibile solo da Via Madonnelle. I lavori della nuova strada comunale Resina -S. Sebastiano avrebbero avuto inizio a partire dal 1894, e solo qualche casupola interrompeva, qua e là, la solitudine della campagna.

Era una notte del mese di novembre del 1880, quando un urlo che niente aveva di umano svegliò gli spauriti abitanti della zona. Il fatto si ripeté anche nelle notti successive, destando in tutti non poche apprensioni. Si trattava di un lungo, modulato sibilo che proveniva dalla campagna; ma non si riusciva a capire la natura del suono: era un uomo in preda ad un raptus di follia? Oppure un fantasma che si divertiva a terrorizzare la gente?

Per qualche tempo, i più coraggiosi tra i contadini, armati di fucile, batterono la zona palmo a palmo, sparando in direzione della voce, ma inutilmente.
Intanto, la notizia di quella strana voce notturna si era diffusa rapidamente nel paese provocando, oltre ad un giustificato allarmismo, una ridda di spiegazioni e di interpretazioni le più curiose e fantasiose. I moralisti erano sicuri che si trattasse di un’anima dannata, probabilmente quella di una prostituta che in vita aveva operato nella zona; ma non mancava chi credeva di ricordare che il vallone di Fosso grande era stato conosciuto in passato come la zona degli spiriti. Che fare? I più superstiziosi proposero di affidare il caso alla vecchia ‘e Mattavona, una donna conosciuta in paese per le sue arti magiche. Interpellata, la fattucchiera decise di fare una ricognizione in Ioco.

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L’appostamento in Via Fosso grande avvenne nella notte di uno dei primi giorni di dicembre. Sotto un albero di fichi, ai margini della campagna, presso una masseria, un gruppetto di coraggiosi si mise in attesa degli eventi, fidando ciecamente nelle virtù taumaturgiche della megera. A mezzanotte, l’ora classica delle streghe e dei fantasmi, dal profondo della campagna si levò, lontano ma chiaro, il tanto atteso urlo: angoscioso e straziante; come quello di una donna che stava per essere strangolata.
La vecchia ‘e Mattavona si fece allora avanti e, alzando le mani verso la direzione della voce, farfugliò delle parole incomprensibili. Quanto tempo durò quell’esorcismo? Qualche minuto? Un’eternità? Poi i presenti, che avevano trattenuto il respiro per non disturbare la sacralità di quel rito, furono invitati a tornare a casa Da allora l’urlo scomparve. I contadini poterono tranquillamente dormire nelle loro case, senza più essere terrorizzati dalla voce misteriosa; e Resina tornò a vivere di nuovo la vita sonnacchiosa della «provincia addormentata ».

Ma una cosa tuttavia rimase, resa anzi ancora più grande dall’avvenuta scomparsa del!’incubo notturno: la credenza nelle pratiche magiche. E le varie fattucchiere continuarono a lungo a fare affari d’oro, speculando sulle necessità vere o presunte della popolazione .
Per concludere questo interessante capitolo di storia locale, piace ricordare che proprio nella zona del Fosso grande sorse più tardi l’attuale cimitero extra-urbano di Resina. Singolare coincidenza? Può darsi: ma, ancora oggi, qualche vecchio cultore di storia locale si dice convinto che la casa dei morti non poteva che essere costruita nell’antica sede degli spiriti.

L’episodio fu narrato da un vecchio resinese tale Michele Cozzolino, morto nel 1956 all’età di 94 anni. Il Cozzolino assistette personalmente all’evento narrato e fino alla morte conservò un ricordo lucido dell’episodio.

Tratto dal libro di mario carotenuto Da Resina ad Ercolano. Una città tra storia e cronaca. – Ed. pro Ercolano

Informazioni autore

Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni

Piazza Pugliano una storia millenaria.
maggio 19, 2014
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L’attuale Piazza Pugliano era, nell’antichità, un fitto bosco, parte integrante di quella macchia mediterranea che fin dalla notte dei
tempi aveva ricoperto le pendici del Vesuvio .
Tra la montagna e il mare era, allora, tutto un susseguirsi di filari di pini, di prati e di fiori che si specchiavano nelle azzurre acque del golfo delle sirene, strappando accenti di viva ammirazione a coloro  che ebbero la fortuna di approdare in quest’angolo di paradiso.
Ma tanta bellezza sembrò suscitare « l’invidia degli dei ». Il 24 agosto  del 79 d.C., un terrificante boato diede l’apertura alla più
famosa eruzione vesuviana di ogni tempo e segnò !’inizio di una vicenda che non avrebbe avuto uguali nella storia del mondo. Un’immane colata di fango e di materiale piroclastico scivolò lungo i fianchi del monte e, in tre giorni di furiose devastazioni,  trasformò totalmente l’aspetto dei luoghi.

Anche il nostro bosco fu travolto da quella spaventosa alluvione: spogliato degli alberi e di ogni altro elemento vegetativo, divenne una spianata ricoperta. di fango e di cenere.
Su questo strato composito fu poi costruito un oratorio (4) dedicato alla Vergine, nucleo originario di quel tempio di Pugliano (5),
a proposito del quale così scrive il Rosini (6):
« Positum est in veteri terra (ita enim aggestos cineres Tito aevo e monte effusos nominant».
La natura, tuttavia, tornò ben presto a fiorire sui luoghi sconvolti dall’eruzione, e ne abbiamo varie conferme.
Una tavola incisa e dipinta all’acquatinta, tratta dal Voyage pittoresque ou description des Royaumes de Naples et de Sicile del famoso abate Saint-Non, mostra un’eccellente ricostruzione del « bosco supra Resina» che circonda il primitivo oratorio.
Gli alberi di Pugliano sono evidenziati in una pala d’altare (dedicato alla Madonna del Rosario), che si conserva nella stessa Chiesa
di Pugliano e nella quale l’autore volle fissare il panorama della città nel 1500: vi si vede il campanile del Santuario che svetta su un bosco assai folto e su un gruppo dLcase, primo elemento di novità nel paesaggio selvoso della zona.
Un episodio assai significativo della storia della parte alta di Resina si riferisce all’eruzione del 1631, ed è documentato dagli storici con senso di stupore misto ad incredulità. In quell’occasione, un’imponente fiumana di lava basaltica distrusse completamente l’abitato di Pugliano; ma « il Santuario rimase incolume in mezzo alle lave fumanti che lo avevano circondato ». Sembrò, suggerisce l’Alfano (7), che la Madonna dicesse:
« In medio ignis non sum aestuata»
L’ubicazione oltremodo scomoda del Tempio, isolato sulla collina di Pugliano ed esposto continuamente alle insidie dell’ignivomo monte, appare evidente in tutta una serie di disegni, incisioni e veduta del XVII e XVIII secolo.

Così è in due incisioni di Giovanni Morghen (rispettivamente. Prospetto del Vesuvio e sue adiacenze prima dell’eruzione dell’anno 1631 e Prospetto del Vesuvio e sue adiacenze dopo l’eruzione dell’anno 1631), in un disegno di Francesco Serao (Vesuvii prospectus ex aedibus regiis), nelle altre incisioni di Filippo Morghen (Veduta del corso della lava eruttata dal Monte Vesuvio l’anno 1751 all’Atrio del Cavallo) e di Galiani (Veduta del Vesuvio da mezzogiorno nell’eruzione dell’anno 1754), e in una stampà napoletana sincrona (Veduta del Vesuvio da mezzogiorno dimostrante le lave dell’eruzione della notte del IX aprile MOCCLXVI).
Tuttavia, ad onta delle ricorrenti eruzioni vesuviane, non si può fare a meno di pensare alla visione arcadica che offriva la zona collinare di Resina nel XVIII secolo: osservando la Tav. 28. della famosa « Pianta del duca di Noya» del 1775, si nota la Chiesa di Pugliano fronteggiata da una vasta radura erbosa; tutto intorno, a monte e sul lato orientale di chi si pone di fronte al tempio, alberi e prati; a sinistra, una estesa area boschiva (il cosiddetto Bosco superiore); a valle, infine, è segnalata, per la prima volta, la presenza di Via Pugliano.
In una stilizzata veduta tratta dall’Istoria dei varj incendi del Monte Vesuvio (1786) di G. De Bottis, lo splendido isolamento del Santuario è ancora più accentuato: vi si mira, in primo piano, il Tempio << da un casino che sta dirimpetto al convento dei PP. Agostiniani Scalzi di Resina», che è circondato da alberi fronzuti e scorie vulcaniche, residui forse della lava vesuviana del 1767.

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La posizione appartata di Puglia~ò è palese anche nella topografia della zona litoranea vesuviana, rilevata da Francesco La Vega e annessa alla nota Dissertationis isagogicae ad Herculanensium voluminum explanationem pars prima (1797) del Rosini.
Ma la visione più pregevole e più nitida della collina di Pugliano è offerta da una stampa tratta dal Voyage pittoresque, historique et géographique de Rome à Naples et ses environs del 182324:
si tratta di una bellissima tavola incisa e dipinta all’acquatinta, che mostra una «Vue de l’Eglise de Resine et de l’Eruption du Vesuve du 22 Oct. 1822 ».
A proposito di quella stampa, così scrisse, nel 1934, uno dei più appassionati cultori di storia cittadina, l’avv. Vincenzo Gaudino: «Ho avuto l’occasione di vedere una stampa francese che riporta l’eruzione del Vesuvio dell’anno 1822 nel giorno 22 ottobre, e la facciata della nostra Chiesa con la piazza. Mi fa piacere far apprendere ai lettori, in queste poche note, come era allora il prospetto della basilica di Pugliano e lo stato della piazza. A fianco del campanile seguiva un porticato con quattro arcate sfornite . di càncelli, perché ricovero di pellegrini che potevano giungere pure di notte.” e non tre come si vedono oggi; l’ultima arcata restava aperta anche dal lato di Via Trentola, e quindi vi si poteva accedere anche da questa parte; e mentre le tre arcate di mezzo davano adito alle tre porte principali del Tempio, quest’ultima arcata non aveva porta d’ingresso nella Chiesa, ma aveva murata l’iscrizione in marmo che ricorda le ìndulgenze concesse nei passati secoli dai Sommi Pontefici.
Non sono passati ancora settant’anni che, forse per una malintesa ragione di simmetria, l’amministrazione comunale credette far murare la quarta arcata, a simiglianza dei primi due piani della torre campanaria. Infatti, nell’anno 1888, l’amministrazione Cacciottoli (11) vi fece costruire l’orologio pubblico. La marmorea iscrizione venne murata al lato della parete del campanile, nell’interno del porticato, a fianco della porta e, a sinistra di chi entra.
La detta stampa riproduce le istesse mostre e trabeazioni e frontoni di piperno e l’edicola sulla porta centrale.
Sopra i quattro archi si vede ergersi un rettangolo in muratura con quattro riquadri a stucco divisi da cinque colonne, e nel quadrato che corrisponde alla porta di mezzo si vede il finestrino come lo si vede adesso. Questo rettangolo non si elevava molto e terminava senza frontone e senza la croce, dando adito a far apparire dalla piazza il lanternino della cupola principale ed al lato un .piccolo campanile a due luci cori piccole campane, forse da servire a dare i segni delle messe, e che qra più non esiste.
In seguito, come s’è detto, la facciata venne trasformata e, con la chiusura del quarto arco, prese la forma che ha ora, eccetto i tre portici che resta·rono furono chiusi con cancelli, perché, dati i mezzi di trasporto, oggi gente forestiera non arriva se non nelle ore in cui si sa che la Chiesa è aperta.

Dal lato di Via Trentola, molto più e propriamente verso la Crociera principale, si vede il Cappellone dell’antico Cimitero, con la cupola e-il lanternino che, da poco rovinato, è ora in ricostruzione (13), e la facciata come attualmente si trova.
La grande piazza allora appariva tutto un piano solo, con dei cimoni di lava vulcanica che qua e là si ergevano anche fuori del piano. Un secolare tiglio di proporzioni grandiose si vede dalla parte del vecchio cimitero, albero storico che ricordava anche le epoche di severe punizioni dei delitti commessi, bene prestandosi a fare da sostegno al capestro; centro di riunione dei ragazzi e riparo anche dai cocenti raggi del sole; caratteristico per i divertimenti che intorno ad esso si organizzavano, specie nell’accensione dei fuochi pirotecnici nella grande festa dell’Assunta…

pugliano1930
Ritornando all’antica stampa francese, in detta piazza si vedono dalla parte della Congregazione della SS. Trinità (14) due croci. Si vede una processione di penitenza di sacerdoti recanti il simulacro della Vergine dirigersi verso il Vesuvio, che sullo sfondo appare terribilmente in eruzione col suo nero pino che oscura. il sole; indi una grande folla in fuga, un carro con masserizie; due uomini in tuba e soprabito lungo; alcune donne con bambino in braccio. Poi si vede una folta boscaglia, dove ora è la stazione vesuviana, e qualche fabbricato che pare debba essere l’attuale Villa Irene » (15). La suggestione del paesaggio di Pugliano è assai efficacemente descritta anche da queste brevi note, vergate nel 1845, di Fran· cesco Alvino (16): « Su dunque al Vesuvio… Per l’erta si giunge a Pugliano, dove un tiglio secolare dà un’?mbra ed una veduta che né più soave, né più pittoresca ne avrete incontrata giammai. Qui è la chiesa, da una pia tradizione  attribuita ad Appellone, primo vescovo resinese consagrato da s. Pietro, e confina col Camposanto; quella ristorata, questo disegnato e condotto dall’architetto napoletano Nicola Leandro. È da veder pure la bella Congrega· zione (18) che i Resinesi si stanno compiendo: è un’ampia chiesa ad unica navata di corretta architettura e con finissimi ornati di stucco di rara perfezione, nel qual lavoro sono assai valenti gli artefici di questo paese ». Ed ecco un’altra descrizione di G. Scherillo (19), che risale al 1859, della Chiesa (con l’annesso campanile) e della Piazza di Pugliano: « Collocata alla parte superiore della villa e con la facciata ad austro, guarda lontanamente il sottoposto mare. Vi si ascende per la pendice del Vesuvio e per la stessa strada che mena al suo cratere, costeggiata di edificii piantati sulle rocce laviche del vulcano, di cui qua e là vedi sulle sponde gli scabri rocchi, che ora sporgono con le acute punte dalle pareti, ora occupano gl’interstizii tra un’abitazione e l’altra. Così fino al punto che sii giunto ad una spianata ricoperta di brugiata e nera sabbia, dove sorge la Chiesa; in guisa che il sacro edificio a mezza costa del monte vesuviano domina tutta la villa. È preceduto da un portico a quattro archi sorretti da piloni, su cui corre un attico terminato da un elegante corniciqne, ornato di nicchie e pilastrini dorici. A sinistra si eleva il campanile a quattro piani senza comignolo, che viene innanzi sulla fronte del portico, grande e bella torre quadrata, forte nel piede, negli angoli e nelle cordonate che distinguono i piani, e di cui gli ultimi due sopravvanzano il cornicione del portico di tutta la loro altezza ».

 

Come si vede, l’attuale Piazza Pugliano appariva, nel secolo scorso, come «un piano solo, con dei cimoni di lava vulcanica» (nella descrizione del Gaudino), oppure come «una spianata ricoperta di brugiata e nera sabbia» (nella testimonianza dello Schedllo). Solo nella seconda metà dell’Ottocento la piazza assumerà un aspetto più simile a quello dei nostri giorni.
Prima di proseguire nel discorso sullo sviluppo di Pugliano, piace però accennare a quei gelsi Ce cieuze) che per decenni hanno rappresentato un punto di riferimento preciso nel linguaggio della gente di Resina. Sentiamo cosa dice, al ‘riguardo, l’avv. Gaudino .(20):
«Il nostro popolino usa questa frase: “Vado in mezzo ai gelsi, oppure vado dietro i gelsi”. Ciò sarebbe quel tratto di strada che va dall’angolo di Piazza Pugliano fino a Via Trentola, cioè la parte alta di questa strada. Sia negli atti amministrativi, sia negli atti pubblici o privati troviamo la locuzione Contrada dei gelsi, oppure Contrada dietro i gelsi. Dal verbale della Congrega di Carità del 29 dicembre 1872 si rileva che nelle vicinanze della Chiesa di Pugliano vi erano tre fondi di pertinenza di detta Chiesa…
Il primo fondo fu venduto per l’Acquedotto vesuviano (21); il secondo fondo esiste tuttora ed è quello che sta in Via Fevolella, dietro la Chiesa di Pugliano; il terzo fondo, ora scomparso completamente, di forma triangolare, vicino al Palazzo Piccolomini, ora Villa Irene… In questo fondo triangolare… era piantato un gelseto, di are 30 circa, a guisa di boschetto… E tutto questo serve per dimostrare come le frasi del nostro popolino trovano la base su un fatto storico ».
Già alla fine dell’Ottocento, però, i gelsi e il tiglio secolare più non esistevano a Pugliano. La piazza e il tempio, come è stato ricordato dal Gaudino, subirono in quel lasso di tempo modifiche e trasformazioni. In un opuscolo (22), pubblicato nel 1893 dall’Amministrazione Cacciottoli, si legge:
« La sistemazione poi del Largo a Pugliano, delle Vie Cuparella, S. Elena, Bosco, Fevolella, Dragonetti, Arcucci, primo e secondo tratto di Via Trentola, traversa Municipio, via Patacca… son tutte opere queste da noi volute e compiute… Né questo è tutto. Provvedemmo il Comune di un pubblico orologio con tutte le opere annesse…
Ma vi ha di più. Gelosi della religione degli avi nostri, deplorammo lo stato pessimo e di abbandono in cui trovammo le Chiese della Città… Fra le Chiese primeggia la Chiesa madre, che oltre di essere stata trasformata negli stucchi, fu ornata di pitture bellissime, di un pavimento in marmo, di colonne ad imitazione ecc. ».
Queste trasformazioni sono evidenti in una vecchia cartolina fin de siècle (<< Resina. Il Santuario di Pugliano e vista del Vesuvio ») del noto editore napoletano E. Ragozino: vi si vede, per la prima volta, la piazza divisa in tre larghi marciapiedi, separati fra loro da altrettanti rettilinei; ai bordi dei marciapiedi corrono file di smunti alberelli, tra i quali qualche donnetta ha steso delle funi-per appendere il bucato; altri particolari notevoli sono la nuda semplicità della stessa piazza, un angolo della quale accoglierà l’Acquedotto vesuviano (costruito nel 1896), e la cima fumante del Vesuvio sullo sfondo, quale appariva prima della decapitazione subentrata in seguito all’eruzione del 1906.

Nel 1904 la « Società della Circumvesuviana» aggiunse alla linea a vapore Napo~i·Ottaviano-Poggiomarinouna seconda linea, BarraResina-Torre del Greco-Poggiomarino. Per la prima volta, Piazza Pugliano venne ad essere divisa da Via Pugliano da un passaggio a livello composto da tre tronchi, ciascuno dei quali era formato , da pilastri in muratura uniti tra loro da cancelli.
In una cartolina del 1920 (<< Resina. Largo Pugliano e l’Esterminator Vesevo »), dell’editore D. Giliberti di Resina, è, però, ancora più palese l’aspetto primitivo della piazza, con i panni stesi allo sciorino al di là e al di qua d~l passaggio a livello; altri dettagli importanti sono i primi fanali a ~as (23), sorti sui marciapiedi di Piazza Pugliano, e una fontana pubblica (24), collocata proprio al culmine della salita di Pugliano, sulla destra di chi guarda la Chiesa, a qualche metro di distanza dal passaggio a livello e dall’imbocco dell’attuale Via IV Novembre.
Dopo l’inaugurazione della nuova linea circumvesuviana, la «Ditta Cook» costruì la ferrovia vesuviana Pugliano-OsservatorioStazione inferiore. La nuova stazione, completata nel 1913, si congiunse così con la ferrovia circumvesuviana, per cui i rispettivi binari correvano per un certo tratto paralleli, e con Piazza Pugliano (alla quale era collegata da un vialetto, tuffato nel verde e ricco di aria balsamica, che i resinesi si abituarono a chiamare affettuosamente «dint “a Cook »).
Ecco cosa scrive il Malladra (25) di quel romantico angolo di paradiso: « Uno stesso piazzale bene inghiaiato e pulito accoglie le due stazioni di Pugliano; cioè della Circumvesuviana e della Vesuviana; la prima a valle, coi suoi graziosi giardinetti fioriti tutto l’anno, e la seconda a monte con la sua torretta e la poetica veranda sempre aperta, protetta da una pensilina rivestita dal sempreverde Eleagnus ferruginem. Se le due ferrovie avessero mantenuto lo stesso scartamento ridotto, le vetture del Vesuvio avrebbero potuto circolare fino a Napoli… ». La sistemazione definitiva di «Largo Pugliano» risale, infine, all’epoca dell’amministrazione Bossa, all’inizio cioè degli anni ’30. La grande piazza fu trasformata in « attraenti giardini e bei vialetti, con centri in pietra vulcanica finemente lavorata ed il tutto splendidamente illuminato» da artistici lampioni, che avevano sostituito i vecchi fanali a gas. Ai bordi dei graziosi vialetti furono anche piantati dei pini. Anche il passaggio a livello subì delle modifiche. I vecchi pilastri in muratura furono sostituiti ‘da quattro cancelletti, due a monte e due a valle dei binari. Ciascuna di questa coppia di cancelli, che partivano rispettivamente dagli. opposti angoli della piazza (dagli imbocchi cioè di Via Cuparella e di Via IV Novembre), era separata da un intervallo di otto-nove metri,’ riservato al passaggio dei pedoni e delle carrette. In vista del transito dei treni, il casellante faceva scorrere due carrelli (che avevano una sede propria, uno a monte e l’altro a valle della ferrovia), e chiudeva il varco per impedire il transito a uomini e bestie. Nuovo decoro alla piazza aggiunse, infine, la decorazione e la consacrazione (7.6) della Chiesa, avvenuta il 3 agosto 1935. Promotore dei lavori fu !’indimenticabile don Gioacchino Cozzolino, parroco di Pugliano per quasi mezzo secolQ (1899-1943). Ma, ahimé, quella che doveva essere la sistemazione definitiva della piazza e della chiesa venne a scontrarsi con due realtà: il secondo conflitto mondiale e la superficialità di certi amministratori. In seguito agli eventi bellici, sui bei viali di Piazza Pugliano fecero la loro comparsa orribili baracche di legno (sopravvissute in parte fino alla seconda metà degli anni 50), che resero la zona simile ad una bidonville di periferia. Anche la chiesa subì dei danni, non tali tuttavia da giustificare lo scempio che in breve tempo si sarebbe perpetrato contro il più venerando monumento religioso di Resina. Fu deciso, infatti, di abbattere la vecchia facciata del tempio e di costruirne un’altra ex novo, uguale alla precedente. Poche settimane bastarono per conseguire, nel 1951, il primo intento; ma occorsero ben tre lustri per realizzare il secondo. I lavori procedettero con ritmo accelerato solo nei primi mesi, durante i quali si costruì il nuovo porticato che era sostenuto da doppie colonne esterne, e qui si fermarono. Per ben quindici anni la nuova facciata rimase priva dell’attico e del cornicione. Era un’immagine acefala, che faceva di certo rimpiangere i riquadri a stucco, le nicchie e i pilastrini dorici del frontone precedente. Rispetto alla facciata dell’anteguerra, mancavano anche la quarta arcata (con relativo orologio) e la cancellata che serviva a proteggere l’atrio durante le ore notturne. Rimasto così, incompleto e privo di protezione, il porticato della chiesa divenne teatro di interminabili partite di pallone, pomeridiane e serali, senza che si potesse fare alcunché per reprimere quello sconcio.
Ma il peggio doveya ancora venire. Quando, nel 1956, i lavori furono finalmente ultimati, quella che si presentò davanti agli occhi degli esterrefatti resinesi apparve subito come una rozza e grossolana imitazione della facciata precedente e fece capire a tutti che uno dei capitoli più impor~anti e significativi della storia di Resina si era chiuso per sempre. Le mostre, le trabeazioni, il frontone di piperno e l’edicola della Vergine sulla porta centrale erano scomparsi. Era davvero finita l’epoca delle grandi opere portate a termine con scrupolo e maestria (lavori di muratura e di stuccatura in cui le maestranze resinesi erano andate famose nei secoli); e continuava (perché già incominciata da qualche tempo), per converso, il periodo del pressappochismo, del massimo guadagno col minimo sforzo e di tutte le altre « piacevolezze » che viviamo e subiamo al giorno d’oggi.

Eppure il geom. F. Guarracino (27), riferendosi alla piazza di Pugliano, ancora nel 1959, così scriveva: , «Chi ha visto l’alba del 15 agosto, rilevata la massa di popolo che in parte precede e in massima parte segue la tradizionale secolare diana, deve aver avuta con me l’impressione che l’attuale Piazza Pugliano, così come è limitata tra i cancelli della Circumvesuviana e la chiesa, è insufficiente ai bisogni e all’importanza d’una piazza quale essa è. Difatti è centro d’irradiazione a raggiera di tutte le strade che conducono all’abitato, sia verso il mare che ad oriente (verso la i1Uova zona di Resina) e verso il Vesuvio, che rimane col nostro Santuario e con gli Scavi centro d’attrazione per i turisti. L’antica piazza, come rilevasi dalla vecchia mappa planimetrica di Resina, si estendeva in lunghezza, per circa 100 metri, fra l’ex Bosco Reale di Portici, rasente la Via Cuparella, e il confine del giardino di Palazzo Piccolomini, proprietà di dominio diretto della chiesa di Pugliano e di dorninio utile dei signori Rossi (avv. Crescenzo, Anna, Candida e Irene fu Giuseppe ed eredi di Irene Galante, vedova di Francesco Rossi). In larghezza, poi, era limitata, a monte, dalla chiesa, e, a valle, dall’angolo dell’attuale Via IV Novembre fino allo sbocco di Via Cuparella. Misurava, infatti, la superficie di mq. 8500. Tale ampiezza venne ristretta per l’occupazione della sede della Ferrovia secondaria (Circumvesuviana) e, sùccessivamente, dall’adiacente sede della Stazione di Pugliano della Ferrovia Vesuviana.
Nel piano di costruzione del raddoppio del binario della linea BarraTorre Annunziata (già eseguito in parte da Torre Annunziata a Torre del Greco) è prevista l’occupazione per il tratto Torre-Portici, già iniziato con la sola demolizione di qualche fabbricato e da proseguire.
Si comprende chiaramente che la piazza verrebbe poi sistemata, nel migliore dei modi, con tre aiuole antistanti, due delle quali con strada centrale di accesso alla chiesa e con strade laterali di accesso alla Via Canalone, a occidente, e alla Via Fevolella e all’OsserVatorio, ad Oriente; migliorandola con ampi marciapiedi laterali allargati con impianto di convenienti sedili nella sede dei deperiti pini testé rimossi.
Innanzi al Santuario si potrebbe anche far luogo a una vasca con fontana centrale, in una delle suddette aiuole, e nell’altra il bel monumento ai caduti di tutte le guerre… ».
Purtroppo, però, l’opera vandalica del piccone non era ancora finita. Nel 1965 ebbero inizio i lavori per la costruzione del sottopassaggio della Circumvesuviana; la cerimonia inaugurale si tenne il 29 novembre, con l’intervento delle Autorità. Con la sistemazione del sottopassaggio si sperava di restituire alla piazza l’ampiezza, il decoro e l’importanza di un tempo.
Invece, sappiamo tutti come è andata a finire. Rimossi i binari, eliminato il passaggio a livello, demolita la stazione (al cui posto sorge ora un anonimo edificio), Piazza Pugliano ha assunto un aspetto incolore, squallido, privo di quei punti di riferimento che per tanti anni avevano costituito la sua peculiare caratteristica. La gente più non si ferma ad osservare la nuova, insignificante facciata della chiesa; più non si siede all’ombra dei vecchi cari pini, indimenticabili compagni della giovinezza spensierata di tanti resinesi ormai in là con gli anni, più non ascolta i rintocchi dell’antico orologio che scandiva i momenti tristi e lieti di un passato irrimediabilmente perduto; più non entra nella stazione della Circumvesuviana per prendere posto sulle vetture color latte e rosso pompeiano di quei trenini civettuoli, il cui ricordo evoca immagini struggenti e indimenticabili.
Infine, per completare il quadro, la furia iconoclastica dei nuovi programmatori. si abbatté sull’ultima testimonianza della belle époque di Resina: la stazione della Funicolare (le cui corse erano terminate nel 1953). Anche il vialetto di accesso alla stazione (quello che qualcuno aveva definito il «polmone di Pugliano»), spogliato dei suoi rampicanti, divenne purtroppo una spianata sassosa e arida, un deserto che non offriva più aria balsamica e profumata, non più refrigerio nelle calde giornate d’estate, non più spazio per passeggiate distensive, ma dovunque squallore, sassi e terreno di risulta.
Di fronte a tanto strazio le Autorità comunali, nel gennaio del 1982, si sono finalmente decise ad intervenire. Così tutta la zona che fu della Cook è ora una distesa di giardini, aiuole e fiori.
L’ultimo ricordo dei bei tempi andati rimane, fortunatamente, la Caserma dei Carabinieri, la quale -sebbene si trovi defilata rispetto alla piazza -pure costituisce un preciso punto di riferimento e uno degli elementi più caratteristici del paesaggio della zona.
Fino al 1953, era stato il primo edificio a venire incontro, sulla destra, all’azzurro trenino della Funicolare che, arrampicandosi su un alto terrapieno, iniziava la salita verso il Vesuvio. Ma anche dopo quella data, la sua elegante silhouette ha continuato )a r~ppresentare, nella mente e nel cuore dei vecchi resinesi, la tenace custode di una tradizione che non vuole morire del tutto.
Bene: là dove non erano riusciti gli uomini, sembrava che stesse potendo il terremoto! La prolungata scossa sismica del novembre 1980, danneggiando -tra le altre costruzioni -anche l’edificio che o~pitava i militi della «Benemerita », poteva solleticare gli appetiti’ di certi programmato:r:i, ai quali non sarebbe parso vero di completare la distruzione della superstite testimonianza di un periodo irripetibile della storia di Resina.
Invece, una tantum, le cose non sono andate così. Riattata e rimessa a nuovo, l’antica palazzina continuerà a fare la guardia a quello che rimane della nostra storia, sebbene ai Carabinieri sia stata assegnata una nuova sede in Via Venuti.

Tratto dal libro di mario carotenuto Da Resina ad Ercolano. Una città tra storia e cronaca. – Ed. pro Ercolano

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Diego calcagno poeta mediterraneo
maggio 17, 2014
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diegocalcagnoForse si contano sulle dita di una sola mano le persone consapevoli del fatto che la nostra Resina ha dato i natali a Diego Calcagno, una delle personalità più vista del mondo poetico e giornalistico italiano.
Il primo a darne notizia, crediamo, è stato Mario Carotenuto: mezza paginetta, con l’indicazione dei dati biografici e della produzione letteraria.
Nella sua carrellata sui «figli di Ercolano che hanno fatto onore al paese», padre Agostino Falanga, pur auspicando notizie più dettagliate, si mostra meno  parco :

«Nacque a Ercolano, al Miglio d’oro, dal barone Calcagno Giuseppe e da Maria Concetta Tosti, il 24 maggio 1901. Il padre era capitano marittimo di lungo corso. Al battesimo, celebrato il 25 maggio, il neonato ebbe i nomi di Diego, Giuseppe, Luigi, Maria, Giovanni, Emmanuele, Ermolao, Fulco, Benedetto, Adamo.
Nel passato, i Calcagno possedevano la villa Matarazzo, bellissima, a capo Torre. Diego frequentò le prime scuole nel paese. Una zia, molto devota, lo avviò alla religione; faceva parte di quelle pie donne, che frequentavano e aiutavano la chiesa di Campolieto; si chiamava Luisella.
Con lei ci piace ricordare Agnese Iacomino, Gelsomina, Concetta De Deo, Teresa Cannetiello, Ciretta, Sannino, Dodo (di alcune ricordiamo i nomi, di altre i cognomi; ce ne scusiamo). E avevano la bella premura e abitudine di procurare e avviare vocazioni religiose ed ecclesiastiche.
Luisella lo presentò al Superiore, P. Emilio, che, essendo stato maestro di novizi, lo esaminò e lo mandò al seminario francescano di Nola (1922). Si rivelò un giovane gentile, intelligente, intraprendente, di stile elegante, alquanto ambizioso, poeta, idealista, euforico; fu tra i più bravi del ginnasio.
Stette in seminario due anni e non vi durò.
Tornato a casa, proseguì gli studi a Napoli; prese parte al movimento fascista e si trasferì a Roma. Nel 1934-35 prese parte alla campagna di Etiopia, come graduato “Legionario”; si fece onore e guadagnò una medaglia sul campo.
Era un uomo di genio; si affinò con gli studi e divenne uno scrittore  fecondo, versatile. Fu un giornalista apprezzato, collaboratore e poi redattore del “Tempo”. Scrisse per 30 anni i “Mosconi” e innumerevoli articoli, opere e operette, libri di poesia e prosa, opere di teatro, radiofoniche, canzoni di musica leggera. Nel 1956, al Festival di Sanremo, raggiunse una grande popolarità.

Come stile e ideali, si avviò sulla linea della bella epoca di Scarfoglio e Matilde Serao, ma fu più religioso e serio, più moraleggiante.
Nel 1963 pubblicò l’ultima raccolta di poesia, un volume dal titolo:
“La pesca miracolosa”, ed. ERI.
Scrisse pure: I canti di Capri, Bordate del capriccio, Geografia sentimentale, L’anima in camicia da notte. .
Per la sua abbondante produzione fu pubblicista nazionale e risiedé a Roma, poi a Grottaferrata (Castelli Romani). Si firmava: Don Diego».
Siamo lieti di aggiungere, ora, altre notizie, desunte dalle fonti più diverse.
Diego Calcagno si fece conoscere da subito come poeta, pubblicando, tra l’altro, quei Canti di Capri che suscitarono una notevole impressione tra gli scrittori che soggiornavano nell’ isola delle sirene.
Ne riportiamo i giudizi.
Giuseppe Brunati, autore di Quaresimale: «Il poeta Diego Calcagno ha la mia stima e il mio affetto».

Lorenzo Giusso: «Diego Dilcagno, squisito poeta mediterraneo, lancia i suoi canti agli olivi di Punta Tragara ed alle girls internazionali desiderose di tramonti e di cocktails».

Ercole Rivalta, critico letterario de Il Giornale d’Italia: «Poeta deliziosamente ironico ed a quando a quando profondamente umano; poeta che avvicenda le fantasie piu’ strane coi patimenti piu’ sinceri della vira>>.

Gaspare Casella, grande editore: «L’autore de L’anima in camicia da notte è lo scrittore a grande tiraggio di domani».
Augusto Cesareo: «Calcagno: gin cherry flip di grazia, di paradosso e d’armonia ».
Carlo Ravasio: «Diego Calcagno ha raccolto una manciata di poesie luccicanti, di una vena originale e degna di considerazione, ancora e sempre sgorgate dalla grande montagna del Romanticismo».
Arwid Moller, pittore danese: “Calcagno: il Brili dellirismo”.
André Soriac, letterato francese: “Calcagno peut devenir le Rimbaud d’ltalie”.
Azari, segretario generale del movimento futurista italiano: «Ne I canti di Capri di Calcagno rivedo qualche magico riflesso delle acque medianiche. Ma forse al chiaro di luna. Egli saprà renderle più vive incendiandole col sole futurista » .
Giulio Costantini: «Si dice che Diego Calcagno faccia del Palazzeschi e del Gozzano. Ottimo segno, la calunnia. Egli non fa niente di tutto ciò. Fa del Calcagno, mi pare, e di quel buono».
Francesco Caravita, principe di Sirignano: «Non si parla che di Diego. Sarei sicuro di trovare le sue poesie anche in un bivacco algerino».
Nike Letscinska, scrittrice russa: «Calcagno: ventiquattro anni, tre duelli, due libri, un nome patrizio, il sorriso di qualche donna bella ed una invidiabile notorietà» .
Per avere, poi, un’idea concreta dell’importanza di Diego Calcagno come giornalista basta ricordare, a titolo di esempio, la sua collaborazione, tra il 1929 e il 1931, alla terza pagina de “Il Mattino”, che ospitava quasi quotidianamente articoli di buon interesse culturale e di estesa varietà di argomenti, spesso con firme di grande prestigio(3). Rievocando quel tempo, così Salvatore Gaetani:
«… Che felice stagione! Che bella schiusa d’ingegni e di temperamenti …
Felice stagione, ripeto, che vedeva sulle colonne del vecchio giornale alternarsi
l’intima crepuscolare fioritura di Achille Geremicca, le squisite fantasie e notazioni
liriche di Mario Venditti, le originali e cadenzate sequele di Diego
Calcagno … »
Negli anni Trenta Calcagno fu anche redattore o collaboratore delle seguenti riviste: Autarchia e commercio, La Cabala, Cinema, Futurismo, Gerarchia, L’ltalie vivente, Il Mediterraneo, Il Meridiano di Roma e Quadrivio.

Nel dopoguerra Calcagno è, ormai, un personaggio affermato. Come giornalista, si fa ammirare per le sue note frizzanti su “Il Tempo”, noto quotidiano romano fondato da Renato Angiolillo.
Nel 1952, con lo pseudonimo “Don Diego”, pubblica a Roma Bel mondo, con tavole fuori testo all’inizio di ogni capitolo e disegni nel testo.
Quattro anni dopo, tutta l’Italia l’Italia lo acclama come autore dei versi della canzone La vita è un paradiso di bugie, vincitrice al Festival di Sanremo.
Scrive, poi, le parole di Le trote blu (un ritmo moderato di Luigi Gelmini, Milano, 1963), Avevamo la stessa età (musica di M. Marino, Milano, 1963),
Basta un poco di musica (ritmo lento di M. Marino), nonché La pesca miracolosa, libro di poesie pubblicato dalla E.R.I. (Torino, 1963), oltre a innumerevoli testi teatrali e radiofonici.
Come critico cinematografico, i suoi giudizi fanno testo. Ecco come si esprime, ad esempio, il curatore di un’enciclopedia del cinema mondialI!’
«Diego Calcagno, recensendo “Avanti, c’è posto”, film interpretato da Aldo Fabrizi, osserva: «è il primo omaggio affettuoso al fattorino dell’autobus»(6).
Per la sua produzione “Don Diego” godeva giustamente di fama nazionale quando il 10 agosto 1979 morì a Grottaferrata, nei pressi di Roma, dove anni aveva fissato la sua residenza.
I suoi “Mosconi” sono stati raccolti in un volume dal titolo significativo Tempo di valzer.

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Marco De gregorio e la scuola di Resina
maggio 17, 2014
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Tra il 1863 e la seconda metà degli anni settanta, operò nella  zona vesuviana una corrente pittorica – la cosiddetta Scuola di Resina – i cui fondatori furono Marco De Gregorio,  Federico Rossano e Giuseppe De Nittis.
Si tratta di un gruppo di pittori che, armati di tavolette e di pennelli, si diedero a percorrere le località e le campagne alle falde del Vesuvio, in cerca di motivi originali per imporre  una loro coraggiosa << pittura di avanguardia che si precisava con un’assidua ricerca di sintesi formale a macchia ».
Per il suo contenuto verista, che si opponeva al realismo romantico del Morelli e all’eccessivo realismo del Palizzi (pittori i che dominavano incontrastati la scena della pittura napoletana del tempo), la Scuola di Resina si attirò giudizi e commenti sarcastici, ma ebbe un’influenza <<non irrilevante nell’evolversi della scuola napoletana e contribuì non poco al movimento unitario dell’Arte italiana ».
Uno degli artisti più in vista della Scuola di Resina fu, come  si è detto, Marco De Gregorio, nato proprio a Resina il nel  1829 e morto a Napoli nel 1875.
La sua vita artistica fu, dunque, delle più brevi e si sviluppò prevalentemente negli anni che vanno dal 1865 al 1875: quel decennio fu, tuttavia, sufficiente perché la critica gli assegnasse un ruolo preminente nell’arte italiana dell’Ottocento.
Tra i momenti piu’ alti ed originali di Marco De Gregorio – scrive Paolo Tiicci – sono quelli nei quali l’artista, raggiunge la perfetta sintesi luce colore quali la Veduta di Portici di Capodimonte, il grande paesaggio della Collezione Vecchione e La Favorita, della raccolta Portolano; opere stupende per la purezza cromatica e per il modo, sereno ma umoroso, di riscoprire certi caratteri remoti, antichi del paesaggio campano. Si è parlato, a proposito dell’opera del De Gregorio, di toscanismo e di vezzo quattrocentista (quasi che il nostro artista si fosse appropriato dei modi espressivi di un Silvestro Lega). A noi sembra invece che l’originalità di quella pittura risieda proprio nel mantenersi fedele ai modi particolari dell’arte- campana: alla tradizione
viva, insomma, del vedutismo; risalente non solo al PaIizzi e al Gigante, ma ancora più indietro: fino a Micco Spadaro D.
Nel 1963, in occasione del primo centenario dell’inizio dell’attività della Scuola di Resina, fu allestita a Napoli una Mostra di Giuseppe De Nittis e dei pittori della Scuola di Resina. Vi furono esposti, tra gli altri, molti dipinti di Marco De Gregorio, come risulta dal Catalogo pubblicato nell’occasione a cura di L. Autiello con testi di E. Piceni e di P. Ricci.
Si tratta di 17 dipinti ad olio, contrassegnati nel catalogo dal n. 109 al n. 125 ed illustrati con brevi note storico-bibliografiche.

 

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Il cambio del toponimo da Resina ad Ercolano
maggio 16, 2014
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In data 21 ottobre 1967, si riunì in seduta plenaria per discutere e deliberare il sospirato cambio di denominazione.
Aperta la seduta, il Presidente diede la parola ad Alfonso Negro, assessore al turismo e allo sport, il quale relazionò ampiamente il Consiglio sulla storia di Resina.
Dopo aver disquisito dottamente dell’antica Ercolano e delle origini della medioevale Resina, l’oratore sottolineò che la proposta in discussione portava ancora una volta all’attenzione dell’opinione pubblica il problema ercolanese, <<una volta di squisita natura archeologica, oggi problema di natura sociale e, più precisamente, problema di politica urbanistica, di bonifica urbanistica». Ne riportiamo i punti salienti:

«Sono ancora troppi, come vedete e come sapete gli edifici
diruti – impossibile per la coabitazione umana – che incombono su Ercolano [. ..}.
E’ uno spettacolo veramente penoso che stringe il cuore
a chiunque voglia bene a questa città, uno spettacolo che
sorprende i turisti, che ci mortifica e che ci espone alle critiche
di quanti purtroppo non conoscono le enormi difficoltà in cui si
dibattono e la Sovrintendenza e l’Amministrazione Comunale
per risolvere l’annoso problema della ripresa dei lavori di
ampliamento degli scavi e quello di dare una casa decente agli
abitanti dei pericolanti e malsani edifici di Via Mare.
Chiedere in nome di Ercolano, e non di Resina, la
improcrastinabile realizzazione di questi progetti (di cui
dovrebbe interessarsi afondo lo stesso Governo) sarà molto più
incisivo, significativo ed efficace [. ..}. Per logica conseguenza
la città di Ercolano, ove converge l’élite intellettuale e culturale
di tutto il mondo, potrebbe – anzi dovrebbe – usufruire delle
provvidenze di una legge speciale [. ..}.
L’interesse archeologico è un interesse turistico [. ..}.
L’interesse di Ercolano, anche senza le statue e le pitture custodite a Napoli e all’estero, è notevolissimo.
Chi ha avuto la possibilità di conoscere i centri archeologici
dell ‘Etruria, del Lazio, della Magna Grecia e della stessa
Grecia, meglio può comprendere come nessuna città antica
possa offrire al turista ciò che offre Ercolano, se si esclude
Pompei; e con Ercolano è doveroso parlare del Vesuvio,
legato ad essa da un vincolo tragico e fatale di morte [. ..}.
Ercolano e il Vesuvio sono due mirabiliproduttori di energia
economica che non sono stati ancora adeguatamente sfruttati,
due meraviglie della natura e della storia e dell ‘archeologia
che vanno conosciute contemporaneamente [. ..}.
Basta dirvi che, nel 1966, difronte a 294.000 biglietti venduti
dalla seggiovia del Vesuvio stanno – stridente e sorprendente
contrasto – i 75.000 venduti agli Scavi. E tutto questo perché
la stazione della circumvesuviana, che è quella più frequentata
dai turisti, non porta il nome di Ercolano, per cui migliaia
di persone, non sapendo essere Resina la città degli scavi di
Ercolano, una volta scese alla stazione di Pugliano, se ne vanno
direttamente al Vesuvio e dal Vesuvio ritornano per andarsene
a Napoli o proseguire per Pompei.
Questo inconveniente sarà certamente eliminato quando i
nomi di Resina e Pugliano – che attualmente compaiono sugli
orari ferroviari, sulle carte geografiche, sui pullman e gli
autobus di linea intercomunali – saranno sostituiti da quello di
Ercolano. A tale proposito, è stato già richiesto, ricevendone
assicurazione dallo stesso presidente della Circumvesuviana,
che la nuova stazione, ormai quasi del tutto completata in via 4
novembre, porterà il nome di Ercolano.
Oggi Resina è purtroppo nota come il mercato degli stracci,
ed in tale senso è stata più volte portata alla ribalta delle
cronache televisive con una leggerezza [. ..} che dispiace a
coloro che, nativi o cittadini di elezione, amano la città.
Comunque, questa notorietà sparirà definitivamente con
il mutamento del nome della città in quello prestigioso di
Ercolano, anche se auspichiamo che quel mercato – riordinato
e organizzato alla stregua di una grande fiera permanente _
non sia abolito, costituendo in prospettiva un richiamo utile e
folcloristico per gli stessi turisti.

Resina non potrà essere mai considerata Azienda di
soggiorno e turismo, se non assumerà il nome di ERCOLANO!
[. ..].
Ed è per questo, per ristabilire una buona volta e per sempre
la verità storica nonché per tutelare l’immenso patrimonio
culturale della nostra città, è necessario cambiare il toponimo
di Resina in Ercolano, specie se questo provvedimento dovesse
affrettare i tempi dell’approvazione – da parte dei competenti
ministeri – della creazione dell ‘Azienda di Soggiorno e Turismo,
la cui istituzione è stata approvata fin dal 1966 dal Consiglio Comunale.
Signori consiglieri,
molto c’è da fare perché si operi una radicale trasformazione
di mentalità in una città [. ..] destinata a diventare uno dei centri
turistici più importanti del mondo, ma già si possono cogliere i
primi dati positivi di un deciso rinnovamento in atto [. ..].
Le realizzazioni edilizie di questi ultimi dieci anni hanno
letteralmente trasformato il volto della cittadina [. ..].
Da tempo sono stati istituiti regolari servizi di autobus;
al Vesuvio è stata facilitata l’escursione con un servizio
automobilistico e con una seggiovia; sono sorti e sorgono nuovi
negozi, nuovi ambienti di ricezione turistica come ristoranti
e bar, chioschi e rivendite di souvenirs; il corso pubblico è
stato opportunamente illuminato, specie in alcuni tratti di Via
4 novembre, così come è stato illumfnato l’ingresso famoso
degli scavi con un artistico gioco di luci e ombre; la nuova
stazioneferroviaria della Circumvesuviana, che sarà proiettata
soprattutto in funzione della propaganda degli scavi, è già
pronta; è stato creato da tempo un ufficio turistico elegante
e funzionale, che, decisamente voluto e realizzato da voi
tutti, rappresenta un ‘autentica conquista di tutto il Consiglio
Comunale e dimostra la prova più eloquente della grande
volontà di incrementare e valorizzare il turismo.
Bisogna insistere, bisogna dare alla città un volto nuovo, e
non soltanto nell ‘aspetto urbanistico ma anche nelle coscienze;
adoperarsi per una maggiore diffusione dell ‘educazione civica
e per una sempre maggiore mentalità turistica. Tutto questo
sarà realizzato, se voi accoglierete la mia proposta di optare
per il nome famoso e suggestivo di Ercolano, se voi deciderete
di buon grado di diventare “cittadini ercolanesi”.
Signor sindaco, signori consiglieri,
rivendicare alla nostra città l’antico nome di Ercolano
non è soltanto un vantaggio sociale ed economico, ma anche
e soprattutto un atto di autentica giustizia verso quegli antichi
nostri concittadini che furono i cavamonti, autentici pionieri
delle nostre attuali maestranze che sono apprezzate in tutta la
Campania per intelligenza e laboriosità.
Signor sindaco, signori consiglieri,
il libro che vi è stato presentato in condensato, scritto
da Joseph Deiss così conclude: “Ercolano è il più flagrante
esempio mondiale nel campo archeologico di un lavoro lasciato
a mezzo, sicché il disseppellimento di Ercolano, una delle più
ricche scoperte della storia, può dirsi appena cominciato. Allo
stato attuale delle nostre conoscenze, in nessun ‘altra parte
della nostra terra esiste un luogo pari a questo, in cui il tempo
è suggellato in uno scrigno che attende di essere aperto “.
Siate voi con una decisione illuminata, giusta e previggente,
i primi ad aprire questo scrigno favoloso in cui è conservato
l’inestimabile tesoro del benessere e della serenità futura dei
vostri figli e delle generazioni future».

Dopo questa esauriente esposizione, accolta dagli applausi di tutti i presenti, il presidente dell’Assemblea apriva la discussione sull’argomento.
Infine, metteva a votazione la proposta di cambiare il nome di “RESINA” in “ERCOLANO“, nell’intesa che, contemporaneamente, il nuovo stemma del Comune fosse rappresentato non più da una sirena che sorge dal mare, ma dalla figura di Ercole.
La proposta venne approvata dall’unanimità per alzata di mano.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

A strada ‘e San Vito dalle origini..
maggio 16, 2014
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Superato l’incrocio con via Benedetto Cozzolino, eccoci in Via S. Vito.
Inaugurata nel 1845 per rendere più agevole la salita al Vesuvio, questa strada si inerpicava in mezzo alla campagna ricca di verde, punteggiata soltanto da case coloniche (complete di celIai, depositi in legno, granai e scale esterne) che l’avanzata di ruspe e bulldozers ha indegnamente spazzato via.
In questi paraggi si produceva, nel secolo scorso, il lacrima Christi, vino celebre in Italia e nel mondo per le tante pagine dedicategli da innumerevoli sClittori di tutte le latitudini. Ma non meno abbondante e preziosa era la produzione di albicocche che assicurava ai nostri contadini lauti guadagni.

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Purtroppo, negli ultimi lustri, la zona ha subito un innaturale processo di conurbazione che ha cancellato o compromesso le attività agricole di un tempo. Tale fenomeno, imponente, inarrestabile, è andato letteralmente trasformando i modelli di vita contadina sempre più suggestionati da quelli urbani. Oggi, non vi si lavora più in un quadro armoniosamente scandito dai ritmi della natura, ma in una realtà in cui sono riprodotte le spinte mercantilistiche della società dei consumi. Prova ne sia l’agricoltura intensiva praticata a cielo aperto o, più frequentemente, sotto serra, settore che ha visto la megastruttura di Via Benedetto Cozzolino all’avanguardia in Europa nella produzione di fiori, specie del garofano, tanto che nella primavera del 1987 vi si è allestita la prima «Fiera nazionale dei fiori».
Più avanti, si scorge sulla sinistra un tratto della vecchia funicolare che effettuò la sua ultima corsa nel 1953. L’azzurro trenino, partendo da Pugliano, si fermava a S. Vito, nei pressi dell’omonima chiesetta, prima di arrampicarsi verso l’Osservatorio e la Stazione inferiore: coi suoi pali di ferro e le sue lampade, appariva opera veramente ardita, e non mancarono di utilizzarlo, soprattutto nel periodo compreso tra le due guerre mondiali, molti personaggi illustri (tra i quali ricordiamo il principe Umberto e la moglie Maria José, lo zar Ferdinando e la regina di Bulgaria). Anche questo, tuttavia, appartiene al museo dei ricordi.
Strumento fondamentale per lo studio della condizione storicogeografica dell’area napoletana è la carta n. 14 dell’Atlante Geografico (1808) del Regno di Napoli, egregio lavoro di G. A. Rizzi – Zannoni. La frazione resinese «le Madonnelle» vi figura poco prima di S. Vito, insieme ai casati dei Cozzolino, Imperato, Cefariello ed altri, che erano proprietari di armenti e di vasti territori nella parte alta di Resina fin da quando il nostro Comune era un paese eminentemente agricolo e dedito alla pastorizia.
Un quadro sinottico di quei proprietari viene liportato nella ben nota Portici e la sua storia (1882) di Vincenzo Iori, elenco che ricorda i seguenti nomi: Bartolomeo Pittari, Gennaro Lomasto alias Pettiniciello, Gioacchino di Lorenzo, Plincipio di Lorenzo, Antonio Gaudino, Grazia di Roberto, Pietro Giacomino, Giuseppe Giacomino, Gennaro Gaudino, Domenico Antonio Cozzolino alias Pezza di caso, Carmine Lo Mastro, Simone Gaudino, Candelora Gaudino, Gennaro Veneruso, Marino e Salvatore Aveta, Michelangelo Pittari, Antonio Nocerino, fratelli Iacomino, Marchese Donnaperna, Mattia Durante e Giuseppe Siciliano.
Si tratta di cognomi che affondano le radici nella storia più antica di Resina. Gaudino è attestato, ad esempio, in un documento che risale al lontano 1378. Della sua antichità fanno fede gli Atti di S. Visita di Annibale di Capua, in cui si legge che la cappella-confraternita di S. Maria della Grazia de Gaudinus esistente a Napoli, in S. Giorgio Maggiore, possedeva «un orto a Resina dove si dice «alli gaudini», dal che si deduce che non doveva essere infrequente l’uso di dare al fondo la denominazione del possessore.

Intitolato ad un Iacomino era un noto podere resinese che nel secolo scorso produceva il lacrima Christi.
Ma il cognome più diffuso e importante è stato, in ogni epoca, quello dei Cozzolino. Scriveva, a questo proposito, uno dei suoi esponenti più illustri, monsignor Gioacchino Cozzolino: «Se non la metà, certo un terzo della popolazione di Resina porta questo cognome, e si può essere certi che in qualunque parte del mondo si trovi un Cozzolino, questi discende da famiglia resinese. L’origine di questo cognome si perde nell’oscurità dei tempi; in qualche antichissimo documento, e in qualche iscrizione, si legge Coxolino o Cozzolini.
Verso il mille o poco prima, i Cozzolino possedevano vasti territori in gran parte messi a pascolo e grandi armenti. Col censo i Cozzolino si resero illustri per una lunghissima, ininterrotta serie, continuata fino ad oggi, di zelanti e dotti sacerdoti, di professionisti esimi, di ottimi e scrupolosi amministratori della cosa pubblica, ed ancora per lasciti destinati ad opere di culto e di beneficenza… Aumentatasi nel corso dei secoli la famiglia Cozzolino e divisa in vari capi, per distinguersi fra loro, al cognome venne aggiunto un agnome: così si hanno i Cozzolino di Battimo, di Colella, di Padecaia, di Cerasiella, di Ampellone, di Catella, di Pezza di casa (leggi pezza di cacio, appunto dalle grosse forme di latticini che manifatturavano nelle loro fattorie), ecc.».

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Resina, residenti e villeggianti dalla belle epoque alla grande guerra
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Buona parte di questa informazioni erano tratte dallae cronache dell’epoca ovvero la rubrica creata dalla Serao, “Api, mosconi e vespe”, finì per avere successo. Questa fortunata rubrica, che ogni tanto riapparve sotto altra veste nei quotidiani, l’accompagnò, con titoli diversi, per 41 anni. Dal Corriere di Roma, al Corriere di Napoli, al Il Mattino dove, dal 1896, prese il nome di Mosconi e infine sull’ultimo giornale fondato dalla Serao, Il Giorno. Si rianimava così la vita di una città con spunti tratti in genere dalla vita-bene ma calata nella realtà quotidiana, i cui problemi di sempre facevano da cornice ai più arguti e vivaci “mosconi”.

Estate: canicola, stagione delle vacanze e dell’emigrazione, più o meno in massa, verso i monti o verso il mare… o semplicemente verso la campagna.
Del resto, è sempre stato così fin dai più remoti tempi dell’umanità.
Nella generale evoluzione delle abitudini, la villeggiatura (privilegio escluvamente un tempo dell’aristocrazia, che passava l’estate nei «casini» e nelle ville di ,pagna) divenne un fenomeno di costume tra la fine dell’Ottocento e i primi . del Novecento, quando la febbre “vacanziera” contagiò prima la borghesia poi, a seguire, anche i meno abbienti.
Ma procediamo con ordine, cominciando dalle vacanze ottocentesche degli evoli ministri e deputati, così come ci vengono descritte da Gigi Ghirotti:

 «Un Parlamento che sia lo specchio fedele del Paese può forse rimanere insensibile agli sbuffi dei treni sotto le pensiline, nell’ ora che chiama verso le grandi operazioni dell’ estate? Le onorevoli pagliette che sciamano dal Palazzo di Montecitorio e dal Palazzo Madama sono un quadro d’epoca: le fruste schioccano nell’aria torrida della Capitale, sul selciato un rotolio di carrozze che galoppano verso la stazione. I treni, già con gli stantuffi in moto, vengono presi d’assalto; trafelati onorevoli, della destra, della sinistra, del centro, presidenti di commissioni e di sottocommissioni, senatori, collari dell’ Annunziata motu proprio, saltano sui predellini. Il segno è dato, e nessuno vuole rimanere indietro. Ma dove corre, tanto di fretta, la rappresentanza politica della terza Italia? Possiamo escludere, a occhi chiusi, che quest’esodo da Roma a passo di carica sia giustificato dal timore di arrivare tardi a qualche appuntamento inderogabile.
L’onorevole dell’ Ottocento non ha prenotato cabine in transatlantici, non s’è messo in nota per viaggi oltre confine, non ha preoccupazioni di trovare negli alberghi il “tutto esaurito”. È un villeggiante sul piede di casa, la sua vacanza avrà intonazione familiare e arcadica: lo troveremo nel colmo dell’estate sull’aia a contare i sacchi della mietitura, e più tardi nella vigna a sorvegliare la vendemmia. La sera, se mettiamo il capo a casa sua, può darsi che lo scopriamo a capotavola, in tinello, tra figli e nipoti, intento al gioco della tombola. Amorazzi, stravizi, strapazzi montani, idrotermali, lacustri o balneari? Verranno, ma non è ancora stagione. È una ruvida Italia di radice contadina, la sua classe dirigente è gente proba che considera la politica un prolungamento della gestione della casa e della fattoria …»

Per quanto riguarda la villeggiatura marina e i conseguenti bagni di mare, la moda ebbe inizio all’incirca negli ultimi trent’anni dell’Ottocento. Rimini ebbe il primato dei primi stabilimenti balneari, che nacquero isolati intorno al 1840 e nel 1870 costituivano già un vero e proprio quartiere urbano. Nel 1887 gli italiani, almeno quelli più agiati, poterono vantarsi di una spiaggia ben organizzata: si trattava del Lido di Venezia, che inaugurò proprio in quell’anno le prime capanne per il soggiorno sul mare (2).
Frattanto sorgevano altre spiagge attraenti: Forte dei Marmi, dove D’Annunzio scopriva a cavallo le impareggiabili Alpi apuane; Pegli, invasa dai piemontesi; Capri, prediletta dall’industriale Krupp e da tanti suoi connazionali.
Al crepuscolo dell’Ottocento, la borghesia strappava all’aristocrazia il privilegio della villeggiatura (3).

La belle epoque a Resina

La nostra cronistoria comincia proprio in quel periodo:

Anno 1894

8 settembre 1894: annunciate grandi feste alla Favorita, dove la principessa di Santobuono riceverà, come al solito, l’élite villeggiante al Miglio d’oro.

16 settembre 1894: onomastico della signora Maria Wittmann, moglie dell’ing.Wittmann, soggiornanti a Resina.

6 ottobre 1894: brillante sabato mondano al Circolo Vesuviano; presenti il marchese Carlo Migliorini, Enrico Correale ed altri ancora.

Anno 1895

29 luglio 1895: onomastico della signora Trevisan. Dall’ampio giardino, «olezzante dei fiori più soavi» ed illuminato da centinaia di lampioncini alla veneziana, vengono innalzati palloni aerostatici; poi si comincia a ballare, mentre frequenti rinfreschi vengono serviti agli ospiti. Al culmine della festa si spengono i lumi, ed il giardino appare illuminato, tutto intorno, da fiaccole alla veneziana, «mettendo un’ altra nota incantevole i vividi bagliori del verde e del rosso confusi insieme».

15 ottobre 1895: «grande serata» al Circolo Vesuviano, anche per l’infaticabile opera dei soci, marchese Migliorini e conte Del Carretto.

Anno 1896

15 agosto 1896: quest’ anno la villeggiatura a Resina è animatissima; lungo il Miglio d’oro trovansi la principessa di Caramanico, la duchessa di Corigliano, la principessa di Migliano, la baronessa De Santis, la baronessa di Castelfiore De Gemmis, la duchessa di Valminuta con le figliuole, la duchessa Del Balzo di Presenzano; la baronessa Winspeare De Mari, la marchesa De Angelis Giusso, la contessa De Cillis La Greca, la contessa Rossi Caracciolo, la signora Garnier Adinolfi, la  Marchesa Piscicelli, la marchesa Bassano la marchesa Pedicini Arianello, la duchessa di Castellaneta Di Lorenzo, la baronessa Tramontano, la contessa Baldacchini Piscicelli, la signora Guadagno Pandolfo  e tante altre ancora.

3 settembre 1896: la signora Maria Wittmann Flores, in una festa organizza in casa sua, “evoca” il minuetto del Settecento. Seguono balli “moderni”:
les cislaux e il Roman-dancing.

Anno 1897

27 luglio 1897: a Villa Calcagno la baronessa d’Aspermont Caravita di Sirignano, la signora Del Giudice Santasilia; a Villa Vargas la contessa De Cillis  La Greca; a Villa Isabella la marchesa Cito di Torrecuso; a Villa Tosti la Principessa di Valminuta e le figliuole.

Anno 1898

11 agosto 1898: il Miglio d’oro furoreggia quest’anno.

A Villa Tosti: la Duchessa Tosti Forcella, la signorina Margherita Tosti, il duca Silvio Tosti, la duchessa di Nardo; a Villa Cuocolo: il barone Giuseppe Calcagno e la baronessina Concettina Calcagno Tosti, la baronessa Del Giudice Santasilia, il conte e la contessa Panzuti;

a Villa Favorita: la principessa di Santobuono Cito, il principe e principessa di Santobuono, il prof. Ernesto Salvia e famiglia, il cav. Francesco Caprioli; a Villa De Bisogno: il  marchese Vincenzo De Bisogno e famiglia, il marchese Marino Brancaccio, il barone Del Pezzo e famiglia;

a Villa Aprile: il comm. Pasquale Aprile e famiglia, il duca e la duchessa di casamassima, il principe e la principessa di Bisignano; a Villa Erminia: il duca Lieto e famiglia; a Villa Isabella: il principe di Casapesenne, il marchese Giuseppe Vargas; a Villa Naclerio: il barone e la baronessa Della Marra La capra; a Villa Migliano: il principe e la principessa Dentice; a Villa Calcagno:
senatore Calcagno, il barone e la baronessa di Flugy.

3 settembre 1898: sabato danzante in casa Randegger per l’onomastico della padrona di casa; al pianoforte, Giuseppe Aldo Randegger.

15 settembre 1898: nel salone della Favorita, gentilmente concesso dal signor Roberto Maiuri, gran ballo di beneficenza per i poveri del paese; splendido orologio a pendolo offerto dal principe di Napoli.

30 ottobre 1898: a una «divertente» partita di caccia agli uccellini, che si eftèttua nella pittoresca contrada dei Tironi, sulle verdeggianti collinette situate le falde del Vesuvio, assistono le più amabili e affascinanti fanciulle della colonia villeggiante di Resina. Presenti anche l’avv. Giuseppe Conte e il cav. Giuseppe Giusti, insieme con l’avv. Francesco Cozzolino, consigliere del Comune, e il giovane dottore Edoardo Conte. Una lauta colazione ed una gita all’Osservatorio Vesuviano chiudono la giornata.

31 ottobre 1898: nella casina di quell’egregio magistrato che è il comm. Landolfi si solennizza la chiusura della villeggiatura con recita, musica, innalzamento di palloni ect un graziosissimo cotillon diretto dalle signorine Maria Landolfi e Giuseppina Celestino. Presenti i più bei nomi della colonia villeggiante,
oltre a parecchi signori e signore venuti da Napoli.

Anno 1900

13 luglio 1900: Itinerari di villeggiatura: donna Elisa di Giacomo a Resina.

14 luglio 1900: il «sempreverde» poggio di Pugliano, a Resina, si è arricchito di un ritrovo delizioso, «le Tavernelle», a Villa Raia, là dove comincia la pittoresca via dell’Osservatorio; posizione paradisiaca, servizio perfetto, chioschi elegantissimi: un vero eden per gli amatori di gioconde scampagnate.

18 luglio 1900: L’avv. Antonio Sbordone con la sua amabile signora, donna Maria Concetta Vittozzi e i suoi carissimi figliuoli, in villeggiatura alla Favorita.

20 luglio 1900: trovasi da alcuni giorni di passaggio in Resina la principessa Pignatelli La Greca, ospite di una sorella, la contessa De Cillis La Greca.

25 luglio 1900: a Pugliano, Villa Betocchi, l’avv. Ignazio Carabelli con la famiglia.

27 luglio 1900: donna Francesca Persico d’Alessandro e il barone e la baronessa di Galleri Capece Minutolo di Collereale a Villa Isabella.

13 agosto 1900: la baronessa Maria Viscardi Lettieri, col consorte barone Giovanni, e coi figliuoli, a Villa Zeno.

3 settembre 1900: Al Miglio “incantato”: sempre splendida, animatissima la villeggiatura in questa contrada meravigliosa, dove tutto è sorriso, tutto è fascino superbo della natura, dall’alba argentea al tramonto infuocato, in un mare d’oro. A Villa Aprile: il barone’ Degni e consorte.

20 settembre 1900: auguri, a Villa Raia, all’ing. Heinrich Dreiber, direttore della ferrovia funicolare del Vesuvio.

23 ottobre 1900: alla Favorita, sul piccolo palcoscenico sormontato da quello stesso stemma di Casa Caracciolo, che, anni prima, era sull’ arcoscenico del teatro Fiorentini, rappresentazione della Partita a scacchi, interpretata e ammirata dai nobili villeggianti.

2 novembre 1900: accademia di scherma alla Favorita.

Anno 1901

5 luglio 1901: a Villa Bevilacqua, Pini d’Arena, la contessa Clotilde Tixon de Vidanne col consorte e i due figlioletti.

6 luglio 1901: come di consueto, il barone di Aspermont e la baronessa di Aspermont Caravita di Sirignano, a Villa Calcagno.

11 luglio 1901: sono a Resina, in villeggiatura, il prof. Luigi Correra e la sua signora a Villa Erminia, il cav. Giusti a Villa Della Marra, il signor Armentone e la signora Elvira Armentone Ria a Villa Migliano, il barone Stanislao Marigliano ai Pini d’Arena.

16 luglio 1901: a Villa Valminuta, la contessa Pinzauti; a Villa Della Marra, il cav. Nicola Iovene.

luglio 1901: il duca Luigi Tosti di Valminuta, brillante ufficiale dei cavalleggeri, nominato ufficiale di ordinanza del generale Rovani. Questo assila permanenza a Napoli del duca Tosti e della consorte, duchessa Anna Tosti Forcella dei marchesi di Pietralunga.

10  luglio 1901: la signora Adinolfi La Mola con la figliuola Beatrice a Villa Bevilacqua, dove già da alcuni giorni trovasi la marchesa Verusio.

luglio 1901: alla Favorita, il cav. De Pisis con la famiglia.

13 luglio 1901: a Villa Faraone, il signor Giulio De Palma.

1agosto 1901: a Villa De Chiara, l’avv. Antonio Sborbone con la consorte.

10 agosto 1901: a Villa Capone, l’ avv. Tito Gambardella.

1 Settembre 1901: a Villa Filotico, l’avv. Alfonso Romano.

15 settembre 1901: imminente l’arrivo alla Favorita del comm. Ruggiero Lomonaco, consigliere della Corte di Cassazione.

27 settembre 1901 lascia Pugliano il prof. Roccatagliata; terminata la villeggiature anche del principe e della principessa d’aquino di Caramanico.

Anno 1902

1902: l’avv. Tito Gambardella a Villa Abatemarco.

1902: l’avv. Salvatore Trani a Villa De Gaetano.

1902: l’avv. Enrico Trifiletti a Villa Migliorini.

1902: lo stabilimento balneare Criscuolo e Liguori accoglie quest’anno alla Favorita la baronessa Tortora Brayda, la marchesa di Villarosa, la marchesa Verrusio, la baronessa Vassallo, la marchesa Migliorini, la contessa de la Vilel , la baronessa Petitti, la baronessa Magliano, la signora Garnier e figli la signora Sbordone, ed altre ancora.

1902: la signora Cira Amabile col genero, il valoroso chimico Onorato Battista, al Miglio d’oro.

Anno 1904

l° aprile 1904: la luce elettrica è già alla portata di tutti e molte centinaia di case ne usufruiscono, mentre tutte le ville hanno gli impianti pronti ad essere allacciati per la prossima villeggiatura.

2 aprile 1904: il Consiglio Superiore delle Strade Ferrate ha dato parere favorevole alla trasformazione a trazione elettrica della tranvia Croce del Lagno – Portici – Resina – Torre del Greco. Potranno usufruire, tra gli altri, i futuri pendolari delle vacanze, da e per il Miglio d’oro.

25 giugno 1904: Beatrice Siniscalco Montella a Villa De Martino.

18 luglio 1904: il cav. Pasquale Caprile ai Pini d’Arena.

19 luglio 1904: anche a Resina un Eden-teatro, fatto sorgere dai fratelli Ummarino nel loro stabilimento balneare, alla confluenza tra il Corso Ercolano e Via Cecere.

30 luglio 1904: Maria Concetta Sbordone Vittozzi a Villa Chiara, al Miglio d’oro.

5 agosto 1904: il prefetto di Napoli autorizza l’apertura all’esercizio della linea tranviaria elettrica Napoli – Riccia – Bellavista – Pugliano.

9 agosto 1904: il cav. Carlo Pinto a Villa Brancia, via Cecere.

12 agosto 1904: Ludovico Salvia a Villa Capone. Il cav. Romano a Villa Nasti.

9 settembre 1904: Piedigrotta a Villa Ummarino.

19 settembre 1904: filodrammatica al teatro comunale.

23 settembre 1904: una nube rossa, infuocata, sovrasta la sommità del cono avventizio formatosi sul Vesuvio, prolungandosi per tutto il piano parallelo all’ Atrio del Cavallo. I comuni vesuviani offrono uno spettacolo eccezionale; le vie sono quasi tutte deserte, e di quando in quando al1egre comitive ascendono le parti alte per godere più agevolmente lo spettacolo dell’eruzione. Le terrazze sono quasi tutte gremite, comprese quelle delle ville che ospitano i villeggianti, e dappertutto si ripetono le esclamazioni di meraviglia e timore.

Anno 1905

13 luglio 1905: il barone Luigi Degni, con la consorte Maria Tramontano, ospite di Villa Rossi, al Miglio d’oro.

15 luglio 1905: cresce e migliora ogni giorno la schiera compatta di villeggianti;
tutto l’ameno tratto che va da Villa Aprile a Capo Torre è invaso da una folla elegante. L’antico e rinomato stabilimento balneare dei signori Criscuolo e Liguori rappresenta la meta preferita della haute di stanza al Miglio d’oro. Delizia del luogo, la limpidezza argentea delle acque, l’inappuntabilità del serizio fanno di questo stabilimento il centro della più amena riunione, il ritrovo rediletto della più scelta società.

20 luglio 1905: la villeggiatura a Pugliano; sull’amena collina sono arrivati: Villa Betocchi, il barone De Grazia e famiglia; a Villa Rivellini, il consigliere provinciale Ravone, il dottor Salvatore Buongiorno, il signor Raffaele Ravone;

Villa Semmola, il prof. Giuseppe Semmola e signora, l’avv. Carlo Semmola;

Villa Guadagno, l’ammiraglio Micheli; a Villa Cozzolino, la signora Santulla;

Villa Raia, il signor Gennaro Ravone; a Villa Cantani, Antonio Texeira, console del Portogallo; a Villa De Vita, il maggiore Romano, la contessa Soderini, il cav. De Vita, il signor Buonomo e figlie; a Villa Coppola, l’ing. Maser, miss Elena Kirmes, l’ing. Reale; a Villa De Luise, il dotto Donadoni; a Villa !rene, la ignora Galante Rossi e famiglia.

28 luglio 1905: il marchese Verrusio, il signor Bevilacqua e l’avvocato Alberto Cuomo a Villa Bevilacqua; l’ing. Martinez e la signora D’Amelio a Villa Ruggiero; Carlo De Vivo ed Emilia De Martino a Villa Pandolfo; il cav. Sansone a Villa De Cesare; il prof. Romano a Villa Linda; la signora Clausetti e l’avv. D’Aniello a Villa D’Amelio; Pietro Avenia e Nicola Iovine a Villa Della Marra.

4 settembre 1905: nel “salone degli arabi”, alla Favorita, concerto vocale e strumentale.

24 settembre 1905: il comitato della Piedigrotta al Miglio d’oro versa al Municipio di Resina la somma di lire 737, incasso della passeggiata «pro Calabria» fatta il 17 settembre.

Ecco alcuni dei nomi dei sottoscrittori in lire dieci: Aprile, Brancaccio, Barbato, Battista, Caputo, Di Ceglie, Fratta, Ordile, Romano, Schisa, Sbordone, Siniscalco e Tixon.

18 ottobre 1905: gita al Vesuvio delle signore Ruggiero, Carrelli, Cantani, Rubinacci, lesu, Gallotti, Del Santo, Di Lorenzo e di altre ancora.

24 ottobre 1905: ad iniziativa del principe Caracciolo di Santobono e della signora Maria Conforti Campanile, ha luogo, al teatro Poli di Portici, una grande festa di beneficenza a pro dei danneggiati di Calabria. Nel programma è compresa una scelta musica eseguita da valenti professori sotto la direzione del maestro Ricciardi.

Anno 1906

10 luglio 1906: a Villa Aprile il conte Francesco Solimena; a Villa Garnier il duca Gennaro Caputo, a Villa Migliorini il duca Dentice d’Accadia, a villa Isabella il principe di Casapesenna e la marchesa Morena, a Villa Filotico il barone Luigi Raia.

7 luglio 1906: la duchessa d’Aosta nei comuni vesuviani, per le popolazioni colpite dall’alluvione.

19 luglio 1906: alla Favorita, sgombrate le strade dalla cenere del Vesuvio, solita folla di aristocratici bagnanti.

28 luglio 1906: la compagnia filodrammatica “R. Bracco” di Portici darà una serata di beneficenza nel teatro costruito nella villa comunale.

10 agosto 1906: a Villa Allocca il cav. Eugenio Izzo.

4 agosto 1906: festa a Pugliano, nella villa De Vita.

29 agosto 1906: concerto vocale e strumentale alla Favorita, con l’intervento del soprano drammatico Augusta Palomba Gerin. Dirige il maestro Vincenzo Ricciardi .

Anno 1907

3 agosto 1907: splendida villeggiatura nelle ville Sarlo, Passaro, Faraone, Ferrara, Pantaleo, Belmonte e Capone.

9 agosto 1907: annunciate le feste estive al Miglio d’oro: festa a mare, gare ciclistiche, mattinate campestri e – pour la bonne bouche – la Piedigrotta al Miglio d’oro.

30 agosto 1907: dopo il successo entusiastico della bella festa a mare, che iniziò felicemente il ciclo dei lieti convegni, ora tutti gli sforzi del benemerito comitato sono volti alla festa del 2 settembre, per la grande audizione di canzoni piedigrottesche. L’emiciclo del palazzo Campolieto, dove avrà luogo la festa, sta già trasformandosi in una serra olezzante di sceltissimi fiori e adorna di piante esotiche.

La luce sarà fornita dalla Società Vesuviana per mezzo di dodici potentissime lampade ad arco, che proietteranno sul vasto spiazzale una luce davvero meridiana. L’effetto fantasmagorico degli addobbi sarà completato da un gran numero di lampioncini giapponesi. Nel mezzo dello sfondo sorgerà una vasta pedana sulla quale prenderanno posto 50 professori d’orchestra e 30 coristi. Il programma delle canzoni sarà svolto dal notissimo Pasquariello e da due fra le più luminose “stelle” del caffè-concerto: Elvira Donnarumma ed Emilia Persico.

10 settembre 1907: nozze tra Angelina Cozzolino (figlia dell’ assessore Giuseppe Alfonso Cozzolino) e Pasquale Strazzullo.

17 settembre 1907: a Villa Aprile, per l’onomastico di Maria Salvia Carabelli, festoso convegno.

21 settembre 1907: Piedigrotta rivive al Miglio d’oro in tutto il suo fasto, in tutto il suo baccanale, in tutta la sua orgia caratteristica. Il delizioso tratto che si stende tra Resina e Torre del Greco è tutta una serra di verde e di fiori: ve ne sono sui balconi, sulle terrazze, agli ingressi delle poetiche ville, e persino sulla via in lunghi e splendidi festoni. Anche l’illuminazione a gas, preparata con d’orumerose e vivide fiammelle, si fonde graziosamente con mille lampade giapponesi «frastagliate  appetutto». Magnifico il concorso dei carri. Fra i balconi, reparati con molto gusto, vengono premiati quelli dei signori D’Asta e bordone.

Anno 1908

3 luglio 1908: il signor Aristide Andreoli a Villa Ferraro.

8 luglio 1908: Ospiti importanti nelle ville De Vita, Coppola, Betocchi, Semmola, Cassitto, Elga, De Luise, Aveta e Irene.

13 luglio 1908: festa nella scuola municipale maschile di via Sacramento diretta da Luigi Marzano.

3 agosto 1908: inaugurazione del Festival di Vìlla Favorita.

15 agosto 1908: A Villa Aprile, con parco, giardini inglesi, aria saluberrima, ciuttissima, dieci minuti dal bagno di mare, fittansi piccoli, grandi appartamenti, completamente mobiliati: massimo confort, fermata obbligatoria tramway davanti alla villa, acqua di Serino (da “Il Mattino”).

25 agosto 1908: Festival alla Favorita: Mario Sbordone, anima del comitato organizzatore.

27 agosto 1908: battesimo a Villa Santangelo.

5 settembre 1908: teatro all’aperto alla Favorita.

10 settembre 1908: nomina del prof. Silvestro Carotenuto a direttore didattico delle scuole pubbliche.

Anno 1909

15 luglio 1909: il dr. Ferdinando Guidone a Villa Laterzi.

20 luglio 1909: Geremia Compagnone a Villa Brancia.

12 agosto 1909: circa 100 ciclisti, dai colori variopinti, tutti infiorati, attraversano, da Napoli, i comuni vesuviani annunziando il prossimo Festival alla Favorita.

22 agosto 1909: la compagnia teatrale “Città di Roma” nel parco di Villa Favorita.

2 settembre 1909: morte, a Resina, di Ernesto Nocerino, nella sua bella villa. Sia come console del Brasile, ai tempi del fiorentissimo impero, sia come agente di cambio della Borsa di Napoli, si distinse egregiamente. Alla sorella, baronessa Gonzales del Castillo, le condoglianze delle autorità locali.

18 settembre 1909: alla Favorita, concorso di bellezza per bambini.

Anno 1910

7 luglio 1910: Cesare Betocchi e la consorte, Cristina Manzi, nella loro villa a Pugliano.

10 luglio 1910: il cav. Michele Mauro a Villa Valminuta.

12 luglio 1910: Franco Ordile a Villa Naclerio:

24 luglio 1910: il comm. Vincenzo Strigari a villa propria.

28 luglio 1910: il comm. Giovanni Caramiello a Villa Caramiello.

2 agosto 1910: Nicola Corsi a Villa Leopoldina.

3 agosto 1910: Mario Breglia a Villa Breglia.

4 agosto 1910: l’avv. Vincenzo D’Aniello a Villa Ada.

7 agosto 1910: il marchese Francesco Girace a Villa Santangelo.

10 settembre 1910: mentre Portici prepara il trono a colei che dovrà essere «la sfinge dello sterminator Vesevo», e Torre del Greco, tra una festa di fiori e di corallo, accoglierà fra giorni al palazzo baronale la «Regina del mare», Resina scrive nel suo libro d’oro il nome di “S.M. la Sirena d’Ercolano”, Annunziata Scognamiglio, che ascende al trono ufficialmente il 10 settembre.
L’incoronazione ha luogo nel recinto della villa comunale. Suggestivo il programma dei festeggiamenti: illuminazione fantastica sul Corso Ercolano, gara per l’addobbo dei balconi con premi artistici, eco di Piedigrotta, cavalcata storica, corsa dei carri, grandiosa festa campestre, concorso di bellezza tra i fanciulli ecc.

Anno 1911

8 agosto 1911: «Chi potrà mai elencare – scriveva Ciro Grimaldi sul Giornale d’Italia – tutti gli ospiti villeggianti che, in questi ultimi giorni, son venuti a popolare le belle ville, le suggestive palazzine ed i graziosi alberghi dei Comuni Vesuviani, dove la salute è ottima e dove, grazie al sorriso di un cielo puro ed alla mitezza del clima, non si «vagheggia più bello il Paradiso»?
Chi potrà ricordare (… ] le comitive sparpagliate verso la Favorita. tra il Miglio d’oro e Capo Torre? Tentiamo questo sforzo di memoria e ricordiamo: donna Maria Cuomo – Flores, la graziosa signorina Ilda Wittman, monsieur e Madame Cailloux, la contessa Luzerberger, il signor Pattison, il conte De Cillis, il duca e la duchessa d’Andria, il conte di Ruvo, il principe e la principessa di Apricena».

Anno 1912

4 luglio 1912: inaugurazione del “Festival Tripolitania” all’elegante teatro Savoia, con la compagnia di Gennaro Di Napoli che si esibirà nelle sue più note rappresentazioni. Parte dell’incasso sarà devoluta a beneficio degli itaIìanì espulsi dalla Turchia.

19 agosto 1912: nella prima quindicina di settembre avranno inizio le rappresentazioni dell’ aristocratica Associazione Filodrammatica Napoletana, egregiamente diretta da don Baldassarre Caracciolo, principe di Santobuono. Come “prima” sarà dato l’emozionante lavoro Kean, protagonista il principe in persona.
Le prove, cominciate l’altra sera, continuano, e si annunia una buona stagione artistica, come negli anni precedenti. Il pubblico avrà modo di applaudire donna Maria Cuomo Flores, donna Maria Conforti Campanile, la signora Miraglia, la signorina Dlda Wittrnann e tante altre brave interpreti che completano tutte un quadro di bellezza e di arte. Anima di queste “elettissime” riunioni aristocratiche è la nuora del principe di Santobuono, la duchessa di Castel di sangro.

3 ottobre 1912: “indimenticabile” serata, al teatro della Favorita, per la . resa delle rappresentazioni filodrammatiche. I nuovi bozzetti – «L’ami» di . Praga, «Il Conte Verde» e «Fuoco al convento» – sono interpretati “meravigliosamente” dal principe di Santobuono e dai suoi bravissimi collaboratori: la Marchesa Sanfelice di Bagnoli, la signora Conforti Campanile, la piccola Margherita Caracciolo, la signora Anna Miraglìa, la signorina Rosa Miraglia Del Giudice, il barone Domenico Amato, l’avvocato Pozzetti ed altri ancora.

16 agosto 1913: inaugurazione della sede dell’associazione “Pro Miglio ,oro” a villa Favorita. Il sodalizio, sorto per opera di un comitato di gentiluomini presieduti dal principe di Santobuono, si propone di promuovere tutte le :niziative volte a favorire gli interessi dei Comuni vesuviani, vale a dire il miglioramento estetico, igienico ed economico delle contrade situate lungo la fascia costiera del vulcano. Oltre a ciò, l’associazione ha scopi di beneficenza, he affincheranno l’organizzazione di feste estive, mondane e sportive.

2 settembre 1914: in un “magnifico” locale della Favorita, sotto il patronato del principe di Santobuono, ha luogo una splendida edizione della “Piedigrotta”, con l’esecuzione delle più belle canzoni. L’elenco artistico segna i nomi: Pasquariello, Mario Massa, Diego Giannini, Gina de Chamery, Luisella iviani, Tecla Scarano (5) .

12 settembre 1914: gare di nuoto alla Favorita, organizzate dall’associazione «Pro Miglio d’oro».

10 uglio 1915: il prof. Enrico De Renzis di Montanara al villino Ferrari.

12 luglio 1915: l’avv. Carlo D’Aquino a villa Aprile; la signora Sica PernaSapio a Villa Nora.

15 luglio 1915: l’ing. Carlo Breglia a viìla Breglia.

22 luglio 1915: F.W. Fuchs con la signora Giulia a villa Aprile; Luigi Musso a villa Musso, Miglio d’oro.

30 luglio 1915: Giovanni Caramiello con la figlia Carolina a villa Caramiello; il prof. Michele Ferrari a villa Arcucci.

15 agosto 1915: a Villa Aprile il comm. Pasquale Aprile e famiglia, il conte e la contessa Giusso Imperiali, l’ avv. Carlo D’Aquino, l’avv. Borselli, l’on. prof. Longo, la signora De Zerbi Watteville ed altri ancora; a villa Leopoldina: il barone De Meis; a villa Battista: il prof. Alfredo Minozzi con la signora Lucia Minozzi Adotta, la signorina Alma e l’ avv. Marino Minozzi; a villa Irene: Irene Galante.

24 luglio 1916: i ministri Ruffini e Adotta assistono alla solenne cerimonia della posa della prima pietra dell’ edificio scolastico. Madrina, la gentile ed intellettuale signora Maria Rodinò Sergio. Alla cerimonia è presente il popolo commosso. Del nascente edificio scolastico è stato redatto il progetto dall’ing. Raffaele D’Errico.

6 agosto 1916: passeggiata patriottica per la raccolta della carta e dei rifiuti d’archivio, organizzata dal comitato distrettuale ercolanense della Croce Rossa Italiana.

15 luglio 1917: Salvatore Cosenza a villa Falco.

22 luglio 1917: la contessa Emilia Garolla a villa Rosa, Pugliano.

30 luglio 1918: attesissima première al teatro Favorita delle recite di beneficenza per la Società napoletana antitubercolare, con la «Moglie di Claudio». Applauditissimi il principe di Santobuono, il cav. Ceriani e la signorina Maria Conforti.

4 agosto 1918: Eugenio Minci, barone di Sant’Elena, a villa Formisano, Pugliano.

7 settembre 1918: il Club Escursionisti Vesuviani in gita al Vesuvio. I partecipanti, in numero di quaranta, tra cui ben sedici signore, partono a piedi da Pugliano alle 20 di sera e giungono alle 22 all’Eremo, dove sostano per la cena.
Alle 4,30 del mattino sono sulla vetta. L’illustre prof. Malladra illustra con dotte parole l’interno del vulcano. Infine con una divertente scivolata nella sabbia dal lato nord, i gitanti scendono a piedi.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Via trentola, la storia e le vecchie foto
maggio 9, 2014
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Si tratta della più antica strada di Ercolano, dopo il Corso Resina, e collega il centro cittadino con la Piazza e il Santuario
di Pugliano (cfr. cap. XVI, n. 9).
Nella Tav. 28 della nota Pianta del Duca di Noya (1775) la via è indicata come: << Vico detto de’ trenta >t. Invece, nella topografia della zona litoranea vesuviana rilevata da Francesco La Vega e annessa alla Dissertati0 isagogica del Rosini, è indicata una zona col semplice nome di « Trento ».
Per quanto riguarda l’etimologia, molti mettono in relazione questo toponimo con la caratteristica divisione del terreno in centuriae, che i Romani hanno lasciato in più parti della nostra penisola (Veneto, Emilia, Toscana e Campania). Infatti, ricorda E. Migliorini (La terra e gli uomini, VI ediz., Napoli 1970, pagg. 234-35), 6 più di mille kmq. lasciano vedere in Italia una simile suddivisione del suolo; spesso anche la toponomastica si riferisce alla suddivisione dei fondi (Ducenta, Trecenta, Cento…). Talvolta la centuriazione, dopo un periodo di abbandono, è stata successivamente ringiovanita .
A proposito di Trentola, così scrive E. Finamore (Origini e e storia dei nomi locali campani, Napoli 1964, pag. 86) : Ducenta indica campo di duecento jugeri, cosi Trecentola: campo di trenta jugeri.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

La storia e i nomi delle strade.
maggio 9, 2014
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SALUTIDARESINA

Come per I’onomastica, diamo qui di seguito un elenco delle strade più importanti di Ercolano, aggiungendo anche in questo caso tutte le notizie che siamo riusciti a raccogliere sull’argomento.

Corso Ercolano (ora Corso Resina)

Come già abbiamo accennato, l’attuale Corso Resina (meglio conosciuto come Corso Ercolano) era parte integrante di quella grande via litoranea che, nell’antichità, da Napoli portava a Pompei e di là a, Stabia e a Nocera Alfaterna l. Dopo l’eruzione del 79, che distrusse Ercolano, l’imperatore Adriano ordinò la ricostruzione di questa via, che passava per le città sepolte prolungadosi fino a Nocera. Il tratto che da Napoli portava ad Ercolano era detto via Herculea. Questa strada, diventata infida e malsicura per la presenza di ladri e di scorie vulcaniche, fu rifatta a nuovo nel 1562 dal Vicerè Afan Parafan de Ribera e battezzata Via regia delle Calabrie
Nel 1792, come informa B. Ascione , furono per la prima volta in Napoli, e in seguito nei comuni della provincia, affisse le iscrizioni alle vie  ed è probabile che già a partire da quell’anno la nostra strada assumesse il nome tanto familiare di Corso Ercolano.

Nel 1969, infine, all’indomani del cambio di denominazione di Resina in Ercolano, Corso Ercolano assunse l’attuale denominazione di Corso Resina.

Via Trentola

Si tratta della più antica strada di Ercolano, dopo il Corso Resina, e collega il centro cittadino con la Piazza e il Santuario
di Pugliano (cfr. cap. XVI, n. 9).
Nella Tav. 28 della nota Pianta del Duca di Noya (1775) la via è indicata come: << Vico detto de’ trenta >t. Invece, nella topografia della zona litoranea vesuviana rilevata da Francesco La Vega e annessa alla Dissertati0 isagogica del Rosini, è indicata una zona col semplice nome di « Trento ».
Per quanto riguarda l’etimologia, molti mettono in relazione questo toponimo con la caratteristica divisione del terreno in centuriae, che i Romani hanno lasciato in più parti della nostra penisola (Veneto, Emilia, Toscana e Campania). Infatti, ricorda E. Migliorini (La terra e gli uomini, VI ediz., Napoli 1970, pagg. 234-35), 6 più di mille kmq. lasciano vedere in Italia una simile suddivisione del suolo; spesso anche la toponomastica si riferisce alla suddivisione dei fondi (Ducenta, Trecenta, Cento…). Talvolta la centuriazione, dopo un periodo di abbandono, è stata successivamente ringiovanita .
A proposito di Trentola, così scrive E. Finamore (Origini e e storia dei nomi locali campani, Napoli 1964, pag. 86) : Ducenta indica campo di duecento jugeri, cosi Trecentola: campo di trenta jugeri.

Corso Umberto I°

Già nel secolo scorso, il traffico sul Corso Ercolano creava non pochi problemi ai nostri concittadini per l’incessante andirivieni di carrette, carrozze, carrozzelle, trabiccoli di ogni sorta, calessi o corricoli 7, sciarraballi e tramways su rotaie trainati da cavalli e muli. Scrive, a questo proposito, I’avv. Vincenzo Gaudino (Passeggiate resinesi. Via Circumvallazione o Corso Umberto I in << Boll. parr. S. Maria a Pugliano >> del 15-6-1958, pag. 5):
<< Dato il sempre crescente traffico di carri, di vetture e di altri mezzi di trasporto non solo cittadini ma dell’intera provincia, nella nostra Resina si sentiva il bisogno assoluto di avere un’altra strada per disimpegnare in parte l’enorme traffico che passava per il Corso Ercolano.

Per provvedere in merito, con deliberazione di Giunta n. 587 del 25 gennaio 1888, si dette incarico all’ing. Emilio Majer per il progetto della costruzione della circumvallazione o nuova strada alla contrada marittima parallela al C. Ercolano.
Con deliberazione di Giunta n. 243 del 21 maggio 1889 fu approvato il testo definitivo degli atti consiliari del 10 dicembre 1888 e 4 febbraio 1889 per la costruzione e l’appalto di questa nuova via di circumvallazione che fu appr6vato dalla G.P.A. nella seduta del 27 luglio 1889.
Con deliberazione di Giunta del 3 ottobre 1891 n. 152 fu stabilito di portare al Consiglio Comunale del 12 ottobre 189 1 la discussione per avere l’autorizzazione per fare l’offerta a trattative private per l’appalto e la costruzione di questa nuova via di circumvallazione, perché le aste pubbliche andarono deserte. E tutto questo si dice per dimostrare come le pratiche furono lunghe e laboriose.
Fatta la costruzione, essa strada fu consegnata all’Amministrazione Comunale con verbale di presa di possesso del 31 luglio 1893, che rappresenta poi il vero atta di nascita della strada.
Morto il re Umberto I nel 1900, fu fatta solenne commemorazione in Consiglio Comunale, che deliberò che la strada circumvallazione fosse intitolata in omaggio Corso Umberto I. Questa strada incomincia da Via 4 Orologi e termina a Via Macello. Essa è lunga metri 630 e larga metri 10 .

Cupa Aveta

Cupa Aveta era un antico tratturo, conosciuto in passato come strada delle capre, e prendeva nome dal facoltoso proprietario di un palazzo (abbattuto in occasione dell’apertura di Via IV Novembre), che sorgeva all’altezza di Via Tironi di Moccia.
11 percorso, attraverso il quale questa stradina si snodava, era sinuoso e impervio; partiva dalla menzionata Via Tironi di Moccia e si arrampicava verso la campagna rasentando la non più esistente trattoria di Dauidiello e biforcandosi in due diramazioni: la prima passava davanti d’attuale Villa Ulisse  e sbucava nella parte alta di Via Caprile; la seconda deviava a sinistra e si immetteva in Via Trentola 11.
Oggi Cupa Aveta ha cambiato notevolmente fisionomia, attraversata com’è dai binari della ferrovia circumvesuviana e da un tratto di via Panoramica. Inoltre, lungo il suo antico percorso sono sorti numerosi palazzi e case, che ne hanno completamente alterato l’aspetto primitivo.

Piazza Fontana

Piazza Fontana (già Piazza dei Colli Mozzi) assunse l’attuale denominazione dopo che, nel 1792, fu ultimata in quel sito una monumentale fontana borbonica. 

Piazza Pugliano

Piazza Pugliano ha subito notevoli trasformazioni nel corso della storia. Fin verso la metà del secolo scorso, essa « appariva tutto un piano solo con dei cimoni di lava vulcanica che qua e là si erge6ano anche fuori del piano >>. Inoltre, nell’angolo in cui era fino al 1969 la stazione della ferrovia circumvesuviana, si vedeva una folta boscaglia.
Lo Scherillo definì la piazza << una spianata ricoperta di brugiata e nera sabbia ».
Solo nella seconda metà dell’ottocento: l’Amministrazione comunale di Resina promosse una serie di lavori che consentirono alla piazza di assumere un aspetto più decoroso.

Nel 1905 fu costruita la stazione vesuviana e la piazza si arricchi di un nuovo elemento di interesse e di richiamo per turisti e visitatori del Vesuvio.
Nel 1913, la società Cook costruì la ferrovia Pugliano-Osservatorio-Stazione inferiore. La nuova stazione del Vesuvio venne così a congiungersi con la ferrovia circumvesuviana, per cui i loro binari correvano per un certo tratto paralleli.
La grande piazza fu trasformata, all’inizio degli anni trenta, « in attraenti giardini divisi da tre grandi strade e da bei viali con centri in pietre vulcaniche artisticamente lavorate ed il tutto splendidamente illuminato ».
Infine, l’attuale sistemazione della piazza risale all’inizio degli anni sessanta.

Piazza Trieste

Questa piazza fu aperta nel 1952. Al suo centro, sorge il monumento ai caduti inaugurato il 4 novembre 1965

Via canalone

Via Canalone è la strada che fiancheggia l’arciconfraternita della SS. Trinità dal lato occidentale e congiunge Piazza Pugliano con Via Madonnelle.

 Via cuparella

Via Cuparella è una stradina che rasenta dal lato orientale il poderoso muro di cinta del Bosco superiore e collega il Corso Ercolano con Piazza Pugliano.

Via doglie

Si tratta di fina zona di grande interesse storico e archeologico.
In Via Doglie, infatti, sono state trovate nel gennaio del 1976 delle anfore con scheletri, attribuite dagli esperti al tipo di tombe cosiddette povere e risalenti al II°-III° sec. dopo Cristo. Ciò è la dimostrazione inconfutabile che un primo nucleo di persone si insediò ben presto nei luoghi sconvolti dall’eruzione del 79 e testimonia incontrovertibilmente dell’origine classica di Resina, che molti per secoli si sono ostinati a negare.

 Via della fragolara

Via della Fragolara era una stradina situata tra la chiesa di S. Giacomo e la vecchia chiesa di S. Caterina, che sorgeva presso a poco all’altezza dell’attuale Piazza Colonna d’Italia.
Lo si rileva da un prezioso documento conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli, un << Progetto di Chiesa da costruirsi in Resina lungo la strada della Fragolara ». (Sez. Manoscritti, Catal. Carte geografiche, n. Ba/27b/78).
Com’è noto, la nuova chiesa di S. Caterina fu costruita nel 1822 ed a quell’anno risale probabilmente il cambio di denominazione di Via della Fragolara, che divenne parte integrante del Corso Ercolano.

Via madonnelle

E’ la vecchia strada che porta al cimitero e prende il nome dalle Madonnelle, edicole mariane che sorgevano agli angoli di quelle case che furono abbattute, per consentire la costruzione di un viadotto dell’autostrada Napoli-Pompei.

Via Marconi

Scrive ancora l’avv. Vincenzo Gaudino (Via Guglielmo Marconi in << Boll. parr. S. Maria a Pugliano >> del 15-1 1-1 958) :
<< I nostri antichi contadini la chiamavano lava di Fonso o cupa di Fonso … Era una via campestre, stretta, piena di terriccio e di pietre e con curve, come sono quasi tutte le vie della nostra campagna.

I nostri amministratori, considerando che questa via era nelle immediate vicinanze del centro decisero di sistemarla …
Questi lavori di allargamento, di sistemazioni e di ableratura furono fatti al principio del 1900 e furono consegnati al Municipio
con verbale di presa di possesso del 9 luglio 1902 e fu chiamata Via Belvedere.
Avvenuta la morte di Guglielmo Marconi … anche la nostra Resina volle associarsi alle onoranze verso il grande scienziato e volle rendergli omaggio intitolando questa via al suo nome:
Guglielmo Marconi. E tutto ciò con deliberazione podestarile n. 75 del 1939, essendo Podestà il Dr. Salvatore Coppola.
Questa strada ha avuto un grandissimo sviluppo. Infatti vi è sorta la grande Casa della Maternità e Infanzia, bellissima opera di igiene e di sanità e di grande valore sociale, che onora la nostra città.
Questa via finisce con una piccola piazza ed ivi la S.M.E. ha costruito una sottostazione elettrica capace di produrre millecinquecento
Watt al giorno … costruita e messa in funzione nel 1954 … ».

Via Mare o vico di mare

E’ la strada che da Piazza Fontana porta al mare.
Scrive A. Maiuri [Ercolano. I nuovi scavi (1927-58), op. cit., pag. 281: << La città, nei quartieri finora scoperti, appare fondata sopra un promontorio fortemente acclive da monte a mare, né diversamente dovevano esserei quartieri rimasti sepolti nella soprastante moderna Resina: si ritrova cioè nella dissepolta e sepolta Ercolano lo stesso profilo che si osserva nella soprastante Resina, in cui la vecchia arteria che risale in prosecuzione del Vico di mare fino a Pugliano, mette, con il suo erto pendio, a dura prova carnaggi e bestie da soma. .. ».
Da ricordare che, quando fu rettificato il Corso Ercolano , il vico di mare rimase e palmi 19 inferiore alla strada della Fragolara, la quale lo cavalca con un ponte-strada. Quel <( ponte-strada >> è ancora oggi conosciuto come ‘o ponte ‘e Savastano.

Via Luigi Palmieri

E’ la strada che da Via Semmola si arrampica verso il Genovesi e prende il nome dall’illustre scienziato che fu direttore dell’Osservatorio vesuviano. Molti ricorderanno ancora le caratteristiche ondulazioni del suo livello stradale, dette in gergo capitatene, sorte di briglie del tutto incapaci di frenaré l’azione rovinosa delle alluvioni. E’ noto, infatti, che l’alluvione del 1911 si incanalò proprio in Via Palmieri e rovinò precipitosamente a valle, tutto travolgendo al suo passaggio.
L’azione devastratrice delle acque torrenziali e l’insufficienza delle briglie imposero più tardi alle Autorità la costruzione di quei lagni o collettori d’acqua, di cui si è poi parlato in precedenza.

Via Panoramica

Inaugurata nel 1962, Via Panoramica è una strada moderna che unisce Via IV Novembre a Via Semmola.

Via Pignalver

Secondo un’informazione, che non ci è stato possibile controllare per mancanza di tempo, Via Pignalver (una stradina lunga e tortuosa che dal Corso Ercolano porta al Corso Umberto I) prende il nome da un ufficiale spagnuolo. Ne parlerebbe il Buttà nel suo I Borboni di Napoli al cospetto di due secoli. La sua esistenza è, comunque, accertata fin dall’ottocento nella Planimetria dell’abitato di Resina e della zona degli scavi di Ercolano (1828-75), curata da G. Trascone.

Via Pugliano

E’ di origine settecentesca ed è segnalata fin dal 1775 pianta del Duca di Noja . All’inizio di questa strada che da Piazza Fontana porta a Piazza Pugliano, c’era lino a qualche anno fa anno fa una lapide di marmo, che ricordava essere <<Strada che conduce al Reale Osservatorio Astronomico ».
Così la descrive lo Scherillo (op. cit., pag. 578): « …la stessa strada che mena al suo cratere, costeggiata di edifici piantati sulle rocce laviche del vulcano, di cui qua e là  vetli sulle sponde gli scabri rocchi, che ora sporgono con le acute punte dalle pareti, ora occupano  l’interstizi tra un’abitazione e l’altra ».
Ma, indipendentemente da ogni altra considerazione, Via Pugliano è oggi conosciuta un po’ dovunque per il suo celebre mercato dei panni usati.

Via 4 Novembre

Si tratta di un’importante arteria progettata all’inizio degli anni trenta allo scopo di collegare il nuovo ingresso agli scavi di Ercolano con la stazione della ferrovia circumvesuviana di Pugliano. Essa fu destinata fin dal principio ad allacciarsi anche all’autostrada Napoli-Pompei, inaugurata proprio in quegli anni, quale logico e naturale collegamento di Ercolano alla nuova grande arteria turistica del golfo.

Via 4 orologi

E’ la strada che dal Corso Ercolano porta al bagno della Favorita. I vecchi cultori di memorie locali asseriscono questa via prese il nome da quattro orologi, che avrebbero dovuto essere sistemati nei lucernari della cupola di  Villa Campolieto. Gli orologi non furono mai sistemati nei lucernari, ma il nome alla strada rimase.

Via Roma

L’antica Via Cecere, che prendeva il nome dal proprietario di una costruzione indicata nella pianta Carafa come Casino del Cecere (ora Villa Passaro), segna il confine tra Portici ed Ercolano.
La strada, che scende fino al mare, giungeva un tempo fino al portino del Granatello, mentre oggi si arresta all’incrocio con Via A. Consiglio, già Via Marina.
L’attuale denominazione fu decisa con Deliberazione Podestarile 20-9-1931.

Via santa venera

Si tratta di una strada che ha assunto una fisionomia e dei nomi diversi rispetto all’epoca in cui le fu assegnata questa denominazione. Via S. Venera prendeva il nome da S. Veneranda, che nei secoli scorsi godeva a Resina di un culto particolare, e si snodava tortuosamente (prima che fosse rettificata a Resina la Via Regia delle Calabrie) dalla chiesa di S. Giacomo fino alla Villa De Bisogno, passando attraverso le attuali Via Fontana, Piazza Fontana e Via Dogana. (Cfr. cap. XXXI, note 4 e 12; cfr., altresì, Note d’arte e di storia relative al Santuario di Pugliano. Altare di S. Veneranda in <( Boll. parr. S. Maria a Pugliano », del 15-12-1952, pag. 2, e del 15-1-1953, pag. 2).

Via Semmola

E’ l’importante arteria che si trova a monte del Santuario di Pugliano e che collega con Via Palmieri Via Semmola prende il nome dal giureconsulto Vincenzo Semmola. Questi acquistò dai Borboni nel 1839 un fondo, la Fagianeria, che egli accrebbe e migliorò e dove, ricreandosi nello studio della natura, attese ad importanti lavori di agronomia, nella quale scienza divenne eccellente.

Via tironi di moccia

E’ la strada che collega Via IV Novembre con Via Marconi.
Nella topografia della zona litoranea tra Portici, Resina e Torre del Greco, rilevata da Francesco La Vega e annessa alla Dissertati-
isagogica, del Rosini, la zona è indicata col nome di Torrioni di Moccia.
Da rilevare che all’inizio di questa strada sorge la cappella Strigari dedicata a S. Francesco di Paola.

Via Winckelmann

Inaugurata nel 1964, collega Via Tironi di Moccia con Piazza Trieste e prende il nome dal celebre archeologo tedesco Winckelmann, le cui considerazioni estetiche « influenzarono il mondo delle lettere orientando lo stile e il costume dell’epoca verso quelle forme che da lui e dalla scoperta di Ercolano si dissero neo-classiche.

 

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Il mercato dei panni usati, come cominciò…
maggio 9, 2014
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La Resina nella quale entrarono i vincitori era un paese prostrato dalla guerra, dalla miseria e dalla fame. I resinesi rimasti a casa e quelli tornati dalle località dell’interno videro il loro paese invaso da truppe di varia. nazionalità: americani, inglesi, canadesi, neozelandesi, filippini, francesi, marocchini, bianchi e coloured men, un colorito e pittoresco bazar di genti e di razze che formavano uno stridente contrasto con la squallida realtà della guerra.
Mancava l’energia elettrica e le notti erano fredde e buie; il vitto era scarso-e costituito in gran parte dai pochi prodotti che la terra offriva; patate, piselli e legumi; il pane era nero e distribuito alle persone fornite di una speciale tessera.
Per rompere la monotonia di quell’alimentazione povera e scarsamente sostanziosa, qualcuno preparava ogni tanto delle focacce con una manciata di granoturco che riusciva a procurarsi, non si sa come, nei poveri negozi di alimentari della zona.
Quel  granoturco che, in circostanze normali, sarebbe finito sulle aie o nei campi in pasto alle galline o agli altri animali da cortile, rendeva meno incolore lo squallido desco di quella povera gente.

Da quei chicchi rossastri, opportunamente tritati e messi a friggere, si ricavava qualche focaccia ‘ dorata e fraite, che veniva divorata in men che non si dica.

Fortunatamente gli alleati, oltre a rivelarsi in guerra generosi distributori di bombe, seppero farsi valere anche nell’opera di aiuto alle popolazioni vinte, distribuendo generi alimentari e pane bianco. Cominciarono così a circolare per il paese le prime scatole di piselli e di corned-beef, che andarono ad allietare le mense dei  resinesi.  Ancora oggi è vivo nella memoria di molti il ricordo di quello scatolame, che forniva all’affamata popolazione polvere di fagioli e di piselli e qualche boccone di carne bovina, mai più assaggiata da tempo immemorabile.

Fu in quel periodo che i resinesi rivelarono una straordinaria capacità di trarre profitto dalle circostanze anche più avverse, quell’arte di arrangiarsi in cui da sempre i napoletani sono considerati dei veri maestri.
Come si sa, il 10 ottobre 1943 la V Armata americana si allontanò da Napoli in direzione di Cassino con tutte le sue unità, coi cannoni e le jeeps, le autoblindo e i carri pesanti, le cucine, gli ospedali ed i servizi. A Napoli rimasero solamente i Comandi e i Depositi, i centri di rifornimento e di smistamento, le centrali di polizia e di propaganda e tutti i servizi di retrovia.

Molti di questi servizi si trovavano anche in territorio di Resina, e precisamente a monte dell’autostrada Napoli-Salerno in località Bosco Catena. Erano stati requisiti anche ville e palazzi, tra cui lo stupendo Palazzo del Corallo, ancora oggi meta di migliaia di turisti e operatori economici provenienti da tutto il mondo.

Così i camion alleati carichi di vettovaglie per i soldati di stanza a Resina si vedevano sempre più spesso percorrere la salita di Pugliano. Ad un certo punto, però, il guidatore era costretto a fermarsi davanti alle sbarre abbassate del passaggio a livello della ferrovia circumvesuviana. Proprio in quel momento, alcuni individui, con movimenti rapidi ed essenziali, saltavano sul cassone del mezzo e scaricavano le preziose merci. Erano sacchi che contenevano cioccolato, farina, burro, vestiti, pantaloni, camicie, calzettoni di purissima lana, scarpe, rotoli di suole, lenzuola, scatole di valvole per radio, cassette di orologi di precisione per piloti e tutto quel ben di Dio che’ gli americani si portavano appresso. Questo fatto si ripeté per moltissime volte senza che il guidatore si accorgesse di nulla.
Eppure il rumore provocato dall’impatto delle balle scaraventate giù era abbastanza forte. Ovvero, se qualcuno ci fu che se ne accorse, pretese una percentuale sull’affare. Vi era tanta abbondanza di merce, ricorda Aldo Stefanile, che perfino i soldati alleati appresero a vivere e a lasciar vivere. Così con i trabbandieri e speculatori cominciarono ad arricchirsi gettando le basi della loro prosperità, mentre le persone oneste erano costrette a fare la fame oppure a lavorare nei campi degli Alleati come sterratori o interpreti, camionisti o cuochi, custodi o infermieri, sguatte;i o scaricatori, spazzini o uomini della fatica.

La frequente sparizione di sempre più ingenti quantità di vettovaglie e di merci varie dai depositi non poteva, però, lasciare troppo a lungo indifferenti le Autorità Alleate. Fu così che I’AMGOT (Governo Militare Alleato Territori Occupati) dispose un servizio di sorveglianza e di controllo che diede qualche frutto. Qualcuno rimase nella rete mentre molti resinesi videro le proprie case visitate dagli elementi della Military Police, la temuta polizia americana della 82″ divisione. Accompagnati da un interprete, i militari della Police rovistavano nei cassetti e negli armadi alla ricerca di oggetti od altro rubati all’esercito americano.

I risultati di queste perquisizioni erano qualche volta proficui, più spesso invece inefficaci. I più furbi erano capaci di nascondere la merce rubata nei luoghi più inverosimili e di conservarla in attesa di tempi migliori.
D’altra parte, cominciarono a sorgere e a moltiplicarsi numerose iniziative volte a venire incontro alle esigenze delle nostre popolazioni. Molti resinesi trapiantati da tempo negli U.S.A., aderendo all’iniziativa di altri italo-americani, appoggiarono un comitato di parroci dell’Archidiocesi cattolica di New York, impegnati in una campagna di propaganda per la raccolta di vestiario per l’Italia. La costituzione del comitato fu organizzata dal Cardinale Spellman. Arrivarono così in Italia le prime grosse balle di indumenti e i primi pacchi-viveri di soccorso, inviati sia da privati che da organizzazioni cattoliche.
Quelle prime grosse balle di indumenti, unitamente alla merce saccheggiata dopo 1’8 settembre nel Deposito Militare Giulio Blum di Portici e all’acquisto di altra merce (coperte, tende, teloni e pneumatici) nei campi ARAR, costituirono una fonte di lucro per molti individui intraprendenti, che gettarono le basi per il varo di quel famoso mercato degli stracci, destinato a fare di Resina un centro internazionale del commercio al minuto dell’usato. Si era ai primi mesi del 1944 Dopo la smobilitazione degli Alleati, infatti, cominciarono a spuntare dovunque bancarelle, che esponevano un ricco campionario di merci made in U.S.A.: indumenti usati di
tutti i tipi, di tutte le fogge e dimensioni che permisero a molti resinesi una prosperità prima sconosciuta.
Il paese cominciò allora a brulicare di gente, di visi nuovi, di persone venute da ogni dove per fare qualche acquisto a buon mercato.
Col passare degli anni, il mercato dei panni usati andò via via consolidandosi e affermandosi. E’ stato calcolato che i tre quarti della popolazione attiva fossero occupati allora nel commercio dei panni vecchi e nelle attività collaterali: uomini, donne, vecchi e bambini, tutti erano impegnati a soddisfare la domanda crescente degli acquirenti che diventavano sempre più numerosi. Resina divenne così uno scenario, nel quale si presentava uno spettacolo quanto mai pittoresco.
Lo spettacolo raggiungeva Ie punte di maggior interesse quando veniva aperta una balla. Era come un rito lungamente atteso: la folla, in agguato fin dalle prime luci dell’alba, si lanciava all’assalto della balla con la stessa voracità con cui
una formica rossa si sarebbe lanciata su una preda. In quel movimento apparentemente caotico di mani, di braccia, in quello smanacciare, in quel lavorare di gomiti sembrava che non ci fosse logica o senso comune. Invece, i risultati erano sorprendenti:
in breve, la balla veniva squartata e ripulita, i capi divisi e selezionati e, alla fine, ciascuno si trovava quasi sempre tra le mani quello che cercava, una camicia, dei pantaloni, una giacca, un cappotto etc.

La confusione, che aveva inizio fin dal primo mattino, raggiungeva poi il suo diapason già verso le dieci e si esauriva solo dopo le quattordici. In quei trecento metri di salita, tale più o meno la distanza tra Piazza Fontana e il passaggio a livello della circumvesuviana, si concentrava una massa di persone e di cose decisamente impressionante.
La strada era quotidianamente percorsa da un gran viavai di persone che procedevano lentamente e a stretto contatto di gomiti: gente che andava e che veniva, venditori ed acquirenti, curiosi, ragazzi vocianti, venditori ambulanti di frittelle, di arancini e croquets, di semi e di noccioline, di pizze e di gazzose. Sui marciapiedi negozi piccoli e medi, pieni di merce/proveniente dall’altra sponda dell’Atlantico. Ai balconi panni stesi ad asciugare, come nei vecchi quadri del Migliaro.
Dovunque, imbonitori che arringavano la folla con la stessa veemenza dell’Arringatore romano.
A interrompere la continuità dei due marciapiedi, entro i quali era incassato lo stretto budello della salita di Pugliano, si apriva una miriade di vicoli e di vicoletti, simili in tutto ad affluenti di quel gran fiume nereggiante di folla, tutti ugualmente occupati da balle e tutti ugualmente percorsi da acquirenti desiderosi di scovare articoli a basso costo in quelle specie di retrobotteghe naturali. Nessuno spazio rimaneva vuoto e ogni metro, ogni centimetro quadrato era occupato da qualcuno o da qualcosa, cosicché chi avesse voluto percorrere il gran budello di via Pugliano avrebbe dovuto avventurarsi in lunghi e tormentosi slaloms, lavorando di gomito e badando
bene a non pestare o a farsi pestare i piedi. Era una giungla umana, un percorso di guerra, ricco di ostacoli e di asperità, di voci, di frastuono e di chiasso.

Questo mondo multicolore non poteva non attirare l’attenzione di sociologi, scrittori e giornalisti. Ecco quanto scrisse al riguardo il grande Maiuri: « . . Su tutta la grande strada che conduce dalla stazione della Circumvesuviana agli scavi e sull’erta salita di Pugliano, viene sciorinato giornalmente il piu’ vario e arruffato bazar che si possa immaginare: mucchi di vestiti ammassati sui marciapiedi, coperte e tendoni distesi sul lastrico come tappeti per un ingresso trionfale; vecchine con la faccia rugosa e una povera veste di percalle sedute sii un trespolo sbilenco innanzi a una cascata di pellicce; cumuli di biancheria femminile, reggipetti panciere e calze spaiate, esposte impudicamente all’aria; berretti, giubboni e tute da operai, e montagne di calzature come termitai, dagli stivaloni da minatore alle scarpette da serate di gala. In qualche portone oscuro e più discreto, insieme con le botti vuote e le balle ancora chiuse, s’improvvisa un negozio di mode: una fila dei più inverosimili vestiti di donne in falpalà e merletti usciti dai
vecchi canterani dell’800 infilati in una pertica. Ragazze e donne attempate v’entrano con qualche ritrosia e, al riparo delle botti e delle balle, misurano corpetti e gonne consultandosi con le amiche e le comari sui tagli e sugli aggiusti da fare.
L’America invia i suoi immensi rifiuti di roba usata; dalle balle chiuse, contrattate a peso e a misura, si trae il meglio e il vendibile; il resto viene mandato al macero per nuovi tessuti. Ho accompagnato un giorno, dopo la visita agli scavi, una signora americana di gran classe in mezzo a quel cafarnao.
Per la salita di Pugliano una doppia fila di rivenditori straripava con panche e panchetti dal marciapiede sulla strada.
Tra la merce di panni facevano spicco a quel tempo, ancora di pasti magri, alte pile di panni croccanti e rosolati come sul banco del panettiere in una pittura pompeiana, mentre dalle porte e dalle finestre delle povere case pendevano strani parati multicolori come drappi e tappeti distesi per la festa del Santo. Io con i miei poveri occhi non afferravo bene cosa fossero quelle stoffe rasate multicolori, arlecchinesche; ma la signora aveva capito: erano i paracadute colorati delle ultime incursioni aeree che avevano semidistrutto e seminato di morti Torre del Greco, Torre Annunziata e bombardato gli scavi di Pompei. Non voleva credere ai suoi occhi. “Cara signora, diss’io, prima si son prese le bombe ed ora fanno festa e quattrini con i paracadute”.

Urla di raccapriccio della buona signora; miei cenni disperati alla guardia municipale che, invece di frenare quel forsennato, mi sorrideva beata nel vedermi immerso tra morbidezze e scintillii di inconsueti cuscini e di cristalli, e miei giuri e spergiuri sulla non napoletanità di quel carrettiere e di quelle frustate:
“Un vero napoletano, giuravo convinto, non maltratta le bestie!
Il solo a manovrare il bastone è Pulcinella, ma lo fa con impegno solo sulle spalle dei mariuoli e delle guardie troppo  zelanti”. Per buona sorte, mentre la guardia continuava a sorridermi paciosa, si sollevarono contro il mulattiere mercanti, i clienti e rivenditori: il venditore delle tute, la vecchina delle l pellicce, il grossista delle calze spaiate e dei reggipetti sfilacciati, finché una ragazza uscì veemente di gesti e di parole da uno di quei portoni, nel più gonfio falpalà ottocentesco, a strappare la frusta dalle mani del carrettiere. Così, con la buona signora rappacificata, raggiunsi finalmente con sollievo, dopo le case silenziose di Ercolano e le case strepitose di Resina, la via dell’autostrada »

Oggi i panni usati non vengono più importati dall’America, ma anche dall’Inghilterra, dall’olanda, dalla Germania e dall’Austria.
I centri di smistamento sono Prato (Firenze), dove i cenci vengono rigenerati (cioè ridotti in filato e poi di nuovo in tessuti); Molinelle (Bologna), specializzata in pezzami; ma Resina rimane ancora il centro nazionale del commercio al minuto dell’usato.
Gli indumenti giungono anche da diversi enti ed associazioni, come la Croce Rossa e l’Unicef, che organizzano grossi centri di raccolta e cedono al migliore offerente l’appalto per la raccolta. Montagne di stracci in attesa di elaborazione indicano anche nella Caritas Internationalis e nelle varie associazioni assistenziali i fornitori di questa colossale industria.
Resina resta, dunque, la capitale del mercato dei panni usati. Anzi, col diffondersi della tendenza ad ostentare un abbigliamento poco ricercato, essa, è diventata la meta preferita dei giovani della buona borghesia per i quali è snob dire: << Mi vesto a Resina ». E così, per venire incontro a queste crescenti esigenze, molti rivenditori si sono trasformati in importanti affaristi che forniscono direttamente le migliori boutiques di Roma e di altre città italiane.
E’ cambiata un’epoca, è mutato un costume: quello che era in principio un pittoresco bazar è ora un’industria colossale che fornisce tutta l’area mediterranea.

Tratto da Ercolano attraverso i secoli di Mario Carotenuto.

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Andrea Cacciottoli il sindaco della resina moderna e della battaglia per l’acqua del serino
maggio 2, 2014
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Avv. Andrea Cacciottoli (Resina, 1846 – Resina 1913) a distanza di oltre un secolo dalla sua morte, raccontiamo la storia politica e umana di questo importante protagonista della vita cittadina che dovette fronteggiare non pochi problemi di ordine sociale. tra i quali la cronica mancanza di acqua e le epidemie del colera sviluppatesi nelle zone piu’ malsane dell’allora Resina. Quest’articolo spera di far conoscere al altri il suo grande impegno politico per la sua città sia come avvocato e come politico ed amministratore.

Prese le redini della civica amministrazione di Resina, l’avv. Andrea Cacciottoli (sindaco di Resina dall’11 novembre 1884) avviò un deciso programma di risanamento delle finanze comunali che portò all’ aumento degli introiti e al conseguente incremento delle spese per il decoro della città, per lo sviluppo commerciale, per l’istruzione e la viabilità. Si migliorò, così, il trattamento economico degli insegnanti e della forza pubblica, si creò un ispettore della pubblica illuminazione (da ricordare che nel 1886 i fanali a gas sostituirono i lumi a petrolio), si provvide a fornire di custode il macello e di giardiniere la villa comunale (inaugurata il 24 luglio 1887).
Vagheggiato un asilo d’infanzia l’opera divenne un fatto compiuto: oltre 200 bambini vi trovarono vitto, materne e protezione. La via Mare, appena iniziata, fu alacremente proseguita  e ultimata; lo stesso avvenne per il terzo tratto della via Trentola. La sistemazione  poi del Largo Pugliano e delle vie Cuparella, S. Elena, Bosco, FevoleIla, Dragonetti, Arcucci, del primo e secondo tratto della via Trentola, traversa Municipio, della via Patacca, nonché dei marciapiedi del corso Ercolano, furono tutte opere volute e compiute in poco tempo.

Si ottenne, dopo non pochi sforzi, uno scalo di alaggio e per ricovero di barche alla cosiddetta Dogana del Pesce. Si realizzò un sogno che durava da molti anni, quello di avere una strada di circonvallazione, la Resina – S. Sebastiano al Vesuvio, i cui lavori ebbero inizio nel 1894. La chiesa di Pugliano, oltre ad essere trasformata negli stucchi, fu ornata di pitture bellissime, di un pavimento in marmo, di colonne ad imitazione, di due vasche per l’acqua lustrale (la cui collocazione sulle colonnine di marmo, addossate a una coppia di pilastri, risale all’anno 1886), ecc. Si chiese e ottenne, a beneficio dei contribuenti, un’Esattoria autonoma e indipendente, come pure una speciale sezione per l’elezione della Camera di Commercio. L’annosa questione per la limitazione dei confini col comune di Torre del Greco formò oggetto di studi severi, così come attestava un’ elaborata allegazione a stampa dell’ avvocato Margotta e dello stesso Cacciottoli, che difesero gli interessi di Resina.
Una citazione a parte merita la relazione sull’epidemia colerica del 1887 presentata dal sindaco Cacciottoli al Consiglio Comunale nella tornata del 25 ottobre 1887:

«[ … ] Non vi ricorderò che fin dallo agosto l’ onorevolissimo signor Prefetto fu istruito minutamente dei fatti, e su mia richiesta spedì l’istesso giorno sul luogo l’illustre Prof. Cav. Margotta, il quale, dopo di avere tutto accuratamente osservato, si lodò dei provvedimenti adottati, ne discusse·e suggerì altri da attuarsi.
Fu fin d’allora che istantemente richiesi l’autorevole parola del signor Prefetto per ottenere la presa giornaliera dell’acqua del Serino dalla Città di Napoli, ed il trasporto della stessa a mezzo della Società dei Tramways.
Fu fin d’allora che, seguendo il parere del nostro valoroso condottato Dr. Paolo Cecere, adottammo a norma dei dettati della nuova tecnica sanitaria, confermata dalle più recenti disposizioni Ministeriali, le disinfezioni col sublimato in proporzione dal 2 al 3 per mille.
Fu fin d’allora che provvedemmo a larghe disinfezioni con opportuni ed abbondanti lavaggi dei luoghi infetti dal morbo, nonché degli altri tenuti sospetti.
Fu fin d’allora che senza alcun limite autorizzammo la distribuzione di medicinali, brodi, latte, neve e carne agli infermi sulla semplice richiesta dei nostri sanitarii, oltre ai soccorsi in biancheria, cui provvedemmo con la Giunta direttamente a norma dei bisogni e delle constatate necessità.
Di fronte ad un nemico che insidiva la vita di tutti credetti opportuno fare appello a tutti, richiedere l’appoggio ed il concorso di tutti, senza relazioni di casta o posizioni sociali [… ].
Come pure in quei giorni di lutto e di desolazione furono per nome pel popolo di non lieve conforto le ripetute visite dell’Illustrissimo signor Prefetto, dell’Eminentissimo Cardinale Sanfelice Arcivescovo di Napoli, dei nostri onorevoli deputati, fra i quali primeggia il Commendatore Della Rocca Illustre Segretario Generale, nonché di Consiglieri Provinciali e di molti altri preclari cittadini, i quali tutti, ed in ispecie l’illustre per quanto benemerito signor Prefetto, sfidando disagi e pericoli di ogni genere, vollero minutamente osservare le condizioni del Comune, vagliare ed apprezzare il nostro modesto operato, e tutti ci furono generosi di una parola di conforto e di leale incoraggiamento [… ].
La presenza infine di S.E. il Presidente dei Ministri, ad un tempo Ministro dell’Interno e degli Esteri, congiunta a quella di S.E. Zanardelli Ministro di Grazia e Giustizia, e di altri non pochi onorevoli personaggi [… ] costituì tanto per Resina, che per noi, un vero orgoglio, ed io ne ringrazio tutti quelli che direttamente ed indirettamente contribuirono a provocarla.
E come mai potrei fare diversamente o signori, essendo in modo indiscutibile dovuto a questa visita se per Resina sta per schiudersi 1’orizzonte ad un’ era nuova di miglioramento, e di progresso igienico ed edilizio?
Forse che non fu S.E. Crispi, che pel primo decretò con la sua parola il risanamento del Comune?
Non fu forse lui che il giorno susseguente ne commise direttamente gli studi a persona di sua fiducia? Non è da lui infine che aspettiamo la piena realizzazione di una promessa che non può mancare, giacché è da tutti risaputo che la parola di Crispi non si cancella?
Non fu infine lui che pel primo dié l’esempio di un generoso concorso per sopperire alle spese necessarie per combattere l’epidemia, esempio immantinenti seguito da S.E. Zanardelli, nonché dagli onorevoli nostri deputati, dal presidente della Croce Bianca, dai Consiglieri Provinciali, dallo stesso Consiglio Provinciale, dagli altri molti che con noi gareggiarono in atti di deferenza, di affetto e di carità?».

Ad integrazione di quanto sopra, va ricordato che la persona di fiducia di cui sopra era l’ingegnere Giulio Melisurgo, cui fu affidato il progetto di risanamento delle zone malsane di Resina. Tale progetto, completo di relazione e disegni, approvato con le deliberazioni consiliari dell’ 11 maggio e del 3 giugno 1889, e depositato presso l’Archivio di Stato di Napoli, Bilanci e Conti Comunali,

Risanamento di Resina. «Tanto il bonificamento che l’ampliamento – precisava il Melisurgo – sono ideati in modo da poter dare nel loro insieme un’importanza speciale a Resina (e quindi un valore ai terreni espropriati), facendo di quel Comune una stazione sana, tale da richiamare il concorso di nuovi residenti, di convalescenti, i quali, altrove, non potrebbero trovare riunite tante favorevoli condizioni sanitarie. Ad otto chilometri da Napoli, alla quale è congiunta da una ferrovia ed una tranvia, Resina è opportunamente orientata per una residenza invernale ed estiva. Sita ai piedi del Vesuvio, in riva al mare, su di un suolo asciutto ed in pendio, tra i boschi di Portici e della Favorita, ed in eccezionali condizioni climatologiche, con le attrattive del golfo, della funicolare del cono vesuviano, delle antichità di Ercolano, con un’aria eccezionalmente balsamica per i tisici, benefica per i fabbricitanti, e con un orizzonte straordinariamente bello, poiché è al centro del golfo già detto delle Sirene, essa è certamente in condizioni di favorire un ampliamento di ville ricercate.
Come all’epoca romana Ercolano era una delizia del tempo, così nell’era nostra Resina, che sopra vi è edificata, può diventare, trasformando la sua incantevole plaga in una residenza di gente civile».

Ma il progetto rimase sulla carta, e della buona volontà espressa da Francesco Crispi non si seppe profittare. Così le zone malsane di Resina (particolarmente via Trentola e via Mare) continuarono a essere potenziali luoghi di infezioni e di epidemie, sprovviste com’erano di una risorsa indispensabile, l’acqua. Lo ricaviamo, soprat~utto, da un lungo articolo coevo di Gennaro De Luca, pioniere del giornalismo :

«Uno dei principali e necessari fattori della vita è l’acqua. Essa, ·a seconda della sua composizione e purezza, ha un’influenza sulla specie umana. Poiché è assodato che i germi di molte malattie che affliggono l’umanità, ci vengono portati dall’acqua: e nei paesi dove questa è pura ed abbondante, quivi la robustezza e la longevità non difettano.
Ed infattI dice il Klebs che persino il così detto gozzo, sorta di tumore, che abitanti d’intere regioni hanno alla gola, prodotto dal rigonfiamento della glandola tiroide, vien causato da germi minutissimi che, col mezzo dell’acqua, penetrano nel nostro sangue. E così tutti gli scienziati moderni sono concordi nell’ammettere, dopo gli ultimi studi e le ricerce batteriologiche fatte, come prima via di contagio le acque inquinate dei germi specifici delle malattie infettive.
A dimostrare tutto ciò con maggior chiarezza, in primo luogo citeremo l’esempio di Napoli avanti e dopo della conduttura d’acqua di Serino; ed in secondo luogo riporteremo le analisi chimiche e le ricerche eseguite sulle acque dei Comuni Vesuviani dall’egregio chimico Eugenio Casoria, professore della R. Scuola Superiore d’Agricoltura, in Portici.
Tra i mali infettivi che endemicamente dominavano in Napoli, prima del 1887, e che vi mietevano maggiori vittime, erano la febbricola ed i tifi, massime il tifo addominale, malattie codeste che riempivano gli ospedali di numerosi infelici; al punto che il Munièipio di quella città fu obbligato assegnare l’ospedale Cotugno per tali infezioni.
Ebbene, dacché i napoletan hanno potuto bene l’acqua di Serino, i malati nell’ospedale Cotugno non solo scemarono rapidamente, ma non sono stati rimpiazzati che da un numero di poche unità; cosa da neanche calcolarsi, in una popolazione di oltre mezzo milione.
E qui vale ricordare che dopo il 1884, epoca in cui il colera fece strage in Napoli, negli anni seguenti, quando i Napoletani potettero usare l’acqua di Serino, restarono immuni dal fatale morbo; mentre parecchi nostri Comuni, e massime Resina, nel 1887, furono crudelmente colpiti dall’epidemia. A viemaggiormente confermare i fatti esposti, noi citeremo le analisi chimiche delle acque di vari pozzi di  Resina, Portici, San Giorgio a Cremano e Torre del Greco, eseguite parte dalla Regia Scuola Superiore di Agricoltura e parte dal prof.
Casoria, le quali analisi, fatte coi metodi di Schulze, Kubel e Tiemann, han fornito i risultati tanto straordinari che crediamo utile riportare i prodotti [… ].
Questa notevole copia di nitrati, che, al dire del prof. Casoria, non sono mai stati rinvenuti da altri chimici, fanno esclamare al professore, nella sua dotta relazione sul proposito, così:
“Ora, paragonando i limiti massimi di tolleranza, stabiliti dalla Commissione di Vienna, con le quantità da me rinvenute nele acque esaminate, ben si scorge come l’uso di queste costituisca un vero delitto di lesa igiene, e tale da richiamare la seriaattenzione delle autorità, a cui incombe l’ufficio di tutelare la salute dei cittadini, i quali, o per propria elezione, o per mancanza d’altro, sono costretti a far uso di tali acque.
Ora l’acido nitrico che trovasi in così grande eccesso nelle acque esaminate, non può evidentemente derivare che dall’azoto delle sostanze organiche, provenienti dai materiali di deiezione, e da altri liquidi di rifiuto dell’economia domestica.
Le condizioni speciali che favoriscono mirabilmente la diffusione dei materiali di deiezione, attraverso il sottosuolo, nonché la rapida nitrificazione dei materiali suddetti, sono le seguenti:

  1. La mancanza assoluta di fognatura, e la esistenza di uno o più pozzi neri, in ciascuna abitazione: il maggior numero dei quali non hanno serbatoio sotterraneo, ma sboccano liberamente nel sottosuolo, funzionando per tal modo da veri pozzi assorbenti.
  2. Le proprietà fisiche dei materiali che costituiscono il sottosuolo, attraverso i quali i liquidi di qualsiasi natura ed origine possono diffondersi agevolmente ed a notevoli distanze.
  3.  La costituzione chimica del sottosuolo, la quale determina la rapida ossidazione dei prodotti ammoniacali, derivanti dalla putrefazione delle sostanze fecali, e la trasformazione di essi in nitrati”.

Premesso tutto ciò, è innegabile l’assoluto bisogno di avere acqua pura ed abbondante, visto lo sviluppo rapido delle popolazioni nei nostri comuni, ed il crescendo delle malattie infettive, che spesso visitano questi ameni paesi, con esiti quasi sempre fatali, per quelli che più difettano di acqua potabile.
E dopo la scienza vogliamo dare posto alla legge, che, armonizzandosi con i bisogni cresciuti dei popoli e della civiltà, nella nuova legge della sanità pubblica e dell’igiene (art. 44), dice:
“Ogni Comune deve essere fornito di acqua potabile, riconosciuta pura e di buona qualità. Ove questa manchi, sia insalubre o sia insufficiente ai bisogni della popolazione, il Comune può essere, per decreto del ministro dell’intemo, obbligato a provvedersene“.

E poi nel Regolamento della legge medesima, all’art. 101, dice:
“Per l’applicazione dell’ art. 44 della legge, il ministro dell’ interno può obbligare più comuni ad un consorzio, per provvedersi di acqua potabile”. Dunque è compito importante delle autorità dare ascolto all’impellente bisogno del popolo, mettendo all’uopo in attuazione la legge»

lanuovaercolano

«La Nuova Ercolano», Resina, 3 maggio 1891. Del problema dell’acqua si occupò a lungo «La Nuova Ercolano», periodico locale di cui si è smarrito perfino il ricordo, che pubblicò molti articoli volti a richiamare l’attenzione di chi di dovere sulla necessità di affrontare e risolvere una questione spinosa, la più difficile o forse del periodo post-unitario.

Preoccupata dall’andamento ciclico delle malattie infettive nel nostro territorio, e forte della nuova legge della sanità pubblica e dell’igiene, la civica azienda fin dal 1887 aveva avviato febbrili trattative per ottenere il prezioso elemento a Resina.

Ma ora la lentezza degli adempimenti burocratici che si dovevano compiere tra la Società dell’acqua di Serino, il comune di Napoli e gli altri comuni della plaga vesuviana; ora il succedersi e l’avvicendarsi dei rappresentanti comunali del vicino capoluogo, il che costringeva a cominciare da capo discussioni, pratiche, proposte e controproposte; ora la richiesta di altri concorrenti, che volevano acquistare direttamente dal comune di Napoli e poi di redistribuire alla popolazione il benefico liquido, curandone il trasporto e la canalizzazione, non fecero che rimandare nel tempo la’ soluzione dell’ esasperante problema.
Ancora nel 1891, nella seduta del 18 maggio, il sindaco Cacciottoli esponeva al Consiglio Comunale la necessità di avere l’acqua di Serino, perché le acque del paese erano scarse e per nulla potabili.
Questa la cronaca della seduta, ricavata da un articolo di E. Francese :

«[… ) Il sindaco dice, inoltre, che egli ha sempre sollecitato la prefettura ed i comuni circostanti per indurre questi ultimi a provvedersi di detta acqua, ma che le sue pratiche riuscirono sempre infruttuose; ciò nonostante, egli non s’è mai perduto d’animo; dopo tante fatiche, è stato appagato il suo desiderio, poiché il Prefetto invitò i sindaci di Resina, Torre del Greco, Portici e San Giorgio a Cremano a tener Consiglio, e, sotto la sua presidenza, si discusse a lungo l’argomento in questione [… ].
Infine partecipa che il consiglio dei sindaci, d’accordo col Prefetto, approvò il progetto per l’impianto della conduttura e dei serbatoi, le cui spese saranno ripartite tra i quattro suddetti comuni, riuniti in consorzio;
indi è stato stabilito il prezzo di centesimi 10 per ogni metro cubo, come pure è stata stabilita la quantità minima e massima di acqua da consumarsi in un giorno in ciascun comune; e ciò in proporzione del numero di abitanti d’ognuno di essi, cosicché per Resina, che conta 18.000 abitanti, è stato calcolato un consumo giornaliero dai 1200 ai 3000 metri cubi.
Dice pure che sarà nominata una commissione, composta di due rappresentanti per ogni comune del consorzio, la quale verrà incaricata di nominare, a maggioranza di voti, un ingegnere per i lavori da eseguirsi, e di stabilire le condizioni per la messa all’asta dei suddetti lavori [… ].
Conclude, dicendo:
Signori, spero che tutti vogliare aiutarmi nel compiere l’opera da me iniziata, col votare il progetto, già approvato dal comune di Portici, per la provvista dell’acqua di Serino, ciò che è stato sempre il mio ideale, l’oggetto dei miei sogni, ed io, per decor proprio e pel bene del paese, farò quanto posso per raggiungere lo scopo, e rimarrò a questo posto finchè la mia idea, i miei sogni non saranno realizzati ” (Applausi).
Il sindaco mette alla votazione per alzata e seduta. Tutti restano seduti. Il progetto è approvato all’unanimità» (6).

Ma ogni buon proposito della pubblica amministrazione fu vanificato da vecchi e nuovi problemi (7), gli stessi che costrinsero la nostra cittadina a rivolgersi direttamente al governo nazionale, nella persona del ministro dell’interno:
«Eccellenza, la salute di 18 mila e più cittadini è minacciata. L’acqua del Serino, il liquido salutare per eccellenza, il primo elemento indispensabile alla pubblica igiene si nega al Comune di Resina, dove 1’epidemia colerica in questi ultimi tempi ben tre volte passeggiò trionfante, dove l’acqua potabile esiste inquinata.
Invano l’Autorità locale con patema benevolenza si è interessata a pro della ridente città; invano con patjottico e civile pensiero ha cercato concordare idee e interessi; tutti gli sforzi riuscirono a vuoto; non resta ricorrere ai mezzi estremi per tranquillizzare gli animi eccitati, e curare ad un tempo la salute di tutta la popolazione resinese.
È bene quindi che l’Autorità centrale tutto vegga e sappia. Motivi altissimi di ordine pubblico e di pubblica incolumità reclamano assolutamente il suo intervento, malgrado sia già vigorosamente intervenuta  l’Autorità locale [… ].
Eccellenza!
Un materiale di conduttura per valore ingente è già pronto … Provvedasi al più presto perchè cessi uno stato di cose anomalo, inesplicabile, ruinoso per tutti, perchè gli animi di tutti siano urgentemente rassicurati.
Lo deve il Governo in omaggio alla legge, all’ordine pubblico, alla incolumità; lo attendono fidenti i cittadini di Resina.

Alla fine, come Dio volle, il 28 agosto 1894 fu firmato un contratto a Napoli, per Notar Scognamiglio, tra il signor Du Chantal per la Società dell’acqua di Serino, l’amministrazione partenopea e il Comune di Resina. In base all’accordo fu concessa l’acqua alla nostra città: il pagamento della stessa, neJla misura di 12 centesimi per ogni metro cubo, doveva aver luogo dieci mesi .. dopo la stipulazione del rogito, cioè il 28 maggio 1895.
Il 6 giugno 1895, per gli atti dello stesso notaio Francesco Scognamiglio, altro contratto fu concluso con la Società belga formata pour la eonduite des eaux de Lièges, società che aveva per rappresentante l’ingegnere Bernard Pétot. Fu stabilito quanto segue: che l’acqua del Serino venduta dal Comune di Napoli dovesse essere incanalata e trasportata a Resina con apposito acquedotto, costruito a spese della Società; che la quantità minima di acqua da convogliarsi quotidianamente per gli usi del nostro comune dovesse essere di 160 metri cubi, dei quali 60 da impiegarsi per le necessità di pubblico servizio e 100 per i bisogni dei privati; che si dovessero, fra l’altro, costruire a spese della Società, e mentenere a getto costante per uso pubblico, quattro fontanine.
I giornali locali e quelli partenopei salutarono il lieto avvenimento, che sembrava schiudere a Resina orizzonti di benessere e prosperità.

Così il Vesuvio:

«Finalmente Resina può dire di avere avuto l’acqua di Serino.  L’ingegnere cav. Pétot, malgrado tutti gli ostacoli che gli son creati da chi aveva interesse ad ostacolare il compimento dell’opera altamente civile, si è qeciso a dare l’acqua al popolo e già da varii giorni la fontanina che trovarsi al principio della salita di Pugliano gitta l’acqua di Serino, che tutti accorrono a prendere con gran piacere. Di questo atto umanitario l’ingegnere Pétot merita encomii sinceri, poiché a Resina ormai non si beverà acqua avvelenata nel più ampio senso della parola»

Risolto, dunque, l’annoso problema della mancanza d’acqua potabile?
Potevano finalmente gioire gli abitanti di Resina, specie quelli di via Mare e via Trentola? Purtroppo, le cose stavano diversamente. Le fontanine situate nei punti strategici del paese, dopo aver fornito incessantemente acqua al pubblico fino a metà settembre, furono rimosse, e questo all’insaputa delle Autorità. Era successo che il regolamento concordato a luglio sotto l’imperio della necessità imponeva 1’obbligo gravissimo di certe quantità minime di consumo, che formavano un tale onere sulla proprietà e il pigionante da rendere praticamente impossibile il rispetto del contratto, dato che ogni resinese avrebbe dovuto pagare per quattro.
La Giunta del tempo, presieduta dall’avv. Andrea Scognamiglio, fece del suo meglio per moderare 1’asprezza della nuova imposta. Già però il fremito dell’indignazione era corso per le case e le strade di Resina, e ai primitivi osanna al rappresentante della società belga erano seguite le invettive di coloro che si ritenevano turlupinati e presi in giro. Molti infatti, sicuri di attingere l’acqua limpida e salutare del Serino, avevano chiuso i loro pozzi inquinati ed insufficienti; ed ora il disinganno li rendeva incredubli, agitati, inferociti. Fortunatamente le nostre Autorità riuscirono ad ottenere dalla controparte delle condizioni che consentissero una più equa distribuzione degli oneri derivanti dal contratto, e cioè che l’acqua fosse pagata in proporzione ai benefici ottenuti.

Con il ritorno in sella dell’ avv. Cacciottoli (1898) si potè annunciare la prossima apertura dell’ acquedotto, alla quale furono invitati le più alte autorità civili e religiose della provincia.
Ma le sofferenze non erano ancora finite, anzi il martirio della sete avrebbe continuato a tormentare la sventurata gente di Resina per molti anni ancora.
Seguire tutte le tappe di quell ‘interminabile calvario equivarrebbe a cacciarsi in un ginepraio di proteste, di lotte, di rivendicazioni, di ricorsi in carta bollata, di articoli di giornale a non finire. Le cause erano sempre le stesse: nuove e infondate richieste di pagamento, minacce di sospensione, quantitativi d’acqua erogati col contagocce per una popolazione dai bisogni crescenti.
Quanto a Cacciottoli, la sua fu una vicenda personale non meno complicata, dato che una serie di accuse lo indicò come responsabile di irregolarità nella gestione daziaria.

Queste accuse, fatte proprie dalle superiori Autorità, portarono ad una relazione ministeriale del 28 dicembre 1902, destinata a provocare il Decreto di scioglimento del Consiglio Comunale di Resina, nonostante che i voti dell’8 e 27 luglio avessero ancora una volta premiato il Cacciottoli. Questi, , chiamato nel frattempo dalla pubblica fiducia al seggio di Consigliere Provinciale, aveva già orgogliosamente presentato le dimissioni da sindaco, indirizzando una lettera all’assessore anziano del Comune, nella quale vantava e opere compiute in quasi venti anni di milizia politica e amministrativa.
Sucessivamente, nel marzo del 1903, lo stesso Cacciottoli pubblicava una memoria difensiva, ricca di dati e di cifre, non meno che di citazioni letterarie e perfino di frasi in latino. Il documento rappresentava, peraltro, un saggio elquente del clima infuocato in cui si svolgeva la vita politica in quegli anni.
Questa era dominata da due soli partiti contrapposti, i liberali di Cacciottoli e i cIerico-moderati di Alessandro Rossi, i cui esponenti si accusavano a vicenda di preoccuparsi più del “particulare” che di dare al paese l’opportunità di inserirsi nel novero dei comuni più progrediti.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.