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Corso Resina la sua storia la sua storia millenaria
aprile 29, 2014
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Il tracciato dell’attuale corso Resina (già corso Ercolano) corrispondeva, piu o meno, al decumano superiore dell’antica Herculaneum (il terzo della città, situato a nord degli altri due, il maximus e l’in/erior), ed era parte integrante di quella grande arteria che da Napoli conduceva ad Oplonti e Pompei, e di là a Stabia e Nocera Alfaterna.
Dopo l’eruzione del 79, che seppellì la città greco-romana, l’imperatore Adriano ordinò la ricostruzione della via, secondo quanto ci viene documentato da pietre miliari rinvenute a San Giovanni a Teduccio, a Resina (molto interessante quella ritrovata presso la seicentesca chiesa di Santa Maria della Consolazione, posta all’epoca dell’imperatore Massenzio e di nuovo utilizzata ai tempi di Costantino), a Castellammare di Stabia e a Sorrento.

In seguito alla caduta dell’Impero Romano (476 d.C.), è probabile che anche questa strada subisse le conseguenze dell’abbandono e dell’incuria in cui caddero tutte le terre dell’Occidente. D’altra parte, le continue eruzioni del Vesuvio e le ricorrenti alluvioni dovettero disseminare sul suo tracciato lava e pietre rotolate dall’ alto.

La prima notizia certa sulle condizioni in cui versava l’antica via consolare, dopo un silenzio di molti secoli, risale al 1344, anno in cui la regina Giovanna I fu derubata, «sulla strada di Resina», ben due volte.
Per liberare il cammino dei viaggiatori dalle insidie dei ladri e dall’ingombro di rocce vulcaniche, il viceré Afan Perafan de Ribera fece ripulire ed allargare l’arteria che nel 1562 assunse la nota denominazione di «Via Regia delle Calabrie»: essa aveva inizio nell’attuale piazza Duca degli Abruzzi di Napoli, attraversava il ponte della Maddalena e, continuando per San Giovanni a Teduccio fino a Resina e Torre Annunziata, piegava poi verso oriente in direzione di Salerno, per proseguire infine per la Basilicata e il Principato  Citeriore fino a Reggio Calabria.

L’eruzione vesuviana del 1631 coprì ancora una volta la zona, particolarmente nel tratto che insisteva sulla Villa dei Papiri, là dove gli Eremitani Scalzi dell’ordine di Sant’Agostino stavano costruendo una nuova chiesa.
Sgomberato nuovamente il cammino, la «via regia» divenne meta delle escursioni dei nobili napoletani, i quali cominciarono a costruirvi quelle sontose residenze che, a partire dal Settecento, illeggiadrirono il «Miglio d’oro», «una strada di ville che lungamente scendono al mare, da Herculaneum a Torre, in un pulviscolo dorato, in un’aria sottile, in uno sfarzo di merletti di fiori sgargianti».
«Era l’oro – scrive Mario Forgione – che Carlo di Borbone, col suo attivismo di principe illuminato, riusciva a cavare dalle pietre vesuviane. Era il momento magico in cui il ‘700 scopriva l’archeologia in un punto d’incontro di straordinaria vivacità culturale quando dalla villa dei Pisoni saltavano fuori statue e papiri e negli immediati dintorni si edificavano dimore che erano un’eco visibile del messaggio di cultura che veniva fuori dal sottosuolo vesuviano».

Altri lavori, nel quadro dei restauri voluti dai Borbone per ripristinare le arterie rovinate durante il periodo viceregnale, furono iniziati nel 1780. Questi lavori portarono alla sistemazione della strada dal ponte della Maddalena a Portici, e da Resina a Torre Annunziata.
Nel 1792, prima a Napoli e poi nei comuni della provincia, furono affisse le iscrizioni alle vie; così la strada che attraversava Resina, da Portici fino ai confini di Torre del Greco, si chiamò corso Ercolano.
Qui si svolsero almeno due degli episodi piu cruenti seguiti all’abbandono della Capitale da parte di Ferdinando IV e alla venuta a Napoli dei francesi, che il 23 gennaio 1799 avevano proclamato la «Repubblica Partenopea». Il primo (11 giugno) si ebbe alla Favorita, dove il comandante giacobino Schipani mise in fuga le truppe sanfediste ivi appostate, togliendo loro tre cannoni. Il secondo (13 giugno) si verificò tra Resina e Portici, là dove aveva inizio quel vico di Cecere che portava giù, fino al Granatello.

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Ai primi dell’Ottocento, la via principale di Resina non era diritta come al presente. Giunta da Napoli all’altezza della chiesetta di San Giacomo, la strada piegava a sinistra verso piazza Fontana (allora detta dei «Colli Mozzi», dal nome di quattro statue acefale innalzatevi nel 1715) e, proseguendo per via Dogana, raggiungeva nuovamente il corso. Il tratto compreso tra la cappella di San Giacomo e il numero civico 123 dell’attuale corso Resina fu rettificato nel 1808, e probabilmente risale al 1827 la nuova denominazione di corso Ercolano, cioè all’anno in cui fu aperta al culto la nuova chiesa di Santa Caterina, progettata nel 1822 con la facciata rivolta al vico di Mare (abitato tradizionalmente da pescatori, questo lungo budello ha ” una storia che s’intreccia molto spesso con quella dell’area archeologica, di cui rappresenta l’estremo lembo occidentale, almeno per quanto riguarda gli isolati dissepolti a sinistra del cardo III dell’antica Ercolano).

Così ebbe completamento il corso Ercolano, che si trovò a fronteggiare un traffico sempre piu intenso, percorso com’era da illustri rappresentanti dell’aristocrazia napoletana diretti alla Favorita, divenuta dimora del re dopo il cosiddetto «decennio francese» (1806-1815).
D’altra parte, i cocchi della real famiglia e gli equipaggi dei signori delia corte dovettero spesso fare i conti con gli ingorghi provocati da diligenze, carrette e trabiccoli di ogni genere che si davano ad intasare il corso in ogni ora del giorno.
Simbolo di quell’epoca tumultuosa e romantica fu il calesse (o com’colo) , che faceva la spola tra Napoli e i paesi della provincia. Celebre addirittura fu il «calesse di Resina », del quale piu di un artista (dal Dura al Marras, dal Kaiser al Carelli) ci ha lasciato splendide immagini. Quel singolare mezzo di trasporto – sul quale prendeva posto un incredibile agglomerato umano composto da lazzaroni, popolane, fittavoli, scugnizzi, religiosi, ecc. – solleticò, tra l’altro, la fantasia di Dumas che volle dedicargli addirittura il titolo di un suo libro. Il calesse, che effettuò le sue ultime orse nel 1902, partiva da uno spiazzo a ridosso del corso (quella piazza Colonna che prendeva il nome dal monumento ivi eretto il 21 ottobre 1861, in occasione, cioè, del primo anniversario del voto con cui le province meridionali si erano unite al regno d’Italia) e arrivava alla napoletana chiesa del Carmine, impiegando circa un’ora, non prima di aver effettuato una sosta ai Granili e sul ponte de’ Maddalena (dove i cavalli erano sostituiti o sussidiati altre bestie).

Era un ambiente, quello della parte iniziale del corso Ercolano, in cui gli aspetti primitivi e popolareschi del costume non potevano non colpire i viaggiatori, che, sempre piu numerosi, venivano da queste parti per arrampicarsi sul Vesuvio o per visitare gli scavi. Era l’epoca dei viaggi in Italia, e gli spiriti avventurosi del vecchio continente non mancarono di tramandare ai posteri il ricordo di un’umanità brulicante, «immersa in un perpetuo e fantasmagorico carnevale».
In questa terra di sole e di mare, di musica e di canzoni, di calore e di passione, di voci e di grida, di lazzari e di maccheroni, il Romanticismo europeo scopriva la piu genuina personificazione dell’anima popolare.
Il 27 novembre 1875 la Società anonima per le ferrovie a cavalli ottenne dall’Amministrazione della Provincia di Napoli e da quella dei Comuni vesuviani la concessione di una tranvia fino a Torre del Greco. Questo servizio, che prevedeva due soste a Resina (in piazza Colonna e alla Favorita), entrò in funzione due anni dopo.  ismailpascia

Correva l’anno 1879 quando Resina fu onorata dalla presenza di un ospite illustre, l’ex Kedivé d’Egitto Ismail Pascià.
Nella bella villa Favorita messagli a disposizione dal governo italiano, l’esotico personaggio si trasferì con tutto il suo seguito. I resinesi, naturalmente, si mostrarono subito curiosi di conoscere gli usi e i costumi di quella corte orientale. Si vociferava del lusso di Ismail, si parlava di odalische bellissime intraviste attraverso i cancelli e di squadre intere di eunuchi a custodia della loro fedeltà.

Eppure quella che sembrava una impenetrabile cortina di diffidenza, elevata dalla differenza di razza e civiltà, fu squarciata da un fatto nuovo e del tutto singolare. Un tenero romanzo d’amore nacque all’ombra della Favorita e unì indissolubilmente due cuori, quelli di una bella odalisca e di un baldo giovanotto napoletano.
Questo, almeno, il racconto, non si sa quanto attendibile, probabilmente romanzato, che fiorì per molti anni sulle bocche dei locali cantastorie, ai quali non sembrò vero di aggiungere particolari inediti ed interessanti ad una vicenda che aveva rischiato di provocare un incidente diplomatico tra l’Italia e l’Egitto. Ad ogni modo Ismail era stato il primo ospite importante di Resina all’indomani dell’Unità, e questo non mancò di accrescere il fascino e il richiamo di una zona, quella del Miglio d’oro, nota un po’dovunque.
Tra Resina e Torre del Greco correva, infatti, quel «percorso incantato» così definito per la presenza, a destra e a sinistra, di amenissime ville settecentesche e di eleganti palazzine piu recenti. Trasformate in hOtels o pensioni, quelle costruzioni accolsero, a cavallo dei due secoli, quanti vi giungevano, sia per trascorrervi la villeggiatura sia – ed erano forse i piu – per ristorarvi la malferma salute.
Ivi, alle finestre, ai balconi e sulle terrazze, spesso cinte di verdeggianti pergolati, si potevano scorger, sul far della sera, i villeggianti, divisi in gruppi, a contemplare «il gran poema dei tramonti estivi», quando il sole, in tutta la gloria del suo fulgore, si tuffava nel mare al di là della punta di Posillipo.

La palma del fasto spettava, senza dubbio, a villa Aprile, conosciuta anche come villa Amelia (già Riario Sforza, Nugent, Galante), da tutti considerata «la regina delle ville, non solo di questi luoghi, ma di tutta Napoli, niuna essendovene, che la eguagli in magnificenza, buon gusto e splendidezza». Tali requisiti, che andavano ad aggiungersi ad un’ubicazione oltremodo felice, furono sempre apprezzati ed apertamente lodati da molti importanti personaggi, tra i quali si ricorda Antonio Salandra, solito a passarvi la stagione estiva.
Fiancheggiato da giardini fioriti, aperto, incantevole, il Miglio d’oro non mancò di destare la piu favorevole impressione in tutti coloro che ebbero il piacere di percorrerlo.
Qui, nel silenzio della campagna vesuviana, in mezzo alle altre gemme dell’età tardo-barocca, sorse villa Durante, attribuita a Ferdinando Sanfelice. La costruzione aveva di fronte «un bellissimo giardino bizzarramente costruito in forma sferica, con ispalliere di agrumi, e in mezzo ad essi de’ mezzi busti di marmo, ricco di piante nobili ». L’area verde, che si trovava oltre la strada, al di là di un imponente portale in piperno, fu acquistata nel 1878 dal duca di Valminuta. Da ricordare, infine, che al pianterreno della villa (oggi proprietà Arcucci), dimorò, ai primi del secolo scorso, l’abate Maccarone, certosino, grande meccanico ed inventore di strani congegni.
Un capitolo a parte meriterebbe, poi, l’imponente villa Campolieto, che si trova oltre l’incrocio che la strada forma con la via Marconi (a monte) e Quattro Orologi (a valle).
Basti dire che le conferirono lustro Mario Gioffredo (al quale si deve l’impostazione del fabbricato intorno ad un grandioso atrio coperto) e, soprattutto, Luigi Vanvitelli (che rimaneggiò l’ampio portico circolare riconducendolo ad una forma ellittica, creò al piano superiore un magnifico vestibolo sormontato da una cupola e ornato da due nicchie ad abside, e collegò il pianterreno ed il piano nobile con uno scalone monumentale che ricorda quello di Caserta).

Gran folla di signori dunque, sul Miglio d’oro, in un’epoca tra le piti gloriose della sua storia. Così stavano le cose quando, nel marzo del 1893, la Favorita – tornata al demanio dopo la partenza di Ismail Pascià – fu acquistata da Emilia Cito e Baldassarre Caracciolo, principe di Santobuono.

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Fu come un soffio di vita nuova che percorse l’antico complesso, che aveva dovuto sopportare molti anni di decadenza e di grigiore.
La villa vantava un teatro, dove il principe (già proprietario del «Fiorentini» e del «Sannazaro» di Napoli) raccolse  una troupe di gentiluomini che aveva la sua prima attrice nella marchesa Sanfelice di Bagnoli e una deliziosa prima attrice giovane nella <<vaghissima» Rosa Miraglia e un agguerrito manipolo di attori nel barone Amato, nel duca Sergio, nel duca Gennaro Caputo e nei signori Solimene e Pozzetti.

 D’un colpo la Favorita divenne la meta obbligata dei villeggianti locali e di quelli dei paesi vicini. La prima manifestazione di una certa importanza vi si svolse il 30 settembre 1894, avvenimento salutato euforicamente dal cronista: «Dall’entusiasmo, dal continuo andirivieni delle carrozze trasportanti le belle dame elegantissime nelle chiare e vaporose toilettes) i gentiluomini correttissimi negli
smokings) chiaramente si comprendeva che un avvenimento straordinario attirava da ogni parte tutta l’élite dei villeggianti. E come un faro luminoso, come punto d’attrazione, s’innalzava da lontano il gran palazzo della Favorita, dove doveva aver luogo il grande evento mondano, il ballo cioè dato dalla benemerita Associazione di Carità Napoletana. Sin dalle otto il grandioso salone del primo
piano rigurgitava d’intervenuti, che liberamente circolavano per la sala e sullo splendido terrazzo, ove la banda musicale di Resina, gentilmente concessa dal sindaco A. Rossi, suonava musica dei nostri grandi maestri. Verso le nove il suono dei mandolini e chitarre annunziò che si principiava la tarantella, ed attorno alle coppie delle fresche e procaci contadine, dei bei giovani sorrentini si formò circolo, e quando le nacchere e i tamburelli ebbero finito di suonare scoppiarono fragorosi, insistenti applausi e si volle il bis. Poi dagli stessi furono cantate le ultime popolari canzoni napoletane. li ballo fu piti che mai animato, e le molte coppie liberamente turbinavano nella gran sala~ la direzione del ballo era affidata al marchese Ettore Pignone del Carretto [… ].

Il cotillon cominciò verso le due e tutte le dame ebbero molti e preziosi doni, e tutti i cavalieri portarono seco vari ricordi della bella serata».

Seguì poi, in ordine di tempo, una lunga serie di riunioni, recite e mostre d’arte che sarebbe impossibile enumerare.
Tra le tante, va ricordata la grande festa di beneficenza, per i poveri del paese, del 15 ottobre 1898: degno di menzione, in quell’occasione, fu uno splendido orologio a pendolo offerto dal principe di Napoli.
Non meno importanti erano le feste che si svolgevano nelle vicine ville Buonocore, Calcagno, Cuocolo (già Arena), i De Bisogno, De Martino, Isabella (che, nel 1892, aveva, ospitato nientemeno che Gabriele D’Annunzio), Lucia, Garnier, Filotico, Martinez, Migliorini, Savarese, Valminuta e Zeno.

Come in un crescendo rossiniano, il Miglio d’oro compare sempre piti frequentemente negli itinerari di viaggio che sono tra le notiziole piti interessanti dei «mosconi»”.
Tant’è che al 14-15 luglio del 1900 troviamo su «Il Mattino » una «donna Elisa Di Giacomo» diretta proprio a Resina. Che si trattasse della ninfa egeria del grande Salvatore è da escludere, giacché i due si conobbero – come ricorda Giovanni Artieri – solo nei 1905, ma tanto basti per dare un’idea dell’incredibile concorso di ospiti nella plaga vesuviana, dove «tutto è sorriso, tutto è fascino superbo
della natura, dall’alba argentata al tramonto infuocato, in un mare d’oro». Qui la villeggiatura era sempre «splendida, animatissima, meravigliosamente bella, superiormente deliziosa», crescendo e migliorando ogni anno la schiera compatta e aristocratica dei villeggianti, i quali si davano convegno nell’antico e rinomato stabilimento balneare dei signori Criscuolo e Liguori: e, in effetti, «la delizia del luogo [la Favorita], la limpidezza argentea delle acque, l’inappuntabilità del servizio» facevano di questo elegante stabilimento «il centro della piu amena riunione, il ritrovo prediletto della piu eletta società».

Se la vita estiva offriva le stesse attrattive che si potevano godere nelle vicine località di villeggiatura, c’era una masteggiamenti: illuminazione «fantastica» al corso Ercolano; gara per l’addobbo dei balconi con premi artistici; eco di Piedigrotta; corsa dei carri; «grandiosa» festa nel bosco della Favorita; concorso di bellezza per fanciulli, ecc.
alluvione piccolaIl 21 settembre 1911 una spaventosa alluvione isolò Resina dal resto del mondo. Il fango e i rottami, consolidati in una massa nera e durisima, invasero molte strade cittadine, giungendo fino al corso Ercolano. Una foto di quei giorni mostra un gruppo di persone sedute intorno ad un fanale che spunta a stento dall’ammasso di detriti accumulatisi particolarmente all’angolo di via Dogana, mentre piu in là si scorgono alcune autovetture (presumibilmente, dei soccorritori) ferme all’altezza di piazza Colonna.

Il 9 agosto 1914, una domenica, fu inaugurato alla Favorita la sede del Circolo Pro Miglio d’oro, sorto due anni prima con l’intento di secondare e promuovere tutte le iniziative volte a favorire gli interessi dei comuni vesuviani, vale a dire il miglioramento estetico, igienico ed economico delle nostre contrade. Il comitato di gentiluomini che componevano l’associazione (Pasquale e Umberto
Aprile, Alberigo Aschettino, Lorenzo Di Lorenzo, Francesco Matarazzo, Bartolomeo Mazza, Vincenzo Strigari, Giuseppe De Meis, Silvio Tosti di Valminuta ed altri) si proponeva, in particolare, di incoraggiare lo spazzamento e l’innaffiamento stradale, l’illuminazione, i servizi di comunicazione, lo sviluppo degli stabilimenti balneari, la creazione infine di un centro «di grande attrattiva e divertimento».

Per rendere piu concreto questo programma il circolo curò a sue spese l’alberamento di via Quattro Orologi, di via Belvedere (già via campestre, sistemata e alberata nel 1902, fu arricchita nel 1914 da trenta platani) e, parzialmente, del Miglio d’oro. In questo contesto unico, inimitabile, aveva ugualmente modo di distinguersi la maestosa \’illa Battista, che si ergeva proprio davanti alla Favorita.
Il suo nome era legato al farmacista Onorato Battista, che nell’Esposizione Italiana di Londra (settembre 1904) aveva meritato la medaglia d’oro per il suo Ischirogeno, prodotto rigeneratore delle forze a base di fosforo, ferro, chinino, coca e stricnina: successo confermato, poi, nell’Esposizione Internazionale di Torino del 1911.
Sui pregi della costruzione e i vantaggi di un soggiorno in uno dei suoi tanti appartamenti, che si fittavano a condizioni vantaggiose, vale la pena di riportare quanto stampato suI lato posteriore di una cartolina del 1915: «Resina – Villa Battista al Miglio d’oro – Vera espressione della casa moderna, massimo comfort: luce elettrica, gas, ascensore, ecc. Il Miglio d’oro è il soggiorno ideale, preferito dall’aristocrazia napoletana, comodo, fresco, salubre e gaio aria asciuttissima, vivificante, balsamica piu che in qualsiasi altro luogo; posizione incantevole, dove al profumo degli aranci ed agli effluvi delle rose si sposa il piu limpido ed azzurro cielo; splendida stazione balneare con spiaggia naturale bellissima».
I villeggianti trassero non pochi benefici dalla permanenza nella bella villa, e non mancarono di sottolinearlo nel e loro corrispondenze. Nel 1917, poi, l’edificio fu adibito a convalescenziario militare, analogamente a quanto disposto per la villa Dentale di San Giorgio a Cremano.
Anche dopo la guerra la Favorita continuò ad essere centro di un vasto programma di spettacoli e di ricevimenti che lasciarono il segno nelle cronache mondane. Un pubblico era sempre elegantissimo e pronto ad applaudire ora una nuova rappresentazione del Conte Verde ora una  rivista storico- satirica di Maxime. Attorno al principe di Santobuono, sempre impeccabile nelle vesti di protagonista, si facevano ugualmente applaudire vecchi e nuovi interpreti:
Maria Conforti, Anna Gurgo di Castelmenardo, Margherita e Teresa Serpone, Alessandro Piscicelli e l’immancabile duca Gennaro Caputo.

Molte furono anche le manifestazioni artistiche ospitate nel salone centrale del sontuoso complesso. Il 10 settembre 1920 si inaugurò la prima Esposizione Sociale di Pittura e Scultura, dove un uditorio intellettuale ascoltò religiosamente i distorsi dell’assessore Silvestro Carotenuto, del professore Zambrano e dello scultore Mossuti. Il 3 ottobre 1922 vi ebbe luogo un gran concerto vocale e strumentale del violoncellista Sergio Viterbini. Il 2 ottobre 1923 l’intera orchestra del San Carlo si esibì nel parco della villa, riscuotendo il piu grande successo.
Sempre nel 1923 tutto il basolato del corso Ercolano, unica eccezione nella provincia, fu completamente rifatto.
Con La danza delle libellule venne inaugurato, il 6 aprile 1924, l’elegante teatro Ercolano, con ingresso dalla traversa Municipio. Grazie all’impresa Gargiulo-Oliviero, vi recitarono le migliori compagnie della canzone sceneggiata.
dall’«Italianissima» a quella di Cafiero-Fumo. I successi si: “ripeterono uno dietro l’altro. Il 9 agosto 1925 vi fu un programma eccezionale con Pasquariello, Diego Giannini e Gilda Mignonette. Domenica, 16 agosto 1925: altro magnifico programma con Armando Gill.

armandogillIl 1925 fu anche l’anno dell’istituzione dell’Alto Commissario della Provincia di Napoli, al quale furono concessi speciali poteri amministrativi e piu larga disponibilità finanziaria. Ne beneficiò anche Resina, che, affrettatasi a presentare un memoriale con la messa in evidenza dei problemi cittadini, fu come pervasa da un vento di rinascita.

Il 18 maggio 1927 Vittorio Emanuele III diede il colpo di piccone inaugurale agli scavi di Ercolano, il cui nuovo ingresso dal corso Ercolano fu ultimato il 21 aprile 1930:
evento destinato ad incrementare notevolmente l’afflusso di turisti e visitatori dell’antica città.
Qualche anno dopo, e precisamente nel 1934, fu aperta una nuova arteria, via IV Novembre, che, partendo dall’esedra prospiciente gli scavi, portava alla stazione della ferrovia circumvesuviana e, conseguentemente, all’autostrada aperta nel 1928 per raccogliere tutto il movimento turistico del golfo di Napoli.

Gli anni Trenta modificarono abitudini e stili di vita. Il segno piu visibile dei tempi nuovi fu l’affermazione dell’automobile come mezzo di locomozione, come si vede chiaramente anche nelle immagini riprodotte sulle cartoline di quegli anni.
La vita mondana, peraltro, continuava ad essere molto gradevole, a Napoli come in provincia, dove le feste erano sempre illeggiadrite da aristocratiche presenze femminili, tutte radiose e sfavillanti nei loro lamés glacés, merletti
leggeri e tulle.
Nella magnifica villa Emma ai Quattro Orologi, ad esempio, il ragioniere Ravone ospitava ogni anno un’«eletta»
schiera di villeggianti, in omaggio alla veglia piedigrottesca.
Nella sua fastosa residenza sul Miglio d’oro il conte Francesco Matarazzo, che aveva fatto in Brasile la reputazione e la fortuna della sua famiglia, si ritemprava, invece, del suo lavoro. «Dalla bella figura prestante che ricordava un poco quella del duca d’Aosta, dalla conversazione calma pacata intelligente», era un vero piacere intrattenersi con le sue figliuole, «Olga, principessa Alliata; Mimì contessa Marcello; Claudia principessa Ruspoli», nonché con il primogenito Peppino, «semplice e débonnaire, dal tratto schietto e cordiale».

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A questa elegante società fece da cornice, il 30 luglio 1933, il parco della Favorita per la celebrazione di una festa campestre. I numeri del programma furono tutti interessantissimi:
fiera gastronomica, concerto di varietà (con l’esibizione del soprano Horst de Lutio e dei tenori Papaccio, Parise e Celentano), concerto bandistico, proiezione di un film sonoro, tarantella sorrentina e, piacevole primizia, ritmi di jazz che fecero ballare gli aristocratici intervenuti fin oltre la mezzanotte, «nell’incanto lunare della bella serata estiva».

Nel suggestivo parco della principesca dimora, che per molti anni fece la parte del leone nell’allestimento di spettacoli, fu celebrata nell’agosto del 1935, per gentile concessione del principe di Santobuono, una splendida kermesse a favore degli infermi. Vi parteciparono artisti di grido, tra cui Giuseppe Godono. Fu offerto anche uno spettacolo cinematografico, proiettato su uno schermo teso fra gli alberi. Attrazioni diverse allietarono i convenuti. Fu il ‘canto del cigno’ della Favorita. Nel 1936, infatti,  acquistata dal governo, la villa divenne collegio militare. Si chiudeva, così, l’ultimo capitolo della gloriosa storia della sontuosa residenza, e calava definitivamente il sipario su un’epoca di fasti e splendori che non avrebbe avuto piu seguito.
Uno sguardo retrospettivo a quegli anni lontani fa scoprire, se ancora ce ne fosse bisogno, un mondo diverso da quello di oggi, un mondo tutto teso a godersi gli ultimi scampoli di una stagione di euforia che la tempesta della seconda guerra mondiale stava per spazzare via.
I giornali continuavano ad ospitare le cronache degli avvenimenti mondani nelle residenze della zona, specie del Miglio d’oro.
Tutti gli intrattenimenti terminavano all’alba, e le notti erano di quelle in cui l’armonia del cielo stellato invitava a sognare. Spesso, dopo che si erano spente le luci di Napoli, continuavano a brillare quelle delle policrome granate che s’alzavano e s’aprivano ad ombrello verso oriente, segnali conclusivi di feste paesane.
Nel luglio del 1939 le pagine interne de «li Mattino» offrivano ampi resoconti sulla «sagra delle albicocche», nella cui produzione Resina vantava un incontrastato primato su tutti gli altri comuni della provincia. La manifestazione si svolse nell’ artistica esedra prospiciente l’ingresso degli scavi di Ercolano, e fu seguita da numerosissimo pubblico.
Contemporaneamente si riferiva dell’arrivo a Napoli, col transatlantico Rex, di Annabella e Tyrone Power, che effettuarono, poi, un’escursione al Vesuvio, dove i due artisti eseguirono una ripresa fotografica del vulcano in eruzione.
Ma il fuoco covava sotto la cenere. L’impiego di unità speciali per le «grandi esercitazioni dell’anno XVII», pubblicizzato sulle prime pagine dei quotidiani, non lasciava presagire infatti niente di buono. E fu il secondo conflitto mondiale, che travolse l’universo dorato di illusioni nel quale si era crogiolato tanta parte della società-bene.
I bombardamenti aerei del 1943 rovesciarono sull’intero corso Ercolano una pioggia di ordigni. Particolarmente pesante si rivelò l’incursione del 15 luglio all’ altezza del Municipio, ma non meno grave fu l’attacco (14 settembre) dei piloti nemici nella zona della Favorita. In frangenti così difficili le autorità fecero il possibile per lenire le sofferenze della popolazione, che si protrassero a lungo,
anche quando la guerra era diventata ormai solo un ricordo.

Una prima precaria sistemazione ai senzatetto fu trovata nelle baracche di legno e lamiera sorte in piazza Pugliano.
Altri trovarono rifugio nel palazzo Campolieto, che già aveva patito le conseguenze dell’occupazione militare. Ma i sinistrati erano ancora tanti, e si dovette adibire ad alloggio il complesso ospedaliero costruito nel periodo 1945-50 nella zona dei Quattro Orologi, lungo la strada che mena a Torre del Greco.

Nel 1956 tutto il corso Ercolano fu completamente ripavimentato.
Scomparso il tracciato della vecchia e gloriosa linea tranviaria, sostituiti i consunti e lucidi blocchi di pietra vesuviana, con cubetti di porfido, i tram elettrici andarono definitivamente in pensione, dopo mezzo secolo di onorato servizio.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Il primo Re d’Italia a Resina in visita agli scavi
aprile 28, 2014
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vittorioemanuelescavi

La serie sei sindaci ha inizio al tempo di Giuseppe Bonaparte (1806-08), quando fu abolita l’antica «Università» e istituito, al suo posto, il «Comune».
Non essendo stato tuttavia possibile ricostruire la successione dei primi cittadini di Resina da quell’epoca fino all’Unità, ci limiteremo a indicare alcuni di . quelli che si sono avvicendati alla guida delle amministrazioni locali, dal 1860  nostri giorni, aggiungendo tutte le notizie che siamo riusciti a raccogliere sugli stessi.

Il primo ad inaugurare la serie fu, il 6-9-1860, Alfonso Correale, esponente di una famiglia facoltosa, nota tra l’altro per possedere edifici (1) e suoli (2). ;fra i problemi che la sua amministrazione dovette affrontare fu, preliminarmente, quello di trovare una decorosa casa municipale, per sistemarvi gli uffici fino a quel momento ospitati in locali di fortuna (3).
.Eletto sindaco una seconda volta (5-6-1866), il Correale si trovò ad occupare l’importante carica in un periodo in cui il nuovo governo nazionale concesse al soprintendente Giuseppe Fiorelli l’autorizzazione a procedere ai nuovi scavi nell’area archeologica di Ercolano. Ecco la cronaca dell’inaugurazione solenne dei lavori, tolta dal Giornale degli Scavi :

«Lunedì 8 febbraio (1869 N.d.A.) – Sua Maestà il Re (Vittorio
Emanuele II), accompagnato da S.A.R. jl principe Umberto, dai
Ministri Menabrea, Cantelli, Riboty, de Filippo, dal Generale Cialdini
e dall’ Ammiraglio Provana in mezzo a numeroso concorso di popolo,
poco dopo le ore nove a.m., è giunto in Ercolano. Lo hanno quivi
ricevuto il Soprintendente generale degli scavi comm. Fiorelli, il
segretario del Museo e l’ispettore degli scavi. Sua Maestà, dopo aver
osservato col più vivo interesse gli avanzi sotterranei del gran Teatro,
si è recato ad inaugurare i novelli scavi che dal R. Governo s’intraprendono
sopra un suolo che l’Amministrazione ha recentemente
acquistato dal sacerdote Pasquale Scognamiglio, e che confina ad
occidente col vicolo di mare ed a mezzogiorno si riattacca agli scavi
precedentemente fatti in questa città.

Il Ministro della RealCasa senatore Gualtiero ha pronunziato un discorso ove tra l’altro ha dato partecipazione del R. Decreto segnato oggi stesso con la data di Ercolano da Sua Maestà Vittorio Emanuele II Re d’Italia.
“Considerando che a Noi spetta l’esempio di tutte le grandi iniziative nazionali e la tutela del decoro di quanto forma patrimonio secolare delle glorie d’Italia, abbiamo decretato e decretiamo:
Art. 1 – Sul nostro bilancio della lista civile sarà stabilita una
somma di lire trentamila da ripartirsi in più esercizi all’articolo belle
arti incoraggiamento degli scavi di Ercolano.
Art. 2 – È stabilito un posto gratuito a nostre spese nella scuola
archeologica di Pompei. Le norme di ammissione’ saranno concentrate
fra il Ministro della Real Casa e il Soprintendente generale degli scavi
Comm. Giuseppe Fiorelli, Senatore del Regno. Il Ministro della R.
Casa è incaricato dell’ esecuzione del presente decreto. Dato in
Ercolano il dì 8 febbraio 1869. Firmato Vittorio Emanuele”.
Tutti gli astanti plaudendo hanno salutato questa comunicazione
con ripetute grida di Viva il Re; e S.M. visibilmente commosso, rjngraziando,
ha espresso con gentili parole la sua compiacenza al Comm. Fiorelli augurando buona fortuna ai nuovi scavi. La M.S. si è
quindi restituito in Napoli verso le ore 11 a.m., e per quest’oggi gli
scavi non sono stati più oltre continuati».

Altri meriti della civica azienda furono: l’acquisto (deliberazione consiliare del 16-2-1870) di parte del Demanio (nella proprietà una volta dei Barnabiti) per alloccarvi gli uffici municipali; la sistemazione delle via Savastano e Panto; la ricostruzione della via Trentola e della via Mare: la deliberazione (5-8-1870) di un regolamento per le guide e i facchini del Vesuvio, il primo di una serie he prefetti e sindaci adotteranno negli anni a venire per tutelare i diritti e precisarne i doveri.

Testo tratto da PROFILI E FIGURE volume IV di Ciro PARISI

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Le strade che non ci sono piu’
aprile 27, 2014
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Percorrere le strade e le frazioni dell’odierna Ercolano, dal mare alla montagna, significa addentrarsi in un tessuto urbano in gran parte diverso da quello in cui vissero i nostri antenati. Alcuni luoghi sono irriconoscibili; altri mancano dei punti di  riferimento che ne costituivano gli aspetti peculiari; altri, infine, hanno cambiato perfino la denominazione.
Dove sono pizi il ribus de Risina, S. Andreum a Sesto, Terenziano, Nonnaria, Actone e Arinianum, di cui leggesi nei vari regesti del Capasso? Dove le chiese o cappelle fatte costruire da monaci basiliani nella parte alta dell’abitato, quando il primitivo villaggio muoveva i primi passi sulla strada dello sviluppo?

Dove il terreno che il 22 giugno 1137 il prete Giovanni Pericolo e suo fratello Sergio presero in enfiteusi da Giovanni, abate del monastero dei SS. Sergio e Bacco, “nel luogo detto Latramanica”?

Dove la cappella intitolata a S. Margherita, lungo il litorale tra Resina e Portici, che fino ai primi anni del 1600 fu particolamente cara ai nostri pescatori? Dove la contrada alle falde del monte, che dicevano di “Pezzella”, in cui un povero guardiano di vacche, sepolto da una pioggia di pietre, fu la prima vittima dell’eruzione del 1631 ?

Dove le statue dette “Colli Mozzi” e la fontana borbonica di piazza Fontana?

Dove i tanti corsi d’acqua che traevano origine dal Vesuvio e che, per secoli, fino a che non si ebbe l’acquedotto del Serino, servirono sufficentemente agli usi della nostra città?

Dove la torre con l’orologio e con una sottostante edicola dedicata in via Dogana alla Madonna di Pugliano?

Dove le edicole mariane di via Trentola, raffinati prodotti maiolicati dei nostri artigiani di un tempo?

Dove la lapide di marmo, posta nel 1845 all’inizio di via Pugliano, che ci ricordava essere quella la “Strada che conduce al Reale Osservatorio Astronomico“?

Dove le case coloniche dei secoli scorsi, complete di cellai, depositi in legno e scale esterne?

Dove quella parte alta del bosco reale che faceva angolo con la strada nuova di S. Vito, in cui i Borboni cacciavano selvaggina, prima ancora che si allusero fagiani?

Dove quei poderi – Pignataro, Pezza di caso, Iacomino, Ruggiero – che producevano nell’ottocento il famoso Lacrima Christi?

Dove la romantica funicolare del Vesuvio, che fino al 1953 fece vivere indimenticabili momenti di emozione e di esaltazione a viaggiatori di tutte le latitudini?
Il gioco delle domande potrebbe continuare all’infinito, ma tanto basti per dare unJi&ad elle trasfwzioni che ha dovuto subire il nostro tmitmio nel corso dei secoli. Certo, il succedersi degli avvenimenti, il crescere della popolazione, le mutate esigenze non potevano non modificare I’imnzugine di paesi e cittd, ivi compesoZ’ambiente vesuviano: m, decisamente, quel che di negativo è awenuto nella nostra zona, spece negli anni convulsi di questo secondo dopoguerra, ha toccato vertici demenziali. Vale dunque anche per noi lo sfogo di Ferdìnando Russo:

‘O munno vota sempe e vota ‘ntutto:
se scarta ‘o bello, e se ‘ncuraggia ‘o brutto.

Una cinica filosofia del consumo e del guadagno ha prodotto gli effetti devastanti che sono sotto gli occhi di tutti: cementazione del territorio, trasformazione di chiese e cappelle in supemarket o discoteche, sparizioni di vicoli o interi quartieri i cui nomi riflettevano le vicende municipali, il carattere del popolo, i suoi modi di vivere, i sivoi mestieri, la sua religione. E ma, con diabolica perseveranza, qualcuno vorrebbe continuare a demolire quel che resta della nostra storia.
Intendiamo riferirci in particolar modo a quella via Trentola che molto probabilmente è il centro stmico piu’  antico, articolato e ramificato della zona vesuviana. Forse gli scampati al disastro del 79 questi trovarono rifugio, anche per la vicinanza del luogo alla sepolta città di Ercolano, ma si tratta soltanto di una fantasia archeologica.
Di sicuro, invece, sappiamo che via Trentola fin da sempre fu l’unico tramite tra la parte alta e quella bassa di Resina, e che solo nel Settecento fu affiancata da via Pugliano. Un’arteria, quindi, di grande importanza stmica, ma anche di notevole rilevanza sociale eantropologica, e tale da farci spezzare una lancia a favore della sua salvaguardia e della sua valorizzazione, come meglio risulterà dalle vicende narrate nella presente monografia.

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Tratto dal Libro di Mario Carotenuto  “Via Trentola Immagini d’epoca e dettagli”  Ed. De Frede 1993

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Gabriele d’annunzio a Resina
aprile 27, 2014
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Nel 1892 Resina diede ospitalità per parecchi mesi ad un personaggio dal nome illustre: Gabriele D’Annunzio.
Laprolungata permanenza del poeta abruzzese nella nostra cittadina ci offre il destro per alcune considerazioni, che testimoniano il favore di cui Resina ha sempre goduto nel mondo degli artisti, dei letterati e degli uomini illustri.
Se l’antica Ercolano, infatti, era stata unanimamente in.Ila I I .I cxiine un luogo ideale per il soggiorno e la villeggiatura ‘, il Vesuvio era diventato una tappa obbligata per i viaggiatori che calavano dalle brume del Nord alle apriche conducevano sia nella  Campania, ugualmente Resina fu cantata e celebrata in ogni tempo per l’amenità del suo sito e la salubrità del suo clima : << Costruita sotto il cielo di cobalto purissimo sui resti dell’antica Ercolano, in dolce declivio sulle falde del suggestico ed irrascibile Vesuvio, fra il verde sconfinato della lussureggiante campagna e l’eterno sospiro dei fiori nelle notti stellate, accarezzata dai profumati effllivi alpestri e dalla brezza del mare screno e glauco che canta gli inni delle Sirene … ».
Occupando il punto più pittoresco del cratere partenopeo, in mezzo alle altre meraviglie che la circondavano, Resina consolidò via via la fama delle sue eccellenti virtù ambientali e paesaggistiche. A detta di Bernardino Rota (1509-1575), essa divenne celebre per i suoi lauri, come Portici per i mirtilli , Barra per le uve, S. Giorgio a Cremano per la sorba, Somma per i corbezzoli, Trocchia per i fichi, Pollena per le ciliege e Trocchia per le fragole:.

CINCTUS ARUNDINEA SEBETHUS CORNUA FRONDE
LUCIDULUS BLANDO MURMURE FUNDET AQUAS
HINC RESINA PARAT LAUROS, HINC PORTICA MIRTHOS,
BARRA UVAS, LARGO SORBA CREMANA SINU,
HINC FOETUS SUMMA ARBUTEOS, HINC TROCHIA FICUS
HINC POLLIS CERASOS, FRAGRAQUE FRACTA FERAT,
ADSIT PAMPINIA REDIMITUS VITE VESEVUS
CUI NOVA FUMANTI VERTICE FLAMMA MICAT

Una lapide murata nel 1613 fuori il Convento degli Agostiniani è oggi sistemata sulla porta d’ingresso della sagrestia di S. Maria della Consolazione, nell’atrio della chiesa, a sinistra di chi vi entra, definisce :

RHETINENSEM VILLAM CAELI SALUBRITATE
HORTORUM, FONTIUM, NEMORUM, ORAEQ. LITORALIS
AMOENITATE CONSPICUAM

Fu così che i feudatari e i nobili napoletani e spagnuoli, giustamente attirati dalla salubrità del clima e dalla bellezza dei giardini, delle sorgenti, dei boschi, delle spiagge e del litorale di Resina, cominciarono a costruirvi quelle sontuose residenze che nel settecento avrebbero costellato e reso famoso nel mondo il miglio d’oro.

Alla fine di quello stesso secolo che vide Resina assurgere al massimo splendore, a proposito del Bosco superiore quei mitici  luoghi che costeggiavano ad occidente la collina di Pugliano, legge in Celano-Palermo. Chiunque vede questi luoghi amenissimi non può far a meno di stimarli un paradiso  in terra, come da saggi piu’ forestieri vengono chiamati.

Vi si respira un’aria sanissima. Il territorio produce Ii.l~//as quisitissime, ottimi vini, e il mare dà ricca pesca di ~.t.c.c.llentsea pore. Gli abitanti ascendono a circa 9000, ed oltre l’agrricoltura, hanno l’industria ancora di nutricare i bachi ‘.  Vi si veggono grandiosi ed eleganti casini, tra i quali quelli ,li Itiario, di Casacalenna ‘, con de’ loro rispettivi giardini, in ville, formate con sopraffino gusto di disegno, adornate di vaghe fontane, peschiere, statue, ed altri ornamenti da rendere mirabili agli occhi degl’intendenti.

Questi elogi incondizionati, se da una parte venivano a confermare la bontà delle scelte operate nel Settecento dall’aristocrazia borbonica lungo la fascia costiera del miglio d’oro, non potevano non provocare nell’Ottocento l’interesse per Resina
dell’emergente borghesia. Così i possidenti, gli uomini di cultura, i medici, gli scienziati, i professionisti di-grido, punte avanzate della borghesia benestante, cominciarono a costruire le loro residenze estive in una zona compresa tra i dintorni del
santuario di Pugliano e le prime falde del Vesuvio. Sorsero così Villa Irene “, Villa Raja 12, Villa Falco, Villa Cassitto, Villa Cantani l3 e Villa Coppola: in esse gli scienziati, i poeti, i letterati, gli avvocati potevano trovare risposo alle loro membra e conforto per il loro spirito.

Preceduto da tanti illustri precursori, non c’è da farsi meraviglia che anche D’Annunzio approdasse in questo angolo di mondo benedetto da Dio e fornito dalla natura dei più singolari requisiti che mente umana possa immaginare.
Venuto a Napoli nel 1891 come collaboratore de Il Mattino, il giornale fondato da Scarfoglio e da Matilde Serao, il poeta abruzzese non mancò di stabilirsi qualche tempo dopo nella nostra Resina, dove avrebbe potuto trascorrere nella più perfetta quiete le sue vigiliae letterarie. Renata-foto

Ma la fama di cui già godeva allora nel mondo letterario fece sì che la sua presenza fosse continuamente richiesta nei salotti delle ville patrizie, che sorgevano numerose a Resina e nei paesi vicini.
Proprio a uno di questi incontri fa riferimento il marchese De Felice in un articolo su Bartolo Longo pubblicato sul Corriere d’Italia del 17 luglio 1926, da cui stralciamo appena qualche brano: << In una di quelle feste civili, mentre sedevamo  a mensa, giunse Gabriele D’Annunzio, che era stato invitato,  ma non aveva potuto desinare con noi. Era già illustre, comeché si tratti di più che trent’anni orsono; e tutti lo accogliemmo affettuosamente. Egli era a passar l’estate a Resina, amena cittadina vesuviana, nella villa D’Amelio, su quella via che si chiama dei Pini d’Arena; e li andai a raggiungerlo, fermandovi per tutto un giorno nel più alto e fraterno conversare .. ».

Perciò, neanche all’ombra del Vesuvio, la sua natura vulcanica gli permise di riposare. Resina fu, infatti, testimone del suo amore per la principessa Maria Gravina Cruylas di Ramacca, sposa dal conte Anguissola di S. Damiano, il quale non vide affatto di buon occhio il legame tra la moglie e il poeta abruzzese.

Nella nostra cittadina, dunque, D’Annunzio trascorse solo momenti densi di preoccupazioni dovuti alla gravidanza della Gravina, alla nascita di Renata (Cicciuzza familiarmente; Sirenetta poeticamente), alla malattia della piccola di cui parlò nel Notturno, al  processo di adulterio (intentato dal conte Anguissola e conclusosi in Corte d’Appello con la condanna dei due amanti a cinque mesi di carcere, non scontati per sopraggiunta amnistia), ai debiti, al sequestro dei suoi oggetti d’arte, infine, alla paresi nervosa alle braccia della Gravina nell’apprendere la  sua prossima partenza da Resina, partenza che ebbe luogo nel dicembre del 1893, allorché il poeta si procurò il denaro necessario.

Tutti i documenti ed episodi inediti sul soggiorno dell’abruzzese a Ottaviano e a Resina sono forniti da un prezioso epistolario tra il D’Annunzio ed il suo traduttore ed amico francese Hérèlle. Si tratta di un epistolario il cui contenuto fu riassunto in una serie di articoli pubblicati su Il Mattino da Gianni Infusino nel 1974.
Da quegli articoli ricaviamo la conferma che il soggiorno resinese di Gabriele D’Annunzio fu movimentato dalla causa per adulterio intentatagli contro dal conte Ariguissola, dalla vita di stenti, dagli isterismi di Maria Gravina, dai difficili rapporti con gli editori che sistematicamente gli rifiutavano acconti sul venduto. La corrispondenza tra D’Annunzio ed Hérèlle fu intensa negli anni del soggiorno napoletano. Le lettere del poeta sono datate << Corso Umberto n. 9 – Napoli >> o Villa Isabella »
oppure <( Palazzo dei Medici – Ottajano D, località, quest’ultima, nella quale D’Annunzio e la Gravina si rifugiarono il 4 per sfuggire alle persecuzioni di Anguissola. 

Queste lettere sono conservate ora nella sala manoscritti della biblioteca di Troyes in Francia, dove furono raccolte e pubblicate in un volume nel 1946 da Guy Tosi per le edizioni Denoel, mentre in Italia nessun editore ha ritenuto finora di adottare iniziative del genere.
Tra le suddette lettere, Infusino riporta su Il Mattino del 20 luglio 1974, pag. 3, quella con la quale il poeta abruzzese annunciò all’amico da Pescara la morte del padre. La lettera è del 19 giugno 1893.
Quando tornò a Resina, D’Anunzio fece di tutto per ritrovare la tranquillità e cominciò a lavorare alacremente per terminare il suo Trionfo.
La parentesi napoletana della sua vita volgeva però al termine. Nel dicembre del 1893 il poeta lasciò definitivamente Resina e Napoli e riparò a Pescara per riordinare la sua situazione , mentre la Gravina e la figlia si recarono a Roma dove presero alloggio in una casa di via Nazionale.

 

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

La processione del Cristo Risorto dal 1500 ad oggi.
aprile 19, 2014
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Le statue del Cristo Risorto e della Madonna del Rosario sono state, per la Città di Ercolano, sempre un elemento di importante culto religioso, tanto venerate ieri, quanto dimenticate oggi.

In un clima di perpetuo abbandono sociale, la voglia di recuperare la storia attraverso la meditazione religiosa, diventa per i “fratelli” dell’Arciconfraternita della SS. Trinità di Pugliano (Ercolano), uno dei punti cardini dell’impegno dei fedeli, diretti dal superiore responsabile del governo Luigi de Martinis, coadiuvato da Francesco De Biase, Francesco Iengo e Pasquale Sannino, membri dell’amministrazione dell’Arciconfraternita.

“La città di Ercolano ” precisa De Biase, è famosa non solo per la storia archeologica, rappresentata dal Vesuvio, gli scavi o le Ville Vesuviane, elementi di alto prestigio culturale, ma anche per il valore delle nostre chiese, quali la Basilica di S. Maria a Pugliano, oppure S. Caterina, o la Chiesa del Pilar, strutture monumentali che accolgono affreschi ed oggetti di importante valore storico, basti pensare che proprio l’Arciconfraternita è custode di alcuni elementi del 1500 che venivano usate in importanti processioni storiche. Ecco, con questo spirito, precisa Ciro Santoro, presidente dell’Associazione Ercolano Viva, bisogna riaccendere i riflettori in una città che è “morta” per colpa della mancanza di aggregazione, sviluppando un turismo che faccia bene direttamente alla città.

Infatti, inverosimilmente, la cittadina Vesuviana non trae alcun vantaggio economico diretto dai siti archeologici, dalle Ville o dal Vesuvio, che sono gestiti da società per lo più extraterritoriali, mentre sostiene i costi di gestione del turismo “tocca e fuggi”.
Il recupero di una processione storica si ricollega alla necessità di un territorio di riappropriarsi delle proprie tradizioni, per farle conoscere ai posteri, in quelle vesti che in tanti hanno dimenticato, quindi ha l’obiettivo di tramandare la memoria della città vesuviana non solo attraverso il racconto, ma anche con la rievocazione di un momento importante per i cittadini, cioè la Pasqua.

L’ intento è quello di riportare Ercolano all’attenzione dei media, non solo per i fatti di cronaca nera …

Nel 1600 attraverso alcuni atti del Card. Gesualdo, si dichiarava che “le festività pasquali facevano affluire a Pugliano e dal Napoletano numerosi fedeli, e che, il Sabato Santo, si portava in processione la statua di Cristo Risorto”, e dal 1952 si è tentato di recuperare questa storica cerimonia, … perchè non trasformare, oggi, un momento religioso in un importante occasione di rivalutazione-turistico sociale di questa città?

In un contesto storico di grande crisi economica, l’organizzazione entusiastica di un evento religioso, afferma Lino Vitiello, ex assessore Cultura ed Eventi della città vesuviana, restituisce ai cittadini una piccola speranza di rinascita, che se giustamente supportata da un’amministrazione più presente, nel tempo potrebbe condurre allo sviluppo di un filone di turismo religioso.

L’appuntamento, per ammirare e partecipare a questa splendida manifestazione, è per il 20 Aprile alle ore 18, nella splendida e storica cornice di Piazza Pugliano, dove, in presenza dell’Amministrazione comunale, verranno deposti fiori in omaggio all’effigie sacra, e da dove l’evento partirà in processione per le vie cittadine. Nel caso di avverse condizioni meteorologiche, la manifestazione verrà rinviata alla domenica successiva, nella speranza di condividere questo momento non solo di fede, ma anche di aggregazione cittadina.

Notizie scaricate da http://www.disagrainfesta.it/campania/2014/processione-cristo-risorto-dal-1500-ritorno-tradizione-ercolano-napoli/

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Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni

Alfonso Negro, campione nello sport e nella vita.
aprile 17, 2014
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Alfonso Negro: un nome che evoca mille episodi, mille immagini e altrettanti ricordi; una vita vissuta da protagonista nei campi dello sport, della professione medica e dell’ amministrazione della cosa pubblica; un curriculum che
ben pochi possono vantare.
Il nostro personaggio cominciò a farsi notare dalle folle del Sud nel 1934 allorché, diciannovenne centravanti del Catanzaro, risultò con 27 goals il “capocannoniere” del campionato calcistico di Serie B.
Le sue doti di fromboliere scelto non sfuggirono agli attenti osservatori della  massima divisione, tra i quali gli inviati della Fiorentina che – seguendo le direttive del loro Presidente, l’indimenticabile marchese Ridolfi – si affrettarono ad acquistarlo per la cifra, allora ritenuta folle, di 40 mila lire.

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A Firenze il giovane attaccante visse gli anni più belli della sua vita. Stimato dai compagni e rispettato dagli avversari, si fece  particolarmente apprezzare per il suo gioco vigoroso e incisivo. È di quel periodo, infatti, l’amicizia con i più celebrati campioni dell’epoca: da Meazza a Piola, da Ferraris ad Orsi, da Monzeglio ad Andreolo.
Il magic moment della sua carriera coincise con il trionfo della squadra azzurra alle Olimpiadi di Berlino. Chiamato dal commissario tecnico Vittorio Pozzo a far parte della rappresentativa nazionale, Negro segnò un memorabile goal nella partita di semifinale contro la Norvegia. Ricordiamo i protagonisti di quell’ esaltante impresa: Venturini, Foni, Rava, Baldo, Piccini Locatelli, Frossi, Marchini, Bertoni I, Biagi, Negro.
Il nostro olimpionico, al pari degli altri trionfatori di Berlino, ebbe accoglienze entusiastiche in Italia: tra l’altro, fu ricevuto dal capo del governo ed insignito di medaglia d’oro.
Nella stagione 1938 – 39 passò a Napoli, dove trovò un altro giocatore di purissima classe, quell’Italo Romagnoli col quale i dirigenti partenopei speravano di formare un’ irresistibile coppia di attacco. Ecco lo schieramento di quell’anno: Sentimenti II, Fenoglio, Castello, Prato, Piccini, Riccardi, Mian, Romagnoli, Negro, Rocco, Venditto.

Nel 1940, anno della laurea in medicina, fu costretto ad interrompere l’attività agonistica. In Europa infuriava la guerra e l’Italia, che fino a quel momento era rimasta fuori della mischia, fu a sua volta risucchiata nell’immane conflitto.
Inviato sul fronte greco-albanese col grado di tenente medico, prima nel 37° Battaglione mortai della Divisione Modena e poi negli ospedali da campo n.
209 di Gianina (Albania) e n. 316 di Atene, seppe farsi valere per le sue qualità professionali non disgiunte da una forte carica di simpatia.
Gli anni trascorsi in Grecia rivelarono le sue eccellenti capacità organizzative: invitato dal comando supremo delle truppe di occupazione ad allestire manifestazioni sportive per i soldati, organizzò un incontro di rappresentative tra l’Italia e la Germania (match conclusosi con la vittoria della prima per 4-0) e una piccola olimpiade nella culla stessa degli antichi giochi, Olimpia.
Dall’ ottobre 1943 esercitò la professione in piazza S. Maria degli Angeli, a Pizzofalcone, tra difficoltà di ogni genere. Ancora giovane, aveva appeso le classiche scarpette al chiodo, e gli anni dei trionfi sportivi sembravano, ahimé, così lontani.
Ma c’era chi si ricordava ancora di lui. II caso volle che due laureandi in medicina di Resina, Domenico Cataldo e Gaetano Russo (futuro consigliere provinciale), avendolo incontrato nel Policlinico di Napoli, gli proposero l’incarico di allenatore-giocatore dell’Ercolanese, promettendogli in cambio molte visite mediche nei propri ambulatori.
Il Negro accettò. Lo studio che aveva allestito in piazza S. Maria degli Angeli non rendeva nulla per il semplice fatto che a Napoli, nei primi mesi del 1944, non c’era quasi nessun civile, essendo ancora tutti rifugiati nelle campagne o sui monti, con l’eco delle cannonate che tedeschi ed Alleati si scambiavano da Montelungo a Cassino.
La sede dell’Ercolanese si trovava di fronte alla Casa Comunale: le stanze con un’ unica porta sgangherata, qualche sedia, una scrivania traballante. Presidente della società era il produttore di scarpe Andrea Amalfitano, coadiuvato da Aniello Calcagno e Gioacchino Fabbrocino, quest’ultimo svolgente le funzioni di direttore tecnico.
Con Alfonso Negro la nostra squadra vinse tutto quello che c’era da vincere in Campania. Tra i tanti successi resta indimenticabile, soprattutto, la conquista del primo titolo di campione regionale di Prima Divisione, sul campo neutro di Pomigliano, contro l’Avellino. Si era mossa tutta la città con in testa il sindaco Formicola, il Consiglio Comunale al completo, la nobildonna Scaramellini persino don Giuseppe Matrone, futuro parroco di S. Maria a Pugliano.

Mancavano due (diconsi due) secondi alla fine della partita, che era ferma sul risultato di parità, quando il dottore Negro, poco più che trentenne, infilò rete avversaria con un fortissimo tiro da trenta metri.
La sera a Resina fu festa grande. Quando l’allenatore-giocatore della squadra vittoriosa, in piedi su un vecchio Dodge residuato di guerra, apparve parte della reggia di Portici, venne strappato a vi va forza da quello scomodo mezzo di trasporto e portato in trionfo fino alla sede sportiva, dove giunse praticamente in mutande, essendogli stati strappati gli altri indumenti dalla folla in delirio.
Dalla stagione 1945-46 l’Ercolanese vinse per ben tre volte sia il proprio girone sia il corrispettivo titolo di campione regionale, l’ultimo dei quali fu aspramente conteso al Benevento, ancora sul campo neutro di Pomigliano.
I meno giovani ricordano con gratitudine l’opera di Negro e i nomi dei giocatori che fecero grande la rappresentativa cittadina, particolarmente di quelli in forza alla squadra nel 1951-52: Guardavaccaro (un portiere dal calcio di rimessa poderoso, tanto che divenne proverbiale l’incitamento: “Michè, va’ p”a porta! “), Leopardi, Volpini, Diani (biondo ed aitante mediano, dal gioco elegante
e dalla rimessa laterale lunghissima), Barbieri (stopper fortissimo nel gioco aereo, capace di saltare sempre una spanna in più dell’attaccante che gli toccava marcare), Angrisani, Vitale, De Maria, Romagnoli (10 stesso giocatore che con Negro aveva fatto coppia nell’attacco del Napoli, celebre per le sue spettacolari “sforbiciate”), Criscuolo (cursore come pochi, autentico motorino)
e Liguori (un’ala sinistra di cui si è perso lo stampo, guizzante, velocissimo, imprendibile, vera lama puntata nel cuore delle difese avversarie).
Questo entusiasmo genuino, che era anche un modo di canalizzare le frustrazioni dovute alla guerra e alle sue funeste conseguenze, si inseriva d’altra parte nel generale clima di euforia per le vicende del massimo campionato di calcio, che vedeva primeggiare squadre ricche di attaccanti famosi, soprattutto stranieri, il cui costo non era neanche lontanamente paragonabile a quello dei nostri giorni, sia pure considerando la svalutazione della moneta.
La messe di realizzazioni domenicali era così abbondante che qualcuno arrivò a suggerire l’immagine di un “romanzo-western”, in cui gli estremi difensori finivano settimanalmente impallinati da una grandinata di palloni, tutti imparabili. Se a narrare questi eventi ci si metteva infatti un giornalista  scrittore come Bruno Roghi, o un radiocronista estroso come Nicolò Carosio, allora ti sentivi proiettato di colpo al settimo cielo. Era una girandola scoppiettante di “invenzioni” e di “trovate”, una più pirotecnica dell’ altra, quella che scaturiva dai loro cappelli a cilindro di maghi della penna e della parola, per cui l’interi sta Wilkes veni va descritto come “attaccante che dribbla la sua ombra nello spazio di uno zecchino”; e Praest, ala sinistra della Juventus, era paragonato ad un classico “che pensa da tecnico e realizza da artista”; per non parlare di Gren, Nordhal e Liedholm, definiti “un trio jazzistico nella musica del goal”.
Il 1952 segnò una svolta importante nella vita di Alfonso Negro. Su invito del sindaco Ciro Buonaiuto, presentò la sua candidatura al Consiglio Comunale di Resina, risultando eletto con moltissimi suffragi nel partito democratico cristiano.

Già calciatore di fama nazionale, medico di provate capacità, amministratore oculato e disinteressato, l’ex olimpionico di Berlino era anche un uomo entusiasta, ricco di aspirazioni e di interessi culturali. Qui lo vediamo, sua qualità di rappresentante del Comune, alla Festa dell’albero, tenutasi nel parco di una delle tante ville zona turistica della nostra città.
Amministratore oculato e disinteressato, ricoprì più volte – fino al 1975 carica di assessore anziano, legando il proprio nome alle più importanti conquiste della città.
Grazie al suo entusiasmo, Resina ottenne il nuovo stadio, il consulto familiare e il sospirato cambio di denominazione in Ercolano (per il quella sua qualità di assessore allo sport e turismo, lesse la relazione introduttiva nella storica tornata del 21 ottobre 1967).
Ma, quel che più conta, diede un contributo pressoché decisivo alla Valorizzazione del nostro patrimonio artistico-culturale, favorendo la costituzione dell’Ente Ville Vesuviane del Settecento, di cui fu vice-presidente dal 1971se oggi la vanvitelliana villa Campolieto può offrire al mondo la visione di capolavoro finalmente restaurato di ciò si deve ringraziare non poco Alfonso Negro, che seppe operare in un ambiente non sempre sensibile ai valori della cultura, oltre che superare ostacoli di varia natura.

Il presente articolo è tratto dalla pubblicazione PROFILI ERCOLANESI di Ciro Parisi, concesso dalla Biblioteca Comunale “G. Buonajuto” di Ercolano.

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

La terribile alluvione del 21.09.1911
aprile 13, 2014
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I danni del maltempo. – Durante l’altra notte a Varese, si scatenò un violento temporale che allagó in. diversi punti, la città. Gravissimi danni si constatarono neiadintornia specie in Valle Olona, a Robarello, in Val. Ganna ove la Varese-Luino à interrotta in vari punti.
Le officine elettriche di Sant’Ambrogio rimasero allagate, ma senza conseguenze. Maggiori furono i danni alla stazione di Valle Olona, dove l’acqua uscita dal letto dell’Olona sorpassò il livello del ponte e inváse i prati, raggiungendo il livello di un metro e mezzo, determinando il crollo di terrazze ed altri incidenti.
. Il paese di Porto Seresto venne completame,ate allagato, Fra Sondrio e Morbegno la ferrovia venne interrotta per una ventina di metri. Fortunatamente non si devono deplorare vittime umane, In seguito a nuove pioggie altri danni si sono verificati a Porlezza.
Il torrente Rezzo si è riversato sulla .strada provinciale e si è scaricato nel lago abbattendo il muro frontale della strada provinciale.
Si teme l’ostruzione del ponte. La truppa lavora a riparare la strada.
La stazione di Porlezza è allagata. Il servizio dei treni ò mantenuto fino al cancello estremo della stazione.
Il maltempo ha pure infuriato nella stessa notte a Napoli e dintorni.
Dalle notizie pervenute fino ad iersera si apprendo che i danni prodotti a San Giovanni a Teduccio, a Portici e soprattutto a Resina sono gravissimi. alluvione piccola
La viabilità à completamente interrotta da valanghe di fango, che raggiungono quasi l’altezza dei fanali.
Varie case sono crollate, altre sono pericolanti.
Moltissimi pianterreni sono interrati; le masserizie sono andate completamente distrutte. Le condotture dell’acqua, del gas e della luce sono rotte in diVersi punti.
Sono stati presi i più urgenti provvedimenti.
A Torre del Greco sono maggiormente danneggiate le vie XX Settembre e Nazionale e Vico Fiorillo, dove sono crollate due case, senza vittime.
In via Umberto è sprofondato il cortile del palazzo Scognamillo.
È perita una bambina di 5 anni.
Sono state costituite diverse squadre di soccorso.
In seguito all’alluvione, si è verificato un avvallamento sulla strada terrata a qualche chilometro dalla stazione di Torre del Greco, per cui il passaggio dei treni è interrotto.
Si sono soppressi guindi i treni in partenza per Castellammare di Stabia e Gragnano.
Ulteriori notizie apprendono che a Resina sono stati trovati quattro cadaveri, ma si teme che altre vittime siano sotto le macerie di
alcune case crollate.
A Torre del Greco si deplorano due vittime e due scomparsi sulla strada di Bella Vista, che è ridotta in modo irriconoscibile. E crollata dalle fondamenta la villa Fucile, edificata in parte su un vecchio pozzo. Gli abitanti per fortuna hanno potuto mettersi in salvo mentre la villa crollava con grande fragore.
Il  prefetto, comm. Ferri, parti subito per i luoghi del disastro, si reco a presenziare i lavori di salvataggio e a distribuire i primi sussidi ai colpiti dalla alluvione.
Al Capo di Posillipo si è avuto uno sprofondamento stradale per una estensione di 500 metri.
Sono stati constatati gravi danni anche a Boscoreale ed a San Giovanni a Teduccio, ove le strade sono completamente ingombre ed è interrotto il servizio tramviario.

 A seguito di quel terribile evento atmosferico che causò all’epoca nella zona del vesuviano danni per 5 miliardi di lire, una cifra sbalortiva per quei tempi, Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III, che intervenne sul posto pochi giorni dopo, assegnò a questi eroi l’onoreficenza al valor civile :

Migliardi Antonio, maresciallo dei RR. carabinieri – Guarino Raffaele, vice brigadiere id., 11 21 settembre 1911, in Resina, (Napoli), in occasione di iin violento nubifragio, davanó prova di grande coraggio e salvando  col concordo di altri animosi, e con evidente loro pericolo – numerose, persone, minacciate nelle loro abitazioni, invase dalla corrente d’acqua e di fango.

Romanó Mario, studente il 21 settembre 1911, in Resina (Napoli), in occasione di un violento nubifragio, prestavasi coraggiosamente per venire in aiuto a persone in pericolo, rimanendo vittima del suo generoso ardimento, perchè travolto  dalla impetuosa corrente di acqúa e di fango.

Di Fraía Franceseo, carabiniere – Lauri Parise, id. – Iavarone Biagio, id. aggiunto – Bulfone Giovanni, id. id. – Iardino Giusseppe, guardia municipale – D’Antonio Ciro, id. – Incoronato asquale, id. — Imperato Carmine ,- Pastore Natale  appuntato – Gallo Antonio, carabiniere, il 21 settembre 1911, in Resina (Napòli), in occasione di un violento nubifragio prestavano opera coraggiosa con evidente loro pericolo, nel salvamento di persone minacciate nelle loro abitazioni dalla corrente di acqua e di fango.

 

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Resina ed il mito della Sirena per i Resinesi
ercole_sirena

La Sirena bifida è stata sullo stemma ufficiale del Comune di Resina, fino al 30 marzo del 1969, anno in cui Resina assunse la nuova denominazione di Ercolano.

A proposito della Sirena che costituiva l’elemento più decorativo della fontana borbonica, occorre ricordare che quella figura è un elemento ricorrente della iconografia di Resina e di molte contrade della fascia costiera napoletana.

sirena1Infatti, proprio all’ingresso del favoloso golfo di Napoli, tra Capri e Sorrento, gli antichi collocarono la dimora di quei mitici personaggi femminili. Licofrone, poeta del I11 sec. a.C., ed altri ancora affermano che le tre sirene Partenope, Leucosia e Ligea (figlie del fiume Acheloo e della musa Melpomene) entrarono nel mito, seducendo con il loro canto gli sfortunati navigatori che si avventuravano nei pressi della loro dimora marina.
La leggenda narra che, non avendo Ulisse ceduto alle loro lusinghe, le tre Sirene si precipitarono in fondo al mare; ma solo Leucosia e Ligea perirono, in quanto la più fortunata Partenope fu rigettata dalle onde sui nostri lidi.

I napoletani la raccolsero, le composero un sepolcro e le intitolarono la città, e da allora Napoli si chiamò Partenope o terra delle Sirene.
Questo rapporto privilegiato tra le Sirene e le località che si specchiano nelle azzurre acque del golfo di Napoli è stato cantato in ogni tempo da artisti, poeti e letterati ed è presente in modo particolare nelle pagine di Giovanni Pontano.
Nelle ecloghe dell’umanista napoletano tale legame si trasforma in una sorta di simbiosi poetica e le contrade napoletane finiscono addirittura per identificarsi nell’immagine stessa di quelle affascinanti creature.

La prima di queste ecloghe descrive le nozze del dio fluviale Sebeto con la ninfa Partenope, ai quali fanno festa e recano doni processionalmente sette cortei di divinità agresti e fluviali della regione napoletana. In un boschetto del suburbio, Hacrone e Lepidina, giovani sposi contadini che attendono la nascita del loro primo figlio, si riposano perché stanchi del lungo cammino e del peso dei doni che portano alla ninfa.

In quell’oasi di pace attendono che giunga e sfili davanti a loro la successione dei sette cortei. Ed ecco, giunge la prima schiera: maschi e femmine che vengono dalla campagna e che con canto alterno esaltano il dio e la ninfa e celebrano le delizie dell’amore.
Viene poi dal mare il secondo corteo: le Neueidi. Lepidina e Macrone commentano alternamente la sfilata.

La prima nereide è Posillipo, cerula e incoronata di edera; segue Mergellina, che procede blandamente con candidi piedi ignudi, e poi Sarnite, la cacciatrice; e Resina dal candidissimo seno, ed Heracle ‘ricca di coralli e di miele’, e Capri, che da un lato ha Equana e dall’altro Amalfi, famosa domatrice di ostriche e di ricci marini.
Come si vede, Resina è qui fantasticamente trasfigurata in un mitico personaggio muliebre dimorante nelle acque del golfo partenopeo, ed è questo forse il motivo per il quale qualcuno ha voluto ricavare l’origine del nome di Resina dalla parola Sirena, di cui costituisce I’anagramma oppure la metatesi.
Ma, come si è già detto, la figura della Sirena è un elemento ricorrente della iconografia di Resina, anche indipendentemente dalle suggestioni poetiche o dai giuochi di parole, ed è più volte effigiata nei monumenti, nei dipinti e negli stemmi della nostra città.
Abbiamo già parlato nel precedente capitolo della sirena di marmo che ornava la fontana borbonica; accenneremo qui ai luoghi in cui appare ancora la figura della sirena.
Nella cappella dello Spirito Santo della chiesa di Pugliano c’è la già citata pala d’altare dedicata a S. Veneranda.

In quel dipinto la Santa stringe nella mano sinistra uno stemma, in cui è raffigurata una sirena, il simbolo stesso del Comune di Resina.
La figura di una sirena è scolpita su una Campana del campanile di Pugliano.
Due sirene sono scolpite nel marmo dell’altare dedicato alla Natività (ora cappella di S. Anna), nella chiesa di Pugliano.
L’altare fu fatto costruire dal Comune di Resina come ex-voto.
Infine, una sirena figurava sullo stemma ufficiale del Comune di Resina fino al 30 marzo del 1969, anno in cui Resina assunse la nuova denominazione di Ercolano.

Lo stemma in marmo della sirena è ancora visibile sul frontespizio della casa comunale.

Da ricordare che il nuovo simbolo del Comune di Ercolano è la figura dell’Ercole Farnese.

dal libro di Mario Carotenuto “Ercolano attraverso i secoli”

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Ercolanesi da ricordare : Adriano Tilgher
aprile 8, 2014
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L’istituto superiore presente ad Ercolano, è intitolato ad un cittadino ercolanese illustre, Adriano Tilgher, ma  ben poco si conosce della sua storia e attività professionale.

Grazie la lettura del libro di Mario Carotenuto “Ercolano attraverso i secoli”, si è potuto conosce qualcosa in più di questo nostro concittadino.

Adriano Tilgher, il più acuto e geniale studioso del teatro di Pirandello e uno dei più grandi critici letterari d’Italia nel periodo compreso tra le due guerre mondiali, nacque a Resina nel 1887.
Fin dagli anni del ginnasio, egli mostrò una spiccata tendenza per gli studi filosoiici. Appena quindicenne, infatti, egli recensì il discusso volume di Cesare Lombroso Genio e follia in un saggio che lo stesso Lombroso ebbe a lodare. Ma l’interesse
del giovane Tilgher era rivolto anche verso la lettura delle più famose opere letterarie straniere, che egli leggeva nella stesura originale.
Laureatosi in giurisprudenza, entrò subito dopo nella carriera delle biblioteche. Andò prima a Torino e poi a Roma, che fu la sua dimora definitiva. Qui attirò ben presto l’attenzione degli studiosi di filosofia con i suoi primi scritti, che nel 1911 furono raccolti nel volume Arte, conoscenza e realtà.
Collaborava già a varie riviste filosofiche, tra cui Italia nostra di Cesare De Lollis, ma cominciò ad essere più largamente conosciuto quando iu invitato dal senatore Frassati a diventare collaboratore de La Stampa: sul giornale torinese egli pubblicò elzeviri e saggi di indole sociale, << nei quali egli riversò il suo pessimismo apocalittico sul domani della nostra società e del mondo ». I1 suo nome divenne, infine, popolare, citando Giovanni Amendola gli offrì la critica drammatica nel suo quotidiano Il Mondo.
In seguito, la sua collaborazione in riviste e giornali, tra cui Il Tempo, fu molto larga. Il suo temperamento versatilissimo e lo sfolgorante ingegno gli permettevano di imposessarsi delle materie più diverse, che egli sistemava mirabilmente dentro schemi filosofici.
Su questo terreno, artistico e concettuale, avvenne l’incontro col teatro di Pirandello, di cui Tilgher diede un’interpretazione molto personale, legata alle teorie del relativismo, che egli fu il primo ad approfondire e a diffondere in Italia nei seguenti saggi: Relativisti contemporanei, Filosofia delle morali e Casualismo critico.
Il dramma di Pirandello consisteva, secondo Tilgher, nel << vedersi vivere », cioè nell’uscire da se stessi per guardarsi dal di fuori con gli occhi degli altri e considerare il contrasto che esiste tra la nostra realtà e la nostra maschera. I personaggi
del teatro di Pirandello sono « maschere nude », prive cioè di una vera realtà che persista al di fuori delle apparenze, e dimostrano che la vera realtà dello spirito, ammesso che ci sia, non si conosce mai. Il dramma dei personaggi rappresenta,
dunque, la crisi della fede tradizionale in un mondo dominato da interessi e da istinti che provocano la totale incomprensione tra gli esseri umani.
Nonostante il dissidio latente che la gelosia dei giovani commediografi cercava di alimentare tra il grande siciliano e il suo maggiore critico ed esegeta, lo stesso Pirandello riconobbe a Tilgher il merito di avere spiegato al pubblico << I’essenza
e il carattere >> del suo teatro. Infatti, rispondendo a una lettera di Tilgher, il famoso scrittore siciliano così si esprimeva:
<< Roma 20.6.1923. Mio caro Tilgher, potete immaginare come e quanto io sia lieto della traduzione in francese dello studio mirabile che nel vostro libro avete dedicato a me e all’opera mia. Non avrei nessunissima difficoltà di dichiarare
pubblicamente tutta la riconoscenza che vi debbo per il bene inestimabile e indimenticabile che mi avete fatto: quello di chiarire, in una maniera che si può dire perfetta, davanti al pubblico e alla critica che mi osteggiano in tutti i modi, non
solo l’essenza ed il carattere del mio teatro, ma tutto quanto il travaglio, che non ha fine, del mio spirito ».
L’epistolario tra Pirandello e Tilgher rappresenta un capitolo a parte nella storia della nostra letteratura e indica il grado di profonda stima che legava i due scrittori ad onta dei pettegolezzi degli altri che cercavano di dividerli.
Altre due lettere del 1924 e del 1925 parlavano del nuovo teatro che Pirandello avrebbe diretto ed invitavano Tilgher  a sostenere questa impresa:
<< 6 aprile 1925 … Ho bisogno dell’aiuto di tutti gli amici dell’arte, per sostenere questa mia bella e disinteressata impresa. Bisogna scuotere
l’apatia e l’indifferenza di questo pubblico romano, dandogli un po’ di controveleno per immunizzarlo dallo scetticismo, dalle facili ironie con cui lo smontano i troppi che ci danno guerra … ».
Ma, oltre che per l’opera di Pirandello, Tilgher ebbe interessi di varia letteratura.
La sua doviziosa e pregevole produzione trattò, infatti, i più svariati argomenti con una competenza rara ed uno stile personalissimo.
Ecco solo alcuni dei suoi saggi più noti: Teoria del pragmatismo trascendentale.Dottrina della conoscenza e della volontà (1915); Filosofi antichi (1921);
La crisi mondiale e saggi critici di marxismo socialismo (1921); Voci del tempo. Profili di letterati e filosofi contemporanei(1921);
Studi sul teatro contemporaneo (1923); Ricognizioni. Profili di scrittori e movimenti spirituali contemporanei italiani (1924);
La scena e la vita. Nuovi studi sul teatro contemporaneo(1925); La visione greca della vita (1926); Storia e antistoria (1928);
Saggi di etica e di filosofia del diritto (1928); Homo faber. Storia del concetto di lavoro nella civiltà occidentale e analisi filosofica di concetti affini (1929);
La poesia dialettale napoletana 1880-1930 (1930);  Julien Benda e il problema del « Tradimento dei chierici » (1930);
Teoria generale dell’attività artistica. Studi critici sull’estetica contemporanea (1931); Studi di poetica (1934); Studi sull’estetica di De Sanctis (1935);
Antologia dei filosofi italiani del dopoguerra (1937); Filosofia delle morali. Studio sulle forze, le forme, gli stili della vita
morale (1937); La filosofia di Leopardi (1940).
Era una produzione che si sarebbe certamente vieppiù arricchita se non fosse giunta precocemente la morte a sottrarlo
all’ammirazione degli amici e alle cure amorose della moglie Livia, che gli fu sempre vicina in tutti i frangenti della
vita.
Ammalatosi di fegato, quando aveva appena toccato la cinquantina, Tilgher morì la mattina del 2 novembre del 1941.
Ma il suo ricordo è ancora vivo nella memoria e nel cuore di quanti ebbero modo di apprezzarne le elevate doti di ingegno.
In particolare, è da citare Liliana Scalero, che recensì con lunghi articoli i volumi filosofici di Tilgher, della maggior parte dei quali curò la ristampa, corredando ciascuno di essi di un’ampia e dotta prefazione. Quanto alle cronache teatrali del Nostro,
esse furono raccolte in un volume da Sandro D’Amico per le Collane del Teatro Stabile di Genova.
Infine, per i tipi delle << Edizioni del Delfino >>, Livia Tilgher ha pubblicato nel 1978 un opuscolo, Adriano Tilgher: com’era, in cui la moglie del nostro critico rievoca i momenti più significativi della vita di Adriano.

 

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Ciro Buonajuto il sindaco della rinascita
aprile 2, 2014
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Resina, 23 novembre 1957Resina, 23 novembre 1957

Ciro Buonajuto nasce a Resina il 27 gennaio 1906, frequenta nella Napoli degli anni Venti il liceo classico “Garibaldi”, noto allora per severità degli studi, che raccoglieva i giovani della Provincia di Napoli più inclini e capaci nelle materie umanistiche, molti dei quali segneranno la storia civile della prima Repubblica: tra i tanti, Giovanni Leone, che di Ciro Buonajuto fu amico e collega. Conseguita nel 1929, col massimo dei voti e la lode, la laurea in giurisprudenza presso l’Università’ di Napoli, fu nello studio dello zio materno che ha i primi contatti con la pratica legale, apprendendo i rudimenti di quell’arte oratoria che, misurata e trascinante allo stesso tempo, gli fa’ presto guadagnare la generale simpatia degli ascoltatori e lo accompagnerà per tutta la sua intensa vita professionale. Nel 1930 vince il concorso per l’accesso alle avvocature ed inaugura il suo primo studio legale in Resina, al Corso Ercolano, poi, anche a Napoli, alla Via dei Mille n.47, facendosi presto apprezzare per il rigore della condotta e la qualità di giurista.

Richiamato alle armi nel 1941 e congedato con i gradi di maggiore e la croce al merito di guerra, Ciro Buonajuto continua, nel dopoguerra, la sua professione di avvocato, che gli conferì una notorietà nazionale. coniugandola a quella dell’uomo politico. Egli, infatti, è coinvolto nell’appassionato dibattito sull’assetto istituzionale della Repubblica voluta dai Costituenti e sulla sua collocazione internazionale nella difficile stagione della “guerra fredda”. Il suo impegno sociale e professionale lo ha portato a diventare uno dei padri della democrazia nei Comuni vesuviani. Egli, ha contribuito da protagonista alla ricostruzione morale e civile della Nazione ed alla sua grande ripresa economica. Tra le alte cariche ricoperte, sul territorio, si ricorda quella di commissario per gli alloggi e, poi, segretario della Democrazia Cristiana, Sindaco di Ercolano.

Durante il suo impegno politico la città di Resina cambio la propria denominazione in Ercolano, perchè come lui scrive “non per un nostalgico mutamento di nome, ma perche’ Resina aveva esaurito il suo ruolo di reggente e depositaria di antiche glorie, ed era giusto e legittimo che restituisse ad Ercolano quello che era stato sempre di Ercolano, il diritto al nome e al certificato di nascita”. L’Avv. Ciro Buonajuto, grazie alle sue qualità professionali, ha patrocinato in tutta Italia, affascinando i Giudicanti ed il colleghi per la sua onestà, l’umiltà e austerità dei costumi. Oratore forbito e coltissimo, che, pur affidandosi all’eloquenza non intendeva correre i rischi della cattiva retorica, Egli riteneva che la professione di avvocato deve essere finalizzata esclusivamente alla crescita sociale attraverso la legalità e soprattutto la giustizia. Ciro Buonajuto si spegne all’improvviso nel suo studio di Ercolano, l’8 gennaio 1986, tra le sue carte ed i suoi fascicoli, nel mentre adempiva i propri doveri di avvocato: lasciando ai figli Renato ed Antonio il testimone di una vita professionale e civile intensa e corretta. Della sua attività di professionista di altri tempi, circondato da stima e rispetto generali, rimane una deliberazione del Consiglio dell’Ordine degli avvocati e dei procuratori di Napoli che, in data 20 dicembre 1983, offrì all’Avvocato Ciro Buonajuto una medaglia d’ oro, in ricordo della sua lunga carriera professionale nella quale si distinse per competenza, probità e attaccamento alla toga. Il ricordo di Ciro Buonajuto è ancora vivo tra quanti lo conobbero e ne compresero la saggezza dei comportamenti e il progetto politico.

 

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Scuola elementare “F. GIAMPAGLIA”: con TRINITY conosci l’inglese
aprile 1, 2014
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La professoressa Giovanna Tavani con il professor Michael Cross del Trinity College di LondraLa professoressa Giovanna Tavani con il professor Michael Cross del Trinity College di Londra

Ercolano, lunedì 31 marzo 2014

Oggi mi sono recato presso la Scuola elementare “F. Giampaglia” di Via Semmola. Avevo appuntamento con la dottoressa Elisabetta Pugliese di Poste Italiane che iniziava un corso sul collezionismo filatelico, argomento del quale parlerò in un prossimo articolo.

Dopo averla incontrata e salutata nella classe che le era stata assegnata sono stato ricevuto dalla Dirigente Scolastica Professoressa Giovanna TAVANI. Con lei ho avuto un proficuo scambio di opinioni sul ruolo, la difficoltà e la realtà di una scuola moderna che vive quotidianamente a contatto e deve commisurarsi con strati sociali diversificati ed, a volte, agli antipodi tra legalità e delinquenza.

Una interruzione sollecitata da una collaboratrice mi ha consentito di prendere visione ed entrare nel merito di una esperienza formativa in corso di svolgimento nella scuola. Parlo degli esami di inglese del 2° corso (gradi 2 e 3) per alunni (n. 51) e docenti (n. 15) che il Professor Michael CROSS del Trinity College di Londra stava tenendo dal mattino.

Il professor Cross, con precisione tipicamente anglosassone, aveva interrotto gli esami per gustare le sfogliatelle ed i succhi di frutta cortesemente offerti dalla scuola. Ho avuto modo di trattenermi a parlare con lui insieme alla preside Tavani ed ho colto l’occasione per scattare alcune foto; non avevo idea di cosa avrei trovato a scuola, ma ero uscito fortunatamente con la mia Pentax digitale K200.

IMGP3683_m_ridottaUna volta salutato l’ospite, al quale la preside ha consegnato opuscoli preparati da alunni e docenti nel corso del progetto Comenius, mi sono trattenuto all’esterno dell’aula degli esami IMGP3685_ridottadove, dopo gli alunni, i docenti, in attesa di essere convocati, facevano capannello e si scambiavano informazioni e commenti sulle probabili domande e sulle risposte che avrebbero dovuto dare aiutati dalla professoressa di lingue che coordinava le operazioni. I docenti mi sono sembrati più emozionati degli alunni; all’uscita, comunque, il sorriso aleggiava sui loro volti per la prova superata.

Nell’attesa ho colto l’occasione per avere notizie sul personaggio al quale era intitolata la scuola; ho ricevuto gentilmente un opuscolo (Edizione speciale di “Un Ciclone di notizie”) stampato nel 25° anniversario dell’intitolazione del Secondo Circolo Didattico.

 

Breve storia Francesco Giampaglia

Francesco Giampaglia nasce a Taranto il 29 novembre 1919 figlio dei resinesi Antonio e Losa Filomena. Iscritto nel Compartimento Marittimo di Torre del Greco, nel corso del 2° conflitto mondiale viene imbarcato come segnalatore sul cacciatorpediniere “ESPERO”, a bordo del quale muore il 28 giugno 1940 nelle acque a nord di Tobruk dove la nave era diretta. Aveva solo 21 anni non ancora compiuti. La nave fu intercettata da preponderanti forze navali inglesi che tenne impegnate con eroiche manovre consentendo al resto della squadra di sottrarsi al nemico. Si salvarono solo in 47. Nel 1949, con decreto del 29 luglio, gli venne concessa, alla memoria, la Croce di Guerra al Valor Militare.

 

Informazioni autore

Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni