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La Festa dell’Assunta
marzo 27, 2014
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 La festa della Madonna dell’Assunta

In moltissimi paesi, in oriente e in occidente, la principale festa patronale mariana è celebrata il 15 agosto, giorno consacrato dalla Chiesa all’Assunzione in cielo della Madonna.

 Questa solennità, risale ad un’epoca lontanissima, almeno a partire dal quinto secolo. Sappiamo che, già nel sesto secolo, la festa veniva celebrata a Gerusalemme; e dal settimo secolo in poi, anche a Roma.

 A Resina la festa dell’Assunta, fin dal Medio Evo, era di esclusiva competenza dell’Università, che la organizzava e finanziava direttamente, senza che ci entrassero gli Estauritari.

 Dunque, la festa della metà di agosto era in cima alla devozione dei resinesi, anche per i copiosi benefici spirituali che i Pontefici continuavano ad elargire. Alle indulgenze, confermate da Gregorio XIII nel 1579, fa riferimento una lapide murata sotto l’atrio del tempio: NELLA METÀ DI AGOSTO, NELLASCENSIONE DI MARIA VERGINE, INDULGENZA PLENARIA.

 Come si vede, l’espressione « la metà di agosto » ricorre spesso nella terminologia liturgica presa in esame. Scrive il Palomba:

 … la festa di S. Maria venerata sotto il titolo… di Ampellone… nei tempi antichi si celebrava il dì dell’Assunta che allora dinotavasi col nome di Madonna de Mense Augusti, e noi adesso diciamo corrottamente Madonna di Mezzo Agosto ».

 Qui, da noi la solennità assunse una particolare importanza, da quando, dal vespro del 1699, la nostra città si riscattò dal servaggio baronale. Narra un’antica cronaca cittadina:

 « Una commissione di cittadini recatasi espressamente in Spagna per concludere il patto del riscatto, ritornando nel mese di giugno del 1699, annunziò che tutto era stato fatto giusta il comune desiderio. Ma i resinesi vollero, sborsando la somma di ducati 35.533 a Mario Loffredo, marchese di Monteforte, che la firma del contratto fosse fatta il 14 agosto dello stesso anno, per rendere maggiore omaggio alla Madonna che veneravano ».

 Da allora la festa dell’Assunta ha acquistato un duplice carat-tere: religioso e civile. Cercheremo, qui di seguito, di illustrare i due aspetti della solennità, sulla scorta di vecchie e nuove cronache paesane.

 Grandiose erano le feste religiose di un tempo, alle quali presenziavano spesso i più bei nomi dell’aristocrazia civile e religiosa. Molti Vescovi e Cardinali qui venivano a celebrare la messa; e, fra i vari sovrani, Carlo III ne era un assiduo frequentatore.

 Per rendere la festa più solenne e degna di tanta tradizione, ogni anno un apposito

Comitato dei festeggiamenti allestiva un programma coi fiocchi: il tempio di Pugliano era tutto trasformato dagli addobbi, eseguiti con fine gusto ed arte, dalle migliori ditte di Resina o di altri Comuni vicini; serici drappi biancocelesti e una pioggia di veli e fiori ornavano le arcate; sotto la cupola centrale un portale con arcate a tutto sesto inquadrava bene sullo sfondo l’immagine della Patrona; una grande stella campeggiava sul trono della Madonna.

 Un’intera novena — dal 6 al 14 agosto — alimentava nel cuore dei resinesi il fermento dell’attesa. La funzione vespertina era preceduta dalle note festose della banda musicale del paese, che saliva l’erta di Pugliano (preceduta e seguita da un indescrivibile corteo di ragazzi caprioleggianti) per chiamare a raccolta i fedeli.

 E veniamo alla predica, che costituiva il clou della manifestazione durante i giorni della novena. Spulciando i manifestini-programma di un tempo ormai lontano, notiamo che il nostro pulpito è stato tenuto dai più prestigiosi esponenti della sacra eloquenza (allora l’oratoria era un’arte e gli oratori di spicco attiravano folle di uditori). Ne ricordiamo alcuni: P. Egidio Bertolozzi da Lucca, il prof. Ettore Dehò, il cappuccino prof. Alberto Gallazzi da Modena, Mons. Nicola Leone, P. Giuseppe Balestrieri da Spaccaforno, P. Eugenio Bovensi, P. Sgambati degli Agostiniani Scalzi, P. Ermenegildo Lupoli da Napoli, Mons. Francesco De Simone, don Salvatore Cozzolino, De Ciutiis, Di Monda, Mons. Salvatore De Àngelis (un habitué di Pugliano per diversi anni) e, infine, l’ineffabile Mons. Gaspare Cinque, il cui nome compare la prima volta, nell’elenco dei predicatori, nel 1923. Il discorso dell’oratore di turno, preceduto dalla recita del Rosario e della Coroncina (e, dal 1961 in poi, anche dalla celebrazione della Messa), era seguito dalle Litanie mariane e dalla Benedizione eucaristica, impartita a turno da parroci resinesi.

 La giornata del 15 era un’apoteosi. Tutta Resina e i paesi cir-convicini si riversavano nel Santuario, dalle primissime ore del mattino, per partecipare alle sacre funzioni; e per assistere, più tardi, al PONTIFICALE solenne, che veniva celebrato, di solito, da un eminente canonico della Cattedrale di Napoli.

 Ma quando era nata la novena in onore dell’Assunta? Scrive l’aw. Gaudino:

 « … Con certezza possiamo dire che fu S. Alfonso M. dei Liguori che istituì la novena in onore di S. Maria a Pugliano, per celebrare degnamente la di Lei assunzione in cielo.

 Questo grande Santo napoletano venne spesso a Resina, con i suoi confratelli, a tenere le Sante Missioni. Egli era devotissimo alla Madonna… e a tale effetto stabilì in vari luoghi l’uso di fare delle novene con predicazioni, nei nove giorni che precedono le feste mariane.

 Queste novene venivano celebrate qualche tempo dopo le varie missioni, e questo allo scopo di mantenere sempre accesa la devozione alla Madonna. S. Alfonso tenne dunque una Santa Missione a Resina nel novembre del 1741; e nell’agosto del 1742 mandò a Resina un suo confratello, Padre Rovigo, per la celebrazione della festività dell’Assunzione… ».

 La novena alla Madonna di Pugliano risale, dunque, alla metà del 700. A questa notizia l’aw. Gaudino aggiunge anzi un particolare interessante: a quell’epoca, date le condizioni sociali dei nostri antenati che erano tutti agricoltori o piccoli artigiani, la novena si teneva nelle prime ore del giorno, verso le tre (sic!) del mattino; ciò nonostante, il nostro storico assicura che « la Chiesa di Pugliano era sempre gremita non solo all’interno, ma la folla si pigiava anche fuori le porte del tempio ».

 Questa bella usanza… antelucana si tenne dal 1742 fino al 1914, anno dello scoppio della prima guerra mondiale. Da allora la novena si tenne solo nelle ore serali.

 Ma certe tradizioni sono dure a morire. Nel 1938, per iniziativa del sign. Antonio Sannino, detto “DON ANTONIO ‘O PRIATORIO, fu deciso di effettuare un pellegrinaggio mattutino, durante tutti i giorni del novenario, dall’emiciclo degli scavi di Ercolano fino a Pugliano.

 Quell’iniziativa attecchì profondamente nel cuore dei resinesi, e ancora oggi il corteo che sale verso il maggior tempio della nostra città è uno spettacolo commovente di fede. Commenta Mons. Cinque: « Il pellegrinaggio si inizia alle 5,30 dall’emiciclo degli Scavi ercolanesi. Dai ruderi dell’antica città pagana, distrutta dal Vesuvio, nel crepuscolo mattutino scatta un raggio di luce di Colei che è chiamat STELLA MATTUTINA! La folla dei partecipanti, come un ruscello che diventa torrente, s’ingrossa, a mano a mano che, per vie diverse, il corteo sale verso Pugliano. Lungo il cammino, si recita devotamente il Rosario.

 Quando i pellegrini arrivano al tempio, già la folla dei fedeli più anziani li ha preceduti! Così l’assemblea è davvero imponente. La S. Messa è comunitaria ed è intercalata da inni e preghiere liturgiche. Breve e fervorosa è l’omelia. Tutti si accostano alla Mensa eucaristica… L’assemblea è formata da giovani, di ambo i sessi, da uomini di ogni età ed anche da fanciulli, lieti di aver fatto un fioretto alla Madonna, per essersi alzati in un’ora tanto mattutina.

Una lode va data ai sacerdoti di Ercolano che, numerosi, sono impegnati per le Confessioni e le Comunioni.

Se pensiamo che il pellegrinaggio, con crescente fervore, dura nove giorni, è da dire che il sacrificio non è lieve!

Nel 1941, fu confezionato un vessillo, quale segno del pellegrinaggio; una Bandiera bianca che è portata, processionalmente, nell’ultimo giorno, vigilia della grande festa… ».

Dal 1938, dunque, le due manifestazioni, la mattutina e la vespertina, convivono nello stesso novenario in onore dell’Assunta a Pugliano. E, in entrambe le circostanze, nelle navate del nostro maggior tempio risuonano le note di un inno dedicato alla Madonna di Pugliano da Mons. Francesco Luisi (la musica fu composta dal sacerdote prof. C. Sannino), un indimenticabile esponente del clero resinese, già Rettore della Chiesa del Gesù Vecchio di Napoli.

Non meno imponenti erano i festeggiamenti esterni. Un sacro fuoco si impossessava di tutti, già qualche settimana prima della fatidica ricorrenza. Membri del ricordato COMITATO DEI FESTEGGIAMENTI passavano letteralmente a setaccio le case di Resina, per sollecitare offerte “per la Madonna”. E la gente offriva volentieri quello che aveva, per contribuire alla migliore riuscita della festa.

Mille episodi, mille ricordi si affollano nella memoria di chi ha vissuto quei giorni di febbrile attesa. Come dimenticare, ad esempio, la solerte attività dei collaboratori di Lorenzo Ruggiero, detto LURENZO ‘O SCIURARO, cui era affidato il compito di preparare una degna cornice di fiori alla festa imminente? Il loro ingresso nelle case di Pugliano era salutato con particolare gioia, soprattutto dai bambini: venivano quei bravi giovani a tendere festoni tra un balcone e l’altro, quasi ad unire i cuori di tutti in un solo fascio di entusiasmo e di fede, e si arrampicavano sui tetti per inalberare vessilli e bandiere.

Giù, intanto, nella strada, si piantavano i pali dell’illuminazione (che era stata, prima a bicchieri colorati, poi a fiammelle a gas, infine a luce elettrica); si innalzavano le arcate luminose a disegni vari (arazzi raffiguranti altari, immagini sacre, ecc.); si allestivano palchi per i concerti bandistici (famosi quelli di Castel di Sangro); veniva da fuori la giostra che piantava le altalene e l’autoscontro (le famose macchinette tozza-tozza); si organizzavano gare sportive (prima le corse nei sacchi, poi le competizioni ciclistiche); affluiva in paese il più pittoresco e assortito campionario di venditori ambulanti che si potesse immaginare; ma, soprattutto, si allestivano le gare pirotecniche per la delizia degli indigeni e dei forestieri.

Su quest’ultimo, colorito ed esplosivo (fin troppo!) aspetto della storia della festa del 15 agosto a Resina, vale la pena di spendere qualche parola. Da lunga pezza, infatti, insieme col suono delle nostre campane, i fuochi pirotecnici costituivano l’elemento di maggiore richiamo della festa ferragostana. Le antiche cronache cittadine raccontano che « la Real Corte di Napoli vi pigliava parte ogni anno, e dalla polveriera di Stato veniva concessa la quantità di polvere pirica che doveva servire per la lavorazione dei fuochi d’artificio, che in tanta rinomanza erano tenuti in tutta la provincia. Le stesse Reali Maestà onoravano la festa della loro augusta presenza ».

Dal 15 al 18 agosto si svolgeva poi, ogni anno, una grande fiera « nella pubblica piazza detta la Fontana in Resina », come è scritto nell’Almanacco Reale del Regno delle due Sicilie dell’anno 1854.

A titolo di curiosità, riportiamo il programma dei festeg-giamenti, religiosi e civili, del 1925, anno cinquantenario della Incoronazione della Madonna di Pugliano: « … una serie di dotte conferenze del p. Alberto Gallazzi da Modena, per tutto il novenario; predicazione serale tenuta dal m. rev. dott. Salvatore De Angelis; concerti musicali delle bande di Cicciano e di Toritto di Bari, nella villa comunale e in Piazza Pugliano su maestosa e’ ricca orchestra di stile egiziano, costruita per l’occasione; processione trionfale della Madonna su artistico carro veneziano, portato a braccia da 400 marinai da pesca di Ercolano nella caratteristica tenuta in maglia bianca. Alla processione presero parte anche i sindaci dei comuni vicini, i parroci dell’Archidiocesi, le Arciconfraternite di Portici e di Resina, così pure gli Ordini religiosi delle due città, i marinai dell’Orfanotrofio di Portosalvo. La spesa del carro fu sostenuta dagli operai della Ditta Alberto Rodente;dal 12 al 16 si tenne anche una gran fiera di cavalli, bovini, panni e commercio in genere ».

Altre notizie degne di nota si possono ricavare dalla lettura dei manifestini-programmi, che l’attuale nonagenario cav. Ferdinando Petrecca (segretario e animatore per anni del Comitato dei festeggiamenti) approntava annualmente, con perizia ed entusiasmo: per esempio, l’imposizione di un ricco stellarlo da porsi sul capo della Madonna e benedetto dal Card. Ascalesi; la partecipazione alla festa del 1932 di 40 Maestri del “Regio Teatro S. Carlo”; l’intervento del-l’orchestra stabile dello stesso Teatro anche in anni successivi; la processione del simulacro della Madonna nel 1954, anno mariano, e la benedizione del Granatello di Portici.

Tutto questo lavorìo febbrile (che mobilitava, come abbiamo visto, uomini, energie e denaro, per intere settimane) era, dunque, finalizzato allo scopo di rendere il più memorabile possibile il gran giorno del 15 agosto.

La febbre dell’attesa saliva poi di colpo alla vigilia della festa: si vedeva un gran fiume nereggiante di folla che percorreva il gran budello di Pugliano, per sfociare poi nella omonima piazza davanti al Santuario; col passare delle ore, poi, la folla diminuiva; ma molti, soprattutto i forestieri, preferivano trascorrere la notte bivaccando à la belle étoile, aggirandosi tra i cumuli di meloni ammonticchiati sui marciapiedi e le postazioni dei venditori di frutti di mare (illuminati da lampade ad acetilene che emanavano un odore acre e sgradevole), cantando in coro vecchi motivi dei loro paesi o commentando l’allestimento della DIANA preparata nella grande piazza per 1′ “esplosione” del giorno dopo.

E quando arrivava finalmente l’alba del giorno più importante dell’anno, i resinesi venivano svegliati di soprassalto dal fragoroso scoppio dei MASCHI, sistemati in precedenza lungo tutta la salita di Pugliano. Ma non pochi si erano già affacciati ai balconi, alle finestre e alle terrazze di Via Pugliano (tra loro, anche molti parenti ed amici di altre zone di Resina o di altre località), per assistere allo spettacolo fin dall’inizio.

Intanto, anche la strada cominciava di nuovo ad affollarsi. Provenienti un po’ da ogni dove, coloro che non disponevano di parenti o amici nella zona di Pugliano andavano a collocarsi ai quattro angoli della piazza per assistere allo sparo della tradizionale diana. Era una folla variopinta, chiassosa, allegra.

Ma tutti tacevano di colpo quando un artificiere si avvicinava ai fuochi e dava inizio alla “grande sparatoria”. Erano, all’inizio, colpi di bombarda esplosi ad intervalli regolari, autentiche bombe di profondità (tale almeno la sensazione che in più d’uno ingenerava quella serie di esplosioni), sottolineate dal consenso o dalla disapprovazione totale degli astanti: più forte era lo scoppio, più compiaciuto era il commento di quegli intenditori.

Gli scoppi intanto si susseguivano con la stessa cadenza ritmata, fino a quando il fuoco non si trasmetteva alla diana: era allora una serie di esplosioni ravvicinate e violente, un crepitio infernale che faceva saltare in aria la santabarbara dell’entusiasmo popolare. Quanto tempo durava quell’inferno, durante il quale sembrava che dovessero crollare le fondamenta delle vecchie case di Pugliano? Tre, quattro, cinque minuti? Pochi certamente per gli amanti dei “grossi calibri”, un’eternità invece per chi considerava quella mani-festazione un residuo di paganesimo.

Quando infine gli scoppi cessavano e svanivano in un’aureola di fumo, si faceva sentire allora la voce delle nostre campane, che suonavano a distesa (quelle di fuori) e a bicchiere (quella di centro): che pensieri soavi, che speranze, che cori. La gente, infine, dopo aver a lungo trattenuto il respiro, si riversava nella piazza, invadeva il sagrato e i marciapiedi, entrava nel tempio, defluiva infine per la discesa di Pugliano in mezzo ai venditori di torrone, di lupini, di angurie, di fichi d’India (i ragazzi si divertivano a tentare di infilzarli, lasciando cadere un coltello dall’altezza del petto: se il colpo riusciva, mangiavano il frutto gratis; se fallivano la mira, invece, pagavano senza alcuna contropartita), di brodo di polipi, di acqua e limone, di ricci, di pizze, di frittelle, di fichi secchi e di piede di porco bollito, dicannulicchi, di musso ‘e puorco e call’ ‘e trippa, di spighe, ditaralli, di semi di zucca e di ceci tostati, di croquets, di acqua sulfurea.

 Il diario della giornata continuava, all’ora di pranzo, con pantagrueliche scorpacciate di cozze, di vongole, di maruzze, di melanzane al cioccolato; e si concludeva, a sera, con memorabili mangiate (o bevute?) di angurie e con un’altra spettacolosa esplosione di fuochi approntati nel pomeriggio.

 Molte di queste cose, soprattutto quelle che si riferiscono al-l’aspetto religioso della nostra più importante festa padronale, oggi non sono più sentite. L’odierna società dei consumi va fagocitando sentimenti, tradizioni e memorie del tempo che fu, in una morsa sempre più ferrea, senza che però riesca a sostituire nuovi valori a quelli accantonati con tanta sicumera e in tutta fretta.

Scrive Mons. Matrone: « Noi… abbiamo ancora nella retina le immagini di fantasmagoriche feste di un passato non troppo remoto. Sotto un cielo nero, ma punteggiato di stelle, salivano e s’aprivano ad ombrello le policrome granate, fragorosi coppi terremotavano in piazza e una folla senza numero e senz’ordine s’accampava un po’ dappertutto, fino alle ore piccole. Venivano anche da lontano, su mezzi di fortuna: da Torre, da S. Giorgio, da Barra, da Napoli. Carrettini, camions, biroccini gremiti fino all’inverosimile sostavano lungo punti strategici, donde la visuale degli spazi era panoramica.

Credo che le stelle, punte dall’invidia per queste sorelle terrestri che s’arrampicavano per scalzarle dall’immensa coltre blu, si precipitavano proprio per questo rabbiose sulla terra a frantumarla (ma l’attrito atmosferico !e polverizzava lungo la precipite discesa): è infatti in questo periodo che ;adono più numerose le stelle. Anche la luna sostava col suo faccione tondo e pallido ad ammirare lo spettacolo di quegli ombrelli stellati e pluricolori. I pennuti, sparuti, si rannicchiavano tra i rami fronzuti, in attesa del cessato allarme.

 E forse la bella Mamma bruna doveva anch’essa esser contenta di questa frenesia festaiola, che a suo modo voleva dire la devozione della povera gente. E doveva certo sorridere dal Suo trono.

 La chiesa s’affollava durante la novena (anche quando si celebrava alle ore piccole antelucane). Ognuno ci teneva almeno a vederla la Madonna: era forse quella l’unica occasione nell’anno; e il cuore di ogni Resinese si orienta come per istinto verso il colle di Ampellone, perché Resina è Pugliano e Pugliano è la Madonna di Pugliano.

 Oggi… Beh, oggi il canto si vena di rammarico e di sconforto.

 Perché oggi — parliamoci chiaro — anche se la solennità potrà essere ancora tale da far colpo (e non ci giureremmo), ci sarà la spontaneità e la devozione sincera e disinteressata di una volta? O non vi pare piuttosto che la devozione sia tralignata e sia andata corrompendosi coi tempi?

 Oggi le feste più belle della Madonna si chiudono al ritmo delle canzonette napoletane; oggi le mire, non sempre chiare e perfettamente intonate alla religiosità, deturpano per bassa speculazione i più nobili sentimenti; oggi la fastosità mondana va soppiantando il raccoglimento e lo spi-rito di fede.

 Più che a visitare la Madonna, si va ad ammirare il parato e a fare i confronti; più che santificare la festa con la Messa e una buona confessione e la santa Comunione, si preferisce la passeggiata sotto le arcate luminose e una succosa zuppa di vongole coronata da un cocomero di fuoco… ».

 dal libro di Mario Carotenuto”Da Resina ad Ercolano”

 
 

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Ercolanesi non si nasce
marzo 21, 2014
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Ho ripreso il titolo di un mio articolo pubblicato alcuni anni fa sul periodico “Tutto è …” di Torre del Greco.

L’occasione di riproporlo, in modo diverso e aggiornato, si è presentata allorquando sono stato invitato a collaborare a questo nuovo sito di “Blog in Resina”

In effetti  c’è un legame, ma anche una discontinuità tra i nati di Resina (fino a marzo del 1969) e quelli nati ad Ercolano (da aprile 1969) dopo il cambio di toponimo fortemente voluto dall’Amministrazione del tempo condotta dal Sindaco Francesco Scognamiglio.

Uno spartiacque che ha portato nel giro di 13 anni all’azzeramento delle nascite sul territorio resinese-ercolanese.

Ovviamente il cambio del toponimo Resina forte di 2000 anni di storia (anche se l’origine del nome viene accreditata intorno all’anno 1000) in quello di Ercolano che riprende, in italiano, l’antica denominazione di Herculaneum sepolta nel 79 dC, non è stata la causa che ha determinato il calo e l’azzeramento delle nascite.

Altri fattori sono da considerare: la chiusura della Clinica Cataldo, la scomparsa della figura della levatrice, la tendenza dei medici ginecologi ad indirizzare le partorienti presso strutture più attrezzate dove erano accreditati, forse anche la moda (spero non la volontà) di far nascere i figli altrove.

Sta di fatto che dal 1982 ERCOLANESI NON SI NASCE e, per me, questa è una cosa grave.

Lo specchietto che segue riporta le nascite a partire dal 1969 fino al 1981 con a fianco il numero dei nati.

 

                               ANNO                  NUMERO NATI

                                                              Resina  Ercolano

                               1969                      170         434

                               1970                                      497

                               1971                                      394

                               1972                                      249

                               1973                                      188

                               1974                                      125

                               1975                                        72

                               1976                                        52

                               1977                                        36

                               1978                                        28

                               1979                                        10

                               1980                                          7

                               1981                                          2

 I due nati del 1981, oggi trentatreenni, rappresentano già un record e, ritengo, possiamo già considerarli famosi per essere stati gli ultimi a venire alla luce sul territorio resinese-ercolanese.

Siamo diventati una CITTA’, abbiamo un nome altisonante, ma non abbiamo nativi ercolanesi, solo residenti.

Un giorno questi giovani residenti diventeranno famosi, certamente qualcuno già lo è, ma, nel nominarli, si farà riferimento al loro luogo di origine e non sarà Resina, non sarà Ercolano, ma Napoli, Torre del Greco, Massa di Somma, Pollena Trocchia, ecc.

Sì, diranno “vissuti ad Ercolano”, ma non avrà lo stesso impatto e importanza che dire “nato ad Ercolano”

Quale conseguenza di questo stato di fatto è la scomparsa del codice ISTAT H243 che identifica la città di Ercolano, dal codice fiscale dei nativi “immigrati”

Un’ultima disquisizione vorrei farla sull’aver dovuto accettare di veder modificato per legge il mio luogo di nascita da Resina in Ercolano; a me piaceva e forse a tanti altri sarebbe piaciuto conservare la vecchia denominazione.

Queste note spero siano di stimolo a quanti sono preposti ad amministrare la cosa pubblica affinché si trovi un correttivo a questa situazione.

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Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni

Don Alfonso Alfano: 50 anni di apostolato.
marzo 15, 2014
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Il 19 marzo di 50 anni orsono, era il 1964, il chierico don Alfonso Alfano veniva ordinato sacerdote; la cerimonia si svolse nel Duomo di Castellammare di Stabia, città nella quale aveva trascorso i suoi anni giovanili frequentando lo Studentato dei Salesiani di Don Bosco, nel rione di Scanzano.

 Sulle immaginette preparate per l’occasione fece scrivere “Che tutti siano uniti nella carità” e “Il più gran dono che Dio possa concedere ad una famiglia è un figlio sacerdote”.
 

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5 aprile 1964 – Celebrazione S. Messa nel cortiletto dell’oratorio    S. Domenico Savio

Don Alfano nasce a S. Antonio Abate nel 1936 in una famiglia di contadini con forti radici cristiane; una mamma molto devota gli insegna l’amore per il prossimo e la carità cristiana. In uno dei suoi 8 libri, quello autobiografico dal titolo “Quando il pane profumava di fatica”, racconta come la mamma esortava i suoi figli a non sprecare nemmeno le briciole del pane perché era un dono di Dio; al massimo, diceva, datele agli uccellini.

Finita la seconda guerra mondiale, tragedia che vive in prima persona con i “poveri cristi” del suo paese natio, prende la strada che lo condurrà ad unirsi a Dio e vestire l’abito nero della congregazione dei Salesiani di Don Bosco.

Nell’agosto del 1956 inizia, era ancora un chierico, il suo rapporto con Villa Favorita in quel di Resina. Dal novembre del 1953 la prestigiosa villa, reggia di Ferdinando IV di Borbone, ospitava il collegio degli orfani dei militari di carriera Esercito. Il nostro don Alfano entra a pieno titolo nella storia dei 13 anni di vita dell’Istituto,  nel quale assume anche la carica di Consigliere.

Animatore nato, don Alfano porta una ventata di novità nel rigido sistema educativo allora in voga. Ancora oggi, a 50 anni da quei giorni, gli allievi interni e gli oratoriani lo ricordano con affetto e simpatia.

Zì Fonzo, come affettuosamente lo chiamano i suoi fans, è un vulcano di idee; le sue iniziative spaziano dal teatro ai campionati di calcio senza trascurare, ovviamente, le pratiche religiose, il catechismo, ecc.

Memorabili i campionati di calcio in notturna svolti nell’oratorio “S. Domenico Savio” inaugurato nel 1958; anni indimenticabili il 1961 e il 1964 quando sostituì il direttore don Giuseppe Pignataro e, aiutato dai responsabili del tempo, riuscì a focalizzare l’attenzione dei cittadini di Resina, Portici e Torre del Greco sulle attività dell’oratorio.

Nel 1964, dopo la sua ordinazione sacerdotale e la sua prima messa nell’oratorio, fu destinato a Caserta in qualità di Direttore dell’oratorio. Successivamente passa all’Istituto di Via Don Bosco ed assume la carica di Ispettore.

Tra i salesiani vige la regola dei 7 anni, con rotazione delle mansioni, eccolo quindi parroco a Soverato (CZ). Appassionato tifoso del Napoli assiste, con alcuni oratoriani di Resina, all’incontro di calcio Catanzaro – Napoli. Passa quindi a Roma, all’Istituto salesiano ubicato nei pressi della stazione Termini e vi rimane per 25 anni profondendo tutte le sue energie fisiche e mentali nel recupero dei diseredati, dei tossicodipendenti, degli emarginati. Le esperienze quotidiane di vita vissuta diventano soggetto per i suoi libri, alcuni specifici per gli operatori del settore.

Nel 2007 ritorna a Napoli dove, infaticabile, dà vita al progetto “LE ALI” per il recupero dei ragazzi a rischio di devianza minorile. Con la collaborazione di volontari e cooperatori lo troviamo impegnato nel suo 7° ciclo per i corsi di specializzazione dell’anno 2013 – 2014. In totale sono stati accolti e istruiti circa 400 ragazzi, maschi e femmine, tra italiani e stranieri.

Il suo apostolato all’insegna dei sistemi educativi di Don Bosco ha trovato riscontro nelle parole di un dipendente che lo conosce ormai da più di 30 anni, il quale ha affermato, qualche giorno fa, che Don Alfano è l’unico che riesce ad attirare l’attenzione dei giovani laddove “il cortile” non li attira più.

Ai festeggiamenti del giorno di S. Giuseppe, incentrati sulla Santa Messa delle ore 10:30, saranno presenti parenti, amici ed estimatori, ma una cornice particolare sarà la presenza dei tanti ex allievi di Villa Favorita, per la quale una volta ebbe a dire di averla nella testa mentre Caserta l’aveva nel cuore.

Lunga vita Zì Fonzo

Dal basso in alto e da sinistra a destra: prima fila Roberto Tranzillo, Raffaele Marrone; seconda fila Vincenzo Felleca, Giulio Cozzolino, don Alfonso Alfano, Luigi Capuano, Ernesto Gargiulo; terza fila Gennaro Marrone, Mario Di Dato, Gaetano Gargiulo, Ciro Scotti, Isidoro Casteltrione; quarta fila Carlo Doldo, Ernesto Caracciolo,AntonioDe Simone, Ciro Formisano

Dal basso in alto e da sinistra a destra: prima fila Roberto Tranzillo, Raffaele Marrone; seconda fila Vincenzo Felleca, Giulio Cozzolino, don Alfonso Alfano, Luigi Capuano, Ernesto Gargiulo; terza fila Gennaro Marrone, Mario Di Dato, Gaetano Gargiulo, Ciro Scotti, Isidoro Casteltrione; quarta fila Carlo Doldo, Ernesto Caracciolo,AntonioDe Simone, Ciro Formisano

 
 
 

Informazioni autore

Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni

David Packard Jr un americano che ha salvato Ercolano
marzo 10, 2014
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davidpackardDavid Packard rafforza l’ impegno per Ercolano e apre una fondazione tutta italiana per continuare a restaurare l’ antica città vesuviana. Dopo 12 anni di attività e 18 milioni di euro erogati per salvare gli scavi di Ercolano da quel destino che invece sembra non risparmiare Pompei, il mecenate americano si lancia in una nuova sfida per salvare i beni culturali della Campania e non solo. MANCANO ancora poche settimane e la prefettura di Pisa approverà lo statuto della nuova “Fondazione istituto Packard per i beni culturali”. Una fondazione che si occuperà direttamente della gestione dell’ “Herc u l a n e u m C o n s e r v a t i o n Project“, che si realizza sotto il controllo della Soprintendenza archeologica di Napoli e Pompei. Una scelta che mantiene fede allo stile che il mecenate statunitense si è dato da quando nel 2001 corse al capezzale dell’ antica Ercolano: fare senza apparire. Nessuna sponsorizzazione, dunque, nessuna ribalta mediatica, niente a che vedere per esempio con quanto accade per il restauro del Colosseo sostenuto da Diego Della Valle.

Nessuna targhetta, niente pubblicità per un’ attività che deve restare filantropia allo stato puro. Così nasce la fondazione italiana di Packard: ha sede a Pisa, perché in Toscana la famiglia californiana ha una masseriae vi risiede quando è in Italia, e perché lì vi sono alcuni degli esperti che hanno lavorato al nuovo soggetto giuridico. A cominciare dall’ avvocato Michele Barbieri, che spiega: «Per il progetto Ercolano la fondazione americana Packard Humanities Institute ha agito tramite la British school di Roma, che era incaricata di pagare i lavori, stipulare i contratti. La British School resta partner scientifico, ma i soldi raccolti negli Usa arriveranno direttamente alla fondazione italiana, che svolgerà un’ azione filantropica nei settori dell’ archeologia, dell’ arte e si occuperà di portare avanti il lavoro avviato su Ercolano».

L’ archeologo inglese Richard Hodges, presidente dell’ American University di Roma, siede nel consiglio di amministrazione delle due fondazioni: sarà lui il delegato di Packard a sovrintendere al progetto Ercolano. «David Packard da tempo voleva fare una fondazione italiana. Agirà anche nel campo della musica e del cinema, che sono gli altri grandi interessi di Packard: si è già occupato di restaurare vecchie pellicole di Hollywood e di sostenere progetti musicalia Salisburgo». Ma si farà il museo archeologico a Ercolano? «Non si sa bene che tipo di museo si può fare, dobbiamo collaborare con la Soprintendenza – precisa il professor Hodges – ma noi proseguiamo il nostro impegno per evitare i problemi che ci sono per esempio a Pompei. David Packard vuole vedere un parco archeologico ben gestito per un pubblico internazionale. Vuole fare il massimo per Ercolano, questo resta il suo obiettivo, e per questo è nata la fondazione italiana». Che sarà operativa a settembre, non appena la prefettura di Pisa approverà lo statuto.

La nuova fondazione subentra in tutti i rapporti legali con il ministero dei Beni culturali. «Invece del contratto di sponsorizzazione – spiega il responsabile della fondazione, Michele Barbieri – useremo lo strumento della donazione liberale senza nulla in cambio». Dopo 12 anni di lavoro il team guidato dalla manager Jane Thompson e dall’ archeologo Domenico Camardo ha rifatto l’ 80 per cento delle coperture nel sito e rispristinato l’ antico sistema fognario, eliminando gran parte dei problemi di umidità che affliggeva le case di Ercolano sopravvissute all’ eruzione del Vesuvio, ha salvato decine di metri quadrati di affreschi e mosaici. E continuerà a farlo sotto l’ egida di questo professore californiano di latino e greco, 72 anni, figlio del fondatore della Hewlett-Packard, grande appassionato di arte e cultura europea.

fonte Repubblica online http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/07/20/packard-il-benefattore-di-ercolano.html

Informazioni autore

Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni

La trattoria Scannapieco quando via Panoramica non c’era
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Nelle foto osserviamo un angolo interno dello storico ristorante “Scannapiecoro” di via Giuseppe Semmola, già via dell’Osservatorio, famoso in Italia e nel mondo per il fatto che ogni giorno accoglieva molti turisti, italiani e stranieri, diretti agli Scavi e al Vesuvio; un angolo dello storico palazzo dei Nocerino, suore e preti tra gli anni 1600-1900, dove, su un terrazzo occupato dai coniugi Raffaele Primavera e Imperato Ferma osserviamo i coetanei del nostro direttore Aniello Cozzolino e Rita D’Antonio con i figli di Primavera, da sinistra Antonio, Giuseppe, Michele e Ciro Primavera; conclude questa rassegna fotografica due immagini che ritraggono, nel vecchio quartiere appena indicato, tra via Semmola e via Ulivi, i coetanei di Giuseppe Imperato: Mauro Mirando, Andrea Imperato, Nicola Pagliuca, Ciro Vitiello e il nostro Giuseppe Imperato.

Sono foto, immagini del cuore e della mente, a lasciare integra la storia che, nei tempi andati, è stata scritta dall’uomo e continuerà ad essere scritta dallo stesso. Una terra senza storia non è mai esistita.

Ho avuto modo di guardare, con molta nostalgia, delle vecchie fotografie della nostra Ercolano. Si rivedono, in quegli scatti, angoli della ex-Resina che le costruzioni edilizie, non sempre rispettose dell’ambiente, hanno così profondamente modificato, da rendere difficile riconoscere i luoghi ritratti nelle immagini.
In particolare una delle foto ritrae la non più esistente Trattoria “Scannapieco”, che era situata in Via Giuseppe Semmola, nei pressi dell’incrocio con Via Ulivi (non era stata ancora realizzata Via Panoramica). scannapieco2

scannapieco1Già, Scannapieco, chi era costui? Fin da ragazzo, a Pugliano dove abitavo pensavo ad un tizio che veniva così denominato perché… brutalmente ammazzava innocenti ovini! Ma di soprannomi, anzi di “strangianomi”, le persone ne facevano uso abbondante (e ne fanno tuttora…), tanto che mi ero convinto che le famiglie di Resina (e non solo…) fossero sprovviste di… cognomi!
Riuscivo, sì, a spiegarmi l’origine dei soprannomi accostabili a mestieri esercitati per tradizione familiare quali: “ ’e furnare, ’e crapare, ’e stagnare, ’e scarparielle, etc…” Così come comprendevo quelli attribuibili al paese di origine, o trasferimento  per lavoro quali: “ ’e turrise, ’e francise, ’e mericane, etc…” Ma, mi chiedevo, i soprannomi: “bailicco, zippe, lecca-lecca,fredda-fredda, babalaccone,tippocchio, etc..”, come erano stati attribuiti ai loro…titolari?
Ed i “cantamuorti” elevavano, forse, inni ai defunti, prima che venissero… trasferiti agli “schiattamuorti”? Immaginavo una scenetta tragicomica che si ambientava in un’Aula di Tribunale. Si svolgeva un processo conseguente ad un fatto di sangue
avvenuto con uso di armi. Come sarebbero state accolte le testimonianze rese da personaggi conosciuti con i nomignoli di “a ribotta” e “sputa fuoco”?
Non sfuggivano alla regola dei “senza cognome” neppure coloro che avevano delle imperfezioni fisiche (portatori di handicap oppure diversamente abili, come sarebbero oggi chiamati). Con poco tatto, senza mezzi termini, venivano indicati come: ’o zuoppo, ’o cecato, ’o scartellato, etc…Ma bisogna subito aggiungere che non c’era volontà di offenderli: soltanto che il popolo, impietosamente, si esprimeva in base a ciò che vedeva! Sconosciuto, allora, era il cosiddetto fair-play!

Concludo raccontando degli spassosi duetti, rimasti nell’ immaginario collettivo dei Resinesi che si svolgevano presso gli sportelli del Comune. L’ impiegato dell’Anagrafe, Agostino D’Antonio, con infinita pazienza era abilissimo nello… strappare  dalla bocca di anziani cittadini (spesso analfabeti) le date di nascita dei loro familiari. Poneva domande come: “ e papà, quando è nato papà… e mammà, quando è nata mammà? Ricevendo risposte del tipo:
“quando scoppiò la guerra… quando ci fu il colera… quando avvenne l’ eruzione del Vesuvio…!” Morale: per quella semplice gente lo scorrere del tempo era esclusivamente riferibile ad eventi memorabili, quasi sempre disgrazie!
Senza di ciò complicata sarebbe diventata la….ricostruzione della loro discendenza.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Le storiche quattro giornate vissute e raccontante da un resinese
marzo 7, 2014
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Dopo quanto ho già ricordato in merito all’eruzione del Vesuvio del Marzo 1944, desidero anche raccontare le drammatiche vicende, che da ragazzino, unitamente a migliaia di Resinesi, ho vissuto durante l’ultima Guerra Mondiale, soffermandomi su alcuni episodi che mi sono rimasti particolarmente impressi nella mente. Sono certo che questi ricordi susciteranno oggi, a distanza di 70 anni, ancora tante emozioni nei non più giovani Resinesi di quella epoca. Le privazioni e i sacrifici sofferti dalla
popolazione vanno ricordate agli attuali Ercolanesi, particolarmente ai giovani, augurando loro che gli orrori provocati dalle guerre non abbiano più a ripetersi.
Nel 1940 l’Italia fascista si era, purtroppo, affiancata alla Germania nazista che aveva iniziato una guerra disastrosa che avrebbe causato milioni di morti in tutto il mondo.giornate1A Napoli, in particolare, Centro strategico del Mediterraneo, subì oltre 100 bombardamenti aerei che colpirono il porto, le ferrovie, le strutture industriali, il patrimonio artistico, le chiese (gravissimi i danni provocati da una bomba che colpì Santa
Chiara) e, purtroppo, la popolazione. Durante gli eventi bellici ci furono oltre 20.000 morti, interi quartieri vennero rasi al suolo.
Anche Resina, periferia di Napoli, fu coinvolta tragicamente nei bombardamenti ed ebbe le sue vittime e i suoi danni!
Le sirene d’allarme suonavano continuamente, di giorno e di notte, allertando la popolazione. Cercavamo rifugio in ricoveri di fortuna, in umide cantine, più che altro delle grotte interrate, sprovviste  di uscite di emergenza che si rivelarono trappole
mortali quando vennero colpiti i fabbricati sovrastanti.
Particolarmente tragico fu il bilancio delle vittime durante una delle tante incursioni aeree.
Molti Resinesi si rifugiarono sotto terra, ad oltre 20 metri di profondità, nell’antico Teatro di Ercolano, seppellito durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. I primi che scesero precipitosamente scivolarono lungo i gradini umidi e, cadendo, furono calpestati e uccisi dalla gente che sopraggiungeva di sopra. Vidi alcuni di quei corpi, devastati ed anneriti, quando furono estratti dal sottosuolo!
Mancò il cibo: il pane, prima di sparire del tutto, era stato razionato con Tessere Annonarie, giungendo persino a distribuirne 50 grammi al giorno per ogni componente del nucleo familiare.
Quando mancò la corrente elettrica seguì l’ interruzione di tutte le attività lavorative. Non circolavano i mezzi pubblici di trasporto, buie erano le case e le strade di notte. Fermo l’acquedotto, si formavano file di cittadini con secchi in mano davanti a pozzi e cisterne. L’acqua fu cercata persino scoperchiando i tombini nelle strade! Carenze alimentari e mancanza di igiene provocarono malattie infettive  quali il tifo petecchiale…
Si comprende allora perchè quando il 10 Luglio 1943 la radio annunciò che il Re, Vittorio Emanuele III di Savoia, aveva fatto arrestare il Capo del Governo Fascista Benito Mussolini, sostituendolo con il Generale Pietro Badoglio, ad una gioia di una possibile fine della guerra si aggiunse la rabbia. Le privazioni e le sofferenze causate da anni di dittatura e guerre scellerate si espressero con violenza. La popolazione assaltò la sede del Fascio in via IV Novembre (attuale sede del M.A.V. – Museo Archeologico Virtuale) devastandolo, distruggendo mobili e suppellettili.
Ma, purtroppo, la speranza della fine del conflitto, fu di breve durata.
La risposta della Germania, che si ritenne tradita dall’Italia per la cessazione della nostra ostilità nei confronti degli Alleati anglo-americani, fu durissima e spietata.

I Tedeschi occuparono militarmente il nostro territorio ordinando ai cittadini di presentarsi ai loro Comandi per il lavoro obbligatorio, ma non furono ascoltati nonostante le minacce di immediate fucilazioni. Ricordo che la caccia agli uomini validi avvenne a Pugliano, dove abitavo, per strade e vicoli, mentre nella zona del Corso Ercolano i sequestrati vennero rinchiusi nella Chiesa di S. Caterina. Solo alcuni riuscirono a scappare dalla sacrestia: tante famiglie di Resina non videro più i propri cari, deportati in Germania in carri-bestiame e morti di stenti in campi di concentramento.
Mio padre di notte mi portava con sé da un nostro vicino di casa ad ascoltare la clandestina Radio Londra che ci informava degli eventi bellici incitando ggiornate2li Italiani alla rivolta contro il nazi-fascismo.
Sembravano dei cospiratori attenti a non farci intercettare da delatori fascisti! Fummo informati che nel Nord d’Italia valorosi eroici Partigiani, combattevano contro i Tedeschi e i repubblichini fascisti della Repubblica Sociale. Capimmo allora che l’arrivo degli Alleati, intanto sbarcati nel Sud d’Italia, era ormai prossimo. La repressione nazista fu allora ancora più dura nell’intento di lasciare terra bruciata alle loro spalle. Continuarono a distruggere i residui impianti industriali e a sottrarre le poche risorse rimaste. Ricordo quando al largo autostradale di Via Ulivi, ove si trovava un deposito alimentare, si venne allo scontro con i Tedeschi che lanciarono una bomba a mano per allontanare la popolazione che cercava di raccattare un po’ di viveri residui che i soldati non riuscivano a caricare sui camion. Mi sono anche trovato quando fu assaltato il deposito militare del materiale di cavalleria, sito nel Palazzo Mascalbruno di Portici, con le stesse drammatiche vicende tra la gente e gli occupanti nazisti.

Quanto sopra e tantissimi altri episodi che si ripetevano dappertutto dimostrarono che la popolazione non rimase passiva davanti alle atrocità naziste! Anche superando l’ambigua passività di quasi tutte le autorità militari e cittadine, spontanea fu la rivolta del popolo che a Napoli si tradusse negli ultimi giorni di Settembre nelle Gloriose 4 Giornate, preludio della Resistenza e della Guerra di Liberazione!
In tutti i quartieri della città uomini, donne, soldati e ragazzini insorsero combattendo con mezzi ed armi di fortuna contro gli agguerritissimi soldati tedeschi impedendo ulteriori distruzioni e costringendoli alla ritirata verso il Lazio! Vi furono tantissimi mutilati ed invalidi, ma, principalmente, fra civili e militari morirono oltre 1000 persone che col sacrificio della propria vita ci riscattarono facendoci conquistare la Libertà e la Democrazia.
Fra i tanti: Gennarino Capuozzo, morto a 12 anni, colpito durante l’assalto a un carro tedesco!
Finalmente giunsero all’alba del 1 Ottobre 1943 le truppe anglo-americane! Vedemmo spuntare sul Corso Ercolano, proveniente da Salerno, un enorme carro armato con militari americani che lo cavalcavano e lo affiancavano nel lento avanzare.
Seguirono per ore ed ore intere colonne di uomini e mezzi diretti verso Napoli. Accogliemmo i soldati con lacrime di gioia e con riconoscenza perché tanti di loro durante i combattimenti avevano sacrificato la loro vita per restituirci la Dignità di Nazione e Libertà dopo anni di dittatura!

Li festeggiammo fraternizzando con loro, favoriti dal fatto che tanti di loro, figli di emigranti meridionali, si esprimevano  in un curioso dialetto napoletano! La popolazione resinese lanciava fiori dai balconi, in strada si brindò con i soldati offrendo bicchieri di vino. I militari ci ricambiavano distribuendo scatolette di carne, biscotti, latte, sigarette…..
L’incubo era finito, finalmente eravamo liberi |

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.